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Vi racconto il camaleontismo suicida del 5 Stelle

5 Stelle

I Graffi di Damato

 

Come ha fatto Giuliano Ferrara con “Giggino” Di Maio, avvolgendolo nel suo Foglio con un abbraccio ironico ma non troppo per la capacità, o disinvoltura, con la quale ha saputo cambiare posizioni politiche, in linea col passaggio da “bibitaro” a ministro degli Esteri della Repubblica, così qualcuno potrebbe unirsi a Goffredo Bettini e difendere da certa morale “spicciola” – parola sempre di Ferrara – il professore, avvocato, ex presidente del Consiglio e ora presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Che non è stato neppure lui, con le professioni e la cultura che si ritrova, un inflessibile difensore del modello grillino premiato così generosamente dagli elettori nel 2018 da fargli conquistare in Parlamento quella “centralità” che fu una volta della Democrazia Cristiana.

Anche Conte ne ha fatta di strada. E ne ha avuta di pazienza per resistere al “vaffanculo”, direbbe sempre Ferrara, gridato anche contro di lui da Beppe Grillo prima di rimangiarselo con un pesce offertogli non so se più generosamente o opportunisticamente dal professore in un ristorante sulla spiaggia di Marina di Bibbona.

Onore insomma al camaleontismo e sberleffi ai “piccoli borghesi di tutto il mondo” invitati dal fondatore del Foglio a “disunirsi” per accettare che “Giggino li abbia fregati partendo da un gradino sotto la classe media”. Figurarsi Conte, partito da un gradino sopra, senza aver dovuto vendere bibite né nella sua Volturara Appula, né a Firenze, né a Roma, o ovunque gli sia capitato di vivere, studiare, insegnare e guadagnare.

C’è tuttavia qualcosa di questi camaleonti eccezionali che a me, anche a costo di finire nella bolgia infernale dei “piccolo-borghesi” sbertucciati dall’amico Giuliano, continua a non tornare anche dopo aver cercato di fare un bagno, sia pure fuori stagione, nelle acque dell’umiltà, o persino della mediocrità. “Aurea mediocritas”, scherzava persino Giulio Andreotti vantandosene.

“Giuseppi”, per dirla con Trump, “Giggino”, per ripeterla con Ferrara, e i loro simili, concorrenti o “amici” come si chiamavano fra di loro anche i democristiani che si facevano le guerre più feroci, personali e di corrente, potranno pur vantarsi di tutte le capacità di adattamento che hanno saputo dimostrare, ma debbono una buona volta cercare di spiegare l’omicidio che hanno fatto di questa legislatura in corso. Che avrebbero dovuto invece blindare dopo la miracolosa conquista della maggioranza relativa meno di quattro anni fa.

Non vi è Parlamento della storia della Repubblica italiana – paradossalmente neppure quello eletto nel 1992 nel clima avvelenato di Tangentopoli e sciolto meno di due anni dopo dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro – così rovinosamente e rapidamente delegittimato come quello conquistato dai grillini nel 2018.

A delegittimare le Camere attuali – prima che a ingessarle provvedesse l’emergenza della pandemia opposta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’inizio di quest’anno alla necessità delle elezioni anticipate emersa dalla lunga e tortuosa crisi del secondo governo Conte – provvidero proprio i grillini imponendo già nelle prime battute della legislatura la riforma costituzionale per tagliarne i seggi. E soddisfare la voglia di forbici e di ghigliottine del loro elettorato.

Eppure bastava non dico molta ma un pochino di professionalità politica per capire che una simile riforma, una volta approvata e confermata dal referendum, avrebbe reso le Camere in carica una mezza caricatura: un rottame, direbbe quel professionista del ramo che è stato per qualche tempo Matteo Renzi, prima di candidarsi anche lui da solo alla demolizione con l’avventura del 2 per cento della sua Italia Viva. Che è sempre meglio, per carità, del 2 per mille cui Renzi spera che finisca per condannarsi il MoVimento 5 Stelle. Dove il 2 per mille hanno intanto cominciato ad adottarlo come meccanismo, chiamiamolo così, di finanziamento pubblico iscrivendosi all’odiato, vituperato registro nazionale dei partiti.

A causa del pasticcio combinato con i tempi della “loro” riforma costituzionale, forse non a caso lasciata in fondo passare dagli avversari, che vi hanno anzi contribuito capovolgendo la linea iniziale di contrasto, i grillini hanno trasformato il Parlamento anch’esso ormai in scadenza, a poco più di un anno dalla data ordinaria del rinnovo, in una tonnara. Dove i più agitati e metaforicamente sanguinanti sono proprio loro, i pentastellati, destinati ad una doppia decimazione: quella dei seggi, ridotti di un terzo, e quella dei voti, ridotti ancora di più. Dal 33 per cento del 2018 sono scesi all’11 dell’ultimo sondaggio del Sole24 Ore, poco sopra il 10,8 ottimisticamente attribuito a Forza Italia.

Pazienza, tuttavia, per le sorti del partito – ora si può dire – delle 5 Stelle e di ciò che resta dei suoi gruppi parlamentari dopo tutti gli abbandoni di questi anni. Il guaio maggiore è costituito dal fatto che è inevitabilmente a questo Parlamento, pur così tanto delegittimato e comunque politicamente indebolito, che spetta il compito di eleggere fra poche settimane il successore di Mattarella. Che dovrà portarsi addosso l’handicap di un’elezione da parte di Camere nel migliore dei casi ingessate, come si diceva. A meno che Mattarella non faccia al sistema politico la grazia della disponibilità ad una conferma per il tempo necessario a fare scegliere il successore dalle nuove Camere.

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