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Vi racconto il bluff di Meloni sulle spese militari

Che cosa sta succedendo davvero nel governo su spese militari e prestiti europei Safe. Estratto dell'approfondimento di Stefano Feltri per Appunti.

Il governo, che ha speso un miliardo di euro in due mesi per tagliare le accise sui carburanti e mitigare le conseguenze della crisi energetica dovuta alla guerra in Iran, sta chiedendo flessibilità sul patto di Stabilità.

Come leva negoziale, o arma di ricatto, usa la partecipazione al programma SAFE, Security Action for Europe: se non ci danno la flessibilità sull’energia, è il senso del messaggio di Meloni, l’Italia non prenderà i 14,9 miliardi che ha prenotato dal programma SAFE e così metterà in serio imbarazzo la Commissione perché l’intero programma risulterà un fallimento.

Ci sono due problemi con questa strategia, chiamiamola così. Che la flessibilità non serve e che la mancata partecipazione a SAFE sarebbe un danno soltanto per l’Italia, visto che farebbe crescere la spesa per interessi.

Dunque o Meloni non ha la più vaga idea di quello di cui sta parlando – e vista la sua scarsa confidenza con le questioni economiche e finanziarie è sempre plausibile – oppure sta montando uno show a esclusivo uso domestico, la rappresentazione di una ennesima battaglia epica con Bruxelles che serve solo a preparare una campagna elettorale dai toni sovranisti.

Visto che il deficit del 2025 è rimasto sopra il 3 per cento, l’Italia non ha ottenuto l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Deve rimanere su una traiettoria di riduzione del deficit rispetto al Pil, ma in questo momento niente le vieta di spendere i soldi che sta spendendo per gli aiuti energetici a pioggia. La Commissione preferirebbe interventi mirati alle fasce sociali più fragili invece che sconti per tutti, ma nessuno ha fatto obiezioni.

Dunque Meloni sta cercando di risolvere un problema che, ad oggi, non esiste. L’UE ha semplicemente osservato che, al momento, la crisi energetica dell’Iran è uno shock temporaneo sui prezzi, non è comparabile alla pandemia, che colpisce in modo differenziato i vari Stati membri: dunque non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità.

E veniamo al programma SAFE. E’ vero che una mancata partecipazione dell’Italia ridurrebbe un po’ l’effetto di immagine dell’intera operazione.

Ma alcuni Paesi hanno evitato di chiedere quelle risorse che vengono finanziate con l’emissione di debito comune, come Germania i Paesi che sul mercato hanno costi di finanziamento inferiori a quelli dell’Unione europea nel suo complesso e hanno spazio di manovra fiscale, non hanno bisogno di SAFE.

Spendono meno finanziando il riarmo con l’emissione di debito nazionale, e non rischiano di sforare le soglie del patto di stabilità che, comunque, per la Difesa sono già flessibili per una clausola che si può applicare su base nazionale se il Paese non è in procedura di infrazione.

In pratica, SAFE serve ai Paesi ad alto debito che non hanno soldi per spese militari e che vogliono evitare che la spesa per interessi aumenti troppo oppure serve ai Paesi che hanno un debito pubblico così piccolo in valore assoluto che trovano vantaggioso usare l’UE come intermediario sui mercati. Infatti ci sono la Francia, c’è la Grecia, la Lituania, la Danimarca.

L’Italia è il quarto beneficiario teorico dopo la Francia, che ha richiesto poco più di 15 miliardi, la Romania che ne vuole 16,7 e la Polonia che punta a ben 43,7 miliardi ma che al momento è in piena crisi costituzionale, con il presidente sovranista Karol Nawrocki che mette il veto sull’uso di SAFE.

Il bluff della minaccia di Giorgia Meloni e l’assurdità della eventuale rinuncia a SAFE è svelato dalla nota 154 a pagina 80 del Documento di Finanza Pubblica (DFP) approvato dal governo a fine aprile: il piano presentato alla Commissione a novembre scorso per gli investimenti da finanziare a SAFE “contempla tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio e, come ricordato, non porteranno a spese aggiuntive. Fanno eccezione quattro voci che esulano dal perimetro dei progetti finanziabili con il SAFE; il loro importo è estremamente limitato e la copertura, sempre all’interno dell’attuale perimetro, avverrà tramite riduzioni di altri capitoli di spesa facenti capo al ministero della Difesa”.

