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Vi racconto Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi

“Non dobbiamo dimenticare che Garibaldi contribuì in modo significativo alla costruzione dell’unità politica del nostro Paese attraverso un laboratorio, una sorta di ingegneria sociale di cui noi tutti andiamo fieri, una rete di intellettuali liberi e senza pregiudizi”. L’intervento di Marco Foti

Il Risorgimento, che designa il movimento culturale, politico e sociale che promosse l’unificazione della nostra terra, richiama gli ideali romantici, nazionalisti e patriottici di una rinascita italiana attraverso il raggiungimento di un’identità politica unitaria che, pur affondando le sue radici antiche nel periodo romano, aveva subìto un brusco arresto [con la perdita] della sua unità politica nel 476 d.C. in seguito al crollo dell’Impero romano d’Occidente.

È questo il messaggio con cui inizio a raccontare la figura di Giuseppe Garibaldi, il cui profilo come uomo, in prima istanza, sembrerebbe semplice, indirizzato ad una visione di routine, di grande condottiero, di colui che sapeva motivare i propri uomini e spingerli alla vittoria. Se si approfondisce il vissuto di quest’uomo si delineano invece forti doti di personalità poliedrica, di capacità e sensibilità nel leggere con saggezza i momenti storici.

Una figura, quella di Garibaldi, caratterizzata dalle molteplici sfaccettature.

Giuseppe Garibaldi nasce in Francia, a Nizza, nel 1807. Inizialmente le riflessioni potrebbero essere tante (un eroe italiano nato in Francia) ma viene subito in aiuto l’origine della sua famiglia, genovese, italiana, trasferita nella città francese perché il padre, originario appunto di Chiavari, era proprietario di una “tartana” e svolgeva il mestiere di pescatore, così come i genitori della madre, anch’essi pescatori originari di Loano.

Una famiglia tutta italiana. Anche nelle attese del loro figlio per il quale avrebbero voluto una carriera da avvocato, medico o sacerdote. Ma Giuseppe non amava gli studi, prediligeva gli esercizi fisici e la vita di mare, seguendo le orme del padre: egli stesso raccontava (da una sua biografia) che “era più amico del divertimento piuttosto che dello studio”.

All’età di sette anni tenta di fuggire via mare verso Genova ma scoperto da un sacerdote, fu fermato appena giunto sulle alture di Monaco e quindi ricondotto a casa. Non c’è che dire: un’adolescenza importante, la sua, improntata sulla voglia di libertà e non piuttosto sulla disobbedienza, in quanto spiegherà successivamente ai genitori le ragioni di questa fuga.

Garibaldi si colloca in un periodo storico importante per la Francia (a partire dal 1815), caratterizzato da un moto di “reazione” che non è solo politico, ma anche filosofico e letterario. Tale “reazione” fu rapida e nello stesso tempo violenta come la rivoluzione francese. A quattordici anni, nel 1821, Garibaldi convince il padre ad intraprendere la vita di mare e viene iscritto nel registro dei mozzi a Genova, iniziando così l’avventura a bordo delle imbarcazioni ed i numerosi viaggi in giro per il mondo. Genova è sempre menzionata nella sua vita, al punto di ricoprire un ruolo importante parecchi anni dopo, rimanendo per sempre nel suo cuore.

A ventisei anni, in un viaggio per Costantinopoli, incontra Emile Barrault, professore di retorica che espose le sue idee sansimoniane per cui “la società sarebbe stata gestita da scienziati e industriali che grazie alle scoperte scientifiche e allo sviluppo industriale avrebbero dato vita ad una società che garantisse migliori condizioni di vita ai proletari”.

La vicinanza a Barrault contribuisce a convincere Garibaldi che il mondo fosse percorso da un grande bisogno di libertà e, facendo sue le tesi di Giuseppe Mazzini, trovò nella lotta per l’Unità d’Italia il momento di rivalsa dei popoli che si sentivano oppressi. Libertà.

Genova è ancora presente nella sua vita: a ventisette anni, nel 1834, si arruola nella Marina Sarda. Mazzini, nonostante Garibaldi non sia ancora iscritto alla Giovine Italia, affida il compito di organizzare un’insurrezione nella città ligure, collegata ad un moto già avviato in Savoia. Il progetto fallisce e fugge prima a Nizza e dopo a Marsiglia. Da questo momento non ritorna a bordo della nave in cui era imbarcato divenendo in pratica un disertore, latitanza che viene considerata come un’ammissione di colpa e quindi condannato alla pena di morte.

