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Vi racconto il caso Uribe in Colombia

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L’arresto dell’ex presidente Uribe in Colombia accentua i contrasti tra il potere politico e quello giudiziario, mostrando una tendenza che caratterizza attualmente i sistemi di governo nel subcontinente americano. L’approfondimento di Livio Zanotti, autore del “ildiavolononmuoremai.it”

 

L’ex presidente e senatore Alvaro Uribe, l’uomo più potente e più odiato della politica colombiana, è stato l’unico a mostrare sorpresa quando l’hanno arrestato nei giorni scorsi. Senatore, eletto due volte alla massima magistratura dello Stato, godeva dell’aura di aver governato il paese nel decennio più fortunato per l’economia nazionale (e dell’intera America Latina), grazie al boom dei prezzi internazionali delle materie prime, su cui si fonda il suo export. Le voci sul coinvolgimento personale e di parte della famiglia nel terrorismo dei gruppi paramilitari sanguinosamente attivi negli anni tra la fine del Novecento e il primo decennio del Duemila, erano nondimeno da lungo tempo diffuse e insistenti.

Per ascoltarle esemplificate in circostanze molteplici e determinate non prive di dettagli (nei trasferimenti dalla capitale all’allora provincia di residenza – Antioquia -, si raccontava che lasciasse la custodia ufficiale del DAS, il dipartimento di sicurezza dei servizi segreti, per affidarsi ai suoi paramilitari) era sufficiente trattenersi la sera nei caffè alla moda di Bogotà frequentati dalla sinistra mondana così come in certi ambienti di Medellin più che vicini all’estrema destra spesso legata al narcotraffico. Non mancano neppure ricostruzioni che vi fanno risalire la successiva fondazione del Centro Democratico, base politica e parlamentare dell’attuale presidente Ivan Duque, erede di Uribe e ora suo massimo difensore.

Ma prima di lui, nessun capo di Stato aveva subito l’affronto delle manette. Il problema è che l’establishment è lo Stato e lo Stato è l’establishment, commentava lucidamente già molti anni addietro il diplomatico, senatore e acuto osservatore Plinio Apuleio Mendoza, che pure ne era parte. La guerriglia delle FARC era ancora potentissima; il suo capo, Manuel Marulanda, detto Tiro Fijo per il fiuto politico oltre che per la precisione con cui maneggiava il fucile, un mito. La regola era: non fidarsi di nessuno. La pace con le FARC ha cambiato il clima, sebbene non quanto si sperava. La Corte Suprema ha quindi ritenuto che Uribe non potesse attendere in totale libertà il processo in cui è accusato di aver favorito l’attività e forse la nascita di un gruppo armato di mercenari al proprio servizio.

Poiché potrebbe aver già comprato con lusinghe e minacce alcuni testimoni in un altro procedimento giudiziario. Quello che l’oppone a un senatore della sinistra in uno scambio di accuse di connivenza con la violenza organizzata che per decenni ha lacerato il Paese, causando decine di migliaia di morti e 4 milioni di profughi (tra l’altro Uribe è chiamato in causa insieme a numerosi altri latifondisti anche per l’appropriazione indebita di terre e altri beni forzosamente abbandonati dai fuggiaschi). Nè i giudici della Suprema sembrano finora intimoriti dalla reazione dei partigiani di Uribe guidati dal presidente Duque, che minacciano una riforma della giustizia capace di circoscriverne le prerogative.

Ritengono di aver garantito l’ex capo di Stato permettendogli la detenzione domiciliare nell’immensa residenza di Monteria, nei pressi della capitale cerealicola nel nord della Colombia caraibica. In cui certamente non gli verranno meno le possibilità di continuare a esercitare pienamente o in parte la propria influenza. Hanno spiegato il compromesso giustificandolo con i tempi giudiziari che si annunciano lunghi e dalle conclusioni incerte. Ciò che in uno sguardo allargato all’intero subcontinente, non impedisce di osservare come anche la giustizia colombiana appaia adesso aggiungersi al protagonismo che negli ultimi anni vede il potere giudiziario affrontare se non opporsi a quello politico.

Beninteso, in situazioni concrete ben diverse tra loro: non c’è un solo dato, ancorché minimo, capace di sostenere un parallelo tra Uribe e Lula, tra la Suprema Corte di Bogotà e l’ex giudice di Curitiba ed ex ministro di Bolsonaro, Sergio Moro. Ma il protagonismo dei tribunali, comunque lo si voglia leggere, è indiscutibile. Più difficile, invece, dire oggi se rispetto ai populismi sudamericani (veri o presunti dalla superficialità eurocentrica) sia una manifestazione che con Weber richiama il sistema istituzionale colombiano più alla razionalità o più a un carisma alternativo. E’un fatto che la Corte indaga ancora sullo spionaggio illegale dell’esercito su esponenti dell’attuale governo di Duque e forse sullo stesso Presidente, riceve quotidianamente le denunce di violazioni dei diritti umani da parte dell’opposizione: ha cioè molte questioni di cui render conto all’opinione pubblica.

Livio Zanotti

“ildiavolononmuoremai.it”

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