Tradotto: l’Italia non ha chiesto alla Commissione di usare i prestiti SAFE per finanziare nuova spesa militare aggiuntiva rispetto a quella già decisa e agli impegni già presi, ma soltanto per pagare meno il debito necessario.

Senza SAFE, faremmo la stessa spesa militare – a meno di tagli improbabili, perché si tratta di impegni di lungo termine – ma pagando più interessi sul debito perché dovremmo emettere direttamente titoli di Stato invece di usare i prestiti europei più convenienti.

Sul piano finanziario, quindi, la minaccia di rinunciare a SAFE è una assurdità, specie per un governo che ha fatto del controllo dei conti pubblici uno – se non l’unico – dei risultati di politica economica da vantare in vista delle elezioni ormai non così lontane.

Sul piano politico, poi, verrebbe da citare Nanni Moretti, con il suo celebre “bene, continuiamo a farci del male”. Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il 2 per cento in rapporto al Pil delle spese per la difesa conteggiate al fine di rispettare gli obiettivi NATO con una serie di stratagemmi contabili, cioè riclassificando spese già previste che all’improvviso sono state equiparate a quelle militari.

Sono state conteggiate ai fini NATO spese di altri corpi diversi dall’esercito e molti costi della cybersicurezza.

Sul futuro, l’Italia – con il governo Meloni – ha preso l’impegno a salire al 3,5 per cento di spesa militare in rapporto al Pil entro il 2035. Per riuscirci, da qui al 2028, che è l’orizzonte programmatico dell’ultima legge di Bilancio, dovrebbe aumentare la spesa dello 0,5 per cento del Pil all’anno.

Ma su cosa voglia fare il governo e dove trovare i soldi c’è il massimo della vaghezza. Nell’ultima legge di Bilancio si continuano a spendere centinaia di milioni per voci di spesa che non hanno alcun impatto sulla capacità militare del Paese, come i 239 milioni all’anno per l’operazione “Strade sicure” che paga militari per rimanere immobili ma visibili nei centri urbani.

Per ricapitolare: l’Italia ha preso l’impegno ad aumentare le spese militari in ambito NATO e prima ha fatto un trucco contabile che per il futuro non è replicabile, non ha idea di dove trovare le risorse, lamenta l’assenza di un vero piano europeo ma ora minaccia di boicottare l’unica leva comunitaria che è il programma SAFE, con il solo risultato di aumentare potenzialmente il deficit senza accrescere la capacità militare.

Si può pensare quello che si vuole delle spese militari e della necessità o meno di accrescerle per riempire il vuoto che stanno lasciando gli Stati Uniti nell’architettura di difesa europea. Ma è chiaro che chi non partecipa allo sforzo collettivo rinuncia anche ad ogni influenza politica su quelle che saranno le strategie e le scelte in campo militare e di sicurezza di una Europa più autonoma.

Provare a fare qualche alchimia contabile combinata con propaganda per poter aumentare il debito pubblico magari a scopi elettorali, poi, è il modo più rapido per disperdere quel capitale di credibilità che l’Italia aveva ricostruito grazie proprio alla stabilità politica portata da Giorgia Meloni e al controllo dei conti garantito dal ministro Giorgetti.

Se a questo si abbina il fatto che la Lega di Matteo Salvini, insidiata dalla concorrenza a destra del partito del generale Roberto Vannacci, si sta spostando di nuovo su posizioni esplicitamente filorusse, si capisce perché a livello internazionale nessuno prenderà molto sul serio l’Italia in questa fase.

Anche perché l’alternativa non sembra più solida: il centrosinistra ha posizioni altrettanto variegate in materia di politica internazionale, e sul riarmo vede i Cinque Stelle di Giuseppe Conte drasticamente contrari e il PD di Elly Schlein con una posizione più sfumata, cioè di opposizione soltanto al riarmo su base nazionale.

In pratica, quasi tutti i principali partiti in Parlamento non vogliono mantenere gli impegni sulla difesa che l’Italia ha preso in questi anni. Poi non lamentiamoci se abbiamo la percezione di essere irrilevanti.

(Estratto da Appunti)

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