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Vi racconto il cordiale astio fra Conte e Di Maio sul Mes. I Graffi di Damato

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Come sono i reali rapporti tra il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Le facce parlano più delle parole… I Graffi di Damato

Senza farsi prendere né da titolo un po’ troppo disfattista dei “Pagliacci in Parlamento” sparato su tutta la prima pagina dal Quotidiano del Sud di Roberto Napoletano, né dal troppo entusiastico bottino vantato dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio con quelle 26 reti che Giuseppe Conte avrebbe segnato contro Matteo Salvini “sbugiardandolo” sul cosiddetto Mes o fondo europeo salva-Stati, si può ben dire che per una volta tra Camera e Senato le facce hanno contato più delle parole.

Più che gli argomenti, le accuse, le contro-accuse, gli insulti e i sarcasmi, compresa la ormai irriducibile e personale acrimonia di Conte verso Salvini, prima minacciato addirittura sui giornali di querela per calunnia e poi accusato in Parlamento di “disinvoltura” e “resistenza a studiare i dossier”, che il presidente del Consiglio avrebbe scoperto e per un bel po’ anche tollerato tenendoselo accanto sia come vice presidente del Consiglio sia come ministro dell’Interno nell’esperienza del governo gialloverde; più che gli argomenti, le accuse e quant’altro, dicevo, a dare un senso all’appuntamento parlamentare sul Mes è stata la mimica. Ad un certo punto ci si poteva anche tappare le orecchie, o da parte dei presidenti delle assemblee staccare l’audio, per consentire di capire meglio la situazione, come a volte verrebbe voglia di dire di certe partite di calcio quando il telecronista non ci piace o non ci convince.

A fissare il banco del governo mentre si svolgeva il dibattito sulle informazioni di Conte si capiva bene solo la distanza fisica, umorale e politica fra il presidente del Consiglio e il capo della “delegazione” grillina e ministro degli Esteri, che pure era seduto alla sua sinistra. Luigi Di Maio sembrava più un estraneo che un partecipe all’avventura di Conte, che dal canto suo, per quanto arrivato a quel posto per designazione e alla fine per imposizione del movimento pentastellato, sembrava l’altra metà, anche fisica, del ministro piddino dell’Economia Roberto Gualtieri, sedutogli accanto a destra. Che poteva ben essergli non il vice presidente unico del Consiglio, come aveva cercato di diventare durante la crisi il collega di partito Dario Franceschini, ma il co-presidente, se mai si dovesse riuscire a istituire una carica del genere imitando i giornali, dove a volte c’è il condirettore, oltre al direttore.

Questa scena sembrava peraltro fatta apposta per moltiplicare il disagio di Di Maio, che non a caso, o non a torto, da tempo viene generalmente descritto nei retroscena di stampa indeciso se sospettare più del rapporto privilegiato fra Conte e il Pd o della fiducia che il presidente del Consiglio gode personalmente presso Beppe Grillo: il fondatore, il garante, l’”elevato” o elevatissimo del Movimento 5 Stelle. Dove Di Maio, per quanto supportato o minacciato -secondo i gusti- dalla promessa di stargli “più vicino” appena fattagli a Roma dal comico davanti ai Fori imperiali, si sente un po’ la foglia d’autunno sull’albero, come nella celebre rappresentazione ungarettiana del soldato allo stremo nella prima guerra mondiale.

Più partivano dai banchi leghisti affollati, contro quelli semideserti dei grillini, richiami alla posizione di Di Maio e amici critica quanto la loro sul fondo europeo salva-Stati e più il ministro degli Esteri abbassava lo sguardo e volgeva il busto a sinistra, come per allontanarsi maggiormente dal presidente del Consiglio. Che peraltro egli si era ben guardato dall’applaudire al termine del discorso informativo. Questo imbarazzante spettacolo è stato risparmiato al Senato solo perché Di Maio non vi è andato per niente quando Conte si è trasferito a Palazzo Madama per riferire anche all’altro ramo del Parlamento.

Per tornare a Montecitorio, la più scatenata contro il presidente del Consiglio, gridandogli addosso come in una piazza e reclamandone le dimissioni, è stata Giorgia Meloni. Eppure Conte, come per volerla distinguere dal leader leghista assente in quell’aula e non perdere il filo di cordialità di una recente partecipazione ad una festa dei fratelli d’Italia, aveva manifestato “stupore” per essersi messa anche lei sulle posizioni d’attacco del Carroccio, risparmiandosi solo le sarcastiche risate opposte ai banchi del governo dal salviniano Claudio Borghi.

Al Senato invece Salvini si è fatto vedere e sentire gridando “vergogna” al presidente del Consiglio e dichiarandosi solo incapace di dire, praticamente, chi avesse più mentito sulla vicenda del Mes fra lo stesso Conte e il ministro dell’Economia. Ma, a proposito sempre di mimica, e a parte il tentativo dei leghisti subito represso dalla presidente Casellati di rappresentare Conte come un Pinocchio qualsiasi col naso allungato dalle bugie, la cosa che deve essere apparsa più sgradita al presidente del Consiglio è l’amichevole scambio di saluti fra lo stesso Salvini e Matteo Renzi, che è un socio di maggioranza più temuto della stessa opposizione a Palazzo Chigi perché i suoi senatori basterebbero e avanzerebbero a far cadere il governo, se lo volessero. Essi sono sicuri che, nonostante il malumore crescente nel Pd e le minacce perduranti di Franceschini delle elezioni anticipate, questa tormentata legislatura potrebbe sopravvivere anche ad un’altra crisi ministeriale e, soprattutto, ad un altro presidente del Consiglio.

Avversari per la pelle in agosto, quando il loro consueto scontro diretto consentì il passaggio dalla maggioranza gialloverde alla maggioranza giallorossa, Salvini e Renzi si sono incrociati sorridendo e scambiandosi i pugni chiusi e l’appellativo di compagni. D’altronde, quel diavolo di comune amico e ammiratore Flavio Briatore, fuori e dentro i suoi locali, li ha già sognati insieme in un governo prossimo venturo.

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