Inizia il suo viaggio in giro per il mondo con falso nome. In Brasile, durante uno dei suoi viaggi in incognito, conosce Anita e nel 1842 la sposa con rito religioso nella chiesa di San Francisco d’Assisi.

Scoppiati i moti italiani di indipendenza Garibaldi è autorizzato a ritornare negli stati sardi con un gruppo di soldati. Nel 1859 alcuni esponenti politici (tra cui Bixio) premono affinché Garibaldi organizzi una spedizione contro i Borboni. L’armistizio della seconda guerra di indipendenza, voluto da Napoleone III in cui si riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l’esclusione di Mantova) ma lasciavano Venezia e tutto il Veneto in mano austriaca, aveva creato malcontento in gran parte dei patrioti unitari italiani.

Nella notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860 Garibaldi, al comando di un migliaio di volontari, parte da Quarto, nel territorio del Regno di Sardegna alla volta della Sicilia, nel Regno delle Due Sicilie.

Sei navi da guerra borboniche attendono Garibaldi nelle Isole Egadi a presidio delle coste di Marsala, sede del Quartiere Militare Borbonico, che proprio in quegli anni intraprendeva scambi commerciali con l’Inghilterra. Garibaldi, esponendo bandiera inglese, si avvicinò alla costa marsalese e, facendo finta di essere un’imbarcazione di mercanti, iniziò lo sbarco a Marsala. Garibaldi si proclamò dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, da lui appellato re d’Italia.

Garibaldi forma un governo con otto dicasteri, abolì la tassa sul macinato, pretese che parte del demanio dei Comuni venisse diviso fra i combattenti, fondò un istituto militare dove venivano raccolti i ragazzi abbandonati e diede un sussidio alle famiglie in povertà della città di Palermo, cercando nel frattempo l’appoggio dei ceti dominanti.

Dopo la battaglia del Volturno nel 1860, Garibaldi incontra a Teano Vittorio Emanuele II (ci sono altre tesi secondo le quali l’incontro sia avvenuto in prossimità di Caianello) e consegna la sovranità sul Regno delle Due Sicilie, quindi si ritira nell’isola di Caprera dove inizia un grande periodo di scrittura. Nel 1882 muore a Caprera.

Garibaldi è un personaggio considerato come emblema di ciò che il Risorgimento aveva di anticattolico e persino antireligioso. Lo stesso andrebbe però riportato ai contesti e alle diverse fasi del suo operato.

Il suo mito inizia a diffondersi fin dagli anni sudamericani all’interno di un discorso di Risorgimento italiano, staccato quindi dall’essere anticattolico ed anticlericale. Fin da prima del suo rientro in Italia, nel 1848, la figura di Garibaldi non è molto caratterizzata in termini ideologici, ma rappresenta un po’ per tutti l’uomo del riscatto dell’onore italiano. La figura dominante è quella di un soldato volontario, che si batte per la libertà e che riscatta la cattiva opinione diffusa in Europa, secondo la quale la perdita della libertà ha significato per gli italiani la perdita della virilità.

La figura di Garibaldi è fondata sulle sue imprese militari e sulla sua figura morale di uomo integerrimo, dall’eroe al campione del riscatto militare, dall’uomo d’onore al combattente per la libertà. Il clero patriottico è affascinato da Garibaldi, dall’impresa dei Mille e l’Unità d’Italia produce nella Chiesa meridionale simpatie e militanti.

In realtà il suo pensiero è opposto: nei romanzi storici, e nelle sue memorie, fa spesso del clero il capro espiatorio dei mali nazionali, dalla scarsa propensione dei giovani alla vita militare, una debolezza che per Garibaldi deriva dalla passata volontà dei preti a fare chierichetti invece che uomini virili, alla mancata partecipazione dei contadini al volontariato in camicia rossa, perché trattenuti nelle parrocchie dai loro parroci, o infine per il fenomeno del brigantaggio meridionale.

In tutto questo, per concludere, non dobbiamo dimenticare che Garibaldi contribuì in modo significativo alla costruzione dell’unità politica del nostro Paese attraverso un laboratorio, una sorta di ingegneria sociale di cui noi tutti andiamo fieri, una rete di intellettuali liberi e senza pregiudizi. E su questa base che si fondò l’unità d’Italia.

 

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