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Vi racconto cosa succede davvero nella Lega di Salvini sul referendum

di

Casellati Papetee

Salvini ha lasciato libertà di voto pur ribadendo che per coerenza lui voterà Sì. Ma durante la campagna per le Regionali risulta che del referendum abbia fatto un cavallo di battaglia? No. Così nella Lega Bagnai, Borghi, Centinaio e Giorgetti… Il corsivo di Paola Sacchi

 

Lasciamo stare Giancarlo Giorgetti, che, se fosse per certi retroscena di sempre sui giornali mainstream – descritto, come continua ad essere, alla presa con fantasiose trame contro il “capo” di turno fino al “capitano” di oggi – da quel dì sarebbe il nuovo leader della Lega prima Nord e ora Lega “Salvini premier”. Ma adesso il “No” al referendum, sul taglio dei parlamentari, del numero due leghista, il “Gianni Letta padano”, ex sottosegretario a Palazzo Chigi del Conte/1, campeggia insieme con quello di altri esponenti di peso, volti simbolo della nuova Lega nazionale, come il responsabile economico Alberto Bagnai e l’ex presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi, uomo importante nel board leghista. Due cosiddetti euroscettici schierati sul “No” insieme con Giorgetti.

Colui che è “nato” nella Lega Nord, descritto da Umberto Bossi come “bravo amministratore e bravo ragazzo”, per sottolinearne la forte caratteristica della lealtà, ritenuto sempre il più “europeista” da un mainstream eternamente teso a metterlo in contrapposizione con il leader Salvini. Seppur tra i tre sfumature diverse ci siano, come accade in tutti i partiti, qualcosa non torna nella “narrazione” mainstream di una “Lega spaccata”, un Salvini descritto sempre più in difficoltà. O davvero si vuol pensare, come si dedurrebbe da certe un po’ frettolose interpretazioni, che Salvini, l’uomo che ha salvato la Lega Nord morente, ormai con poco più del 3 per cento, facendola diventare primo partito italiano, avrebbe una simile “fronda interna”, stretto quasi a tenaglia tra big storici e nuovi big di peso?

La cosa francamente fa un po’ sorridere. Tanto più alla luce del fatto che, come disse Roberto Maroni, “la Lega è l’ultimo partito leninista”. Non certo leninista, intendeva “Bobo” – che ha contribuito alla fondazione della stessa Lega Nord, di cui il “padre fondatore” è Umberto Bossi, presidente a vita – sul piano delle idee, ma sul piano organizzativo.

La Lega è cambiata, si è insediata nel resto della Nazione, sulla base di un’idea di autonomia originaria, oggi definita sovranista, come nuova patente di infamia, rinnovando la sua ragione sociale di sindacato del territorio delle origini. Espandendo in tutta Italia questa idea, rimodulata con le esigenze dell’autonomia di oggi. La “sovranità” nazionale, appunto. Ma insieme con l’idea base bossiana di “padroni a casa nostra” è rimasta anche una certa intoccabilità del leader. Da Bossi a Salvini, passando per Maroni, dal “capo” al “capitano”.

Questo non significa certo che la Lega sia un caserma, ma, come ha ricordato tempo fa Maurizio Belpietro, direttore della Verità, forse il direttore che più conosce la Lega di ieri e quella di oggi, citando vari esempi, compreso quello più relativamente recente dell’ex sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, chi a Via Bellerio si contrappone al leader “è destinato a uscire non solo dalla Lega ma dalla politica”.

La Lega da sempre è vera maestra del cosiddetto gioco delle parti, da Umberto e Bobo, che facevano impazzire il Palazzo, a Matteo e “Il Gianca”. Un ex inviato di Lega, come lo sono stata anche io, per citare un aneddoto sconosciuto, ancora sorride per un episodio di tanti anni fa.

Mentre tutti scrivevano che Bossi e Maroni erano ormai ai ferri corti e l’ex ministro dell’Interno stava addirittura per divorziare dal padre politico, il giornalista fece una telefonata a un maggiorente leghista che gli rispose ridendo: “Guarda che stanno tutti e due qui a casa mia, al piano di sotto, a giocare a biliardino. Chi vuoi che ti passi: Bobo o Umberto?”.

Tornando all’oggi. Non si può certo scrivere, sarebbe sbagliato farlo, che la cosa sia stata organizzata. Ma certamente Salvini non si è per niente offeso, “tutte le idee sono ammesse”, per il fatto che Giorgetti, Bagnai, Borghi e anche l’ex ministro dell’Agricoltura Gianmarco Centinaio, salviniano di ferro, altro personaggio chiave del gotha leghista, molto vicino anche lui al “capitano”, si siano schierati per il “No”.

Salvini del resto ha lasciato libertà di voto pur ribadendo che per coerenza lui voterà Sì. Ma, intanto, durante la campagna elettorale, anche per le Regionali, risulta che del referendum abbia fatto un cavallo di battaglia? Chiaramente no. Piena come è la Lega di elettori e militanti che hanno già da tempo scelto il “No” come no innanzitutto politico al premier Conte, forse solo a un ingenuo o più probabilmente a qualcuno molto interessato a dare la vecchia lettura un po’ da telenovelas di un partito spaccato, non è chiaro che l’uscita di Giorgetti non può che esser utile a Salvini.

Soprattutto nel caso il “No” dovesse vincere. Che farebbe la Lega quel giorno, resterebbe ai margini senza metterci cappello sopra? Non a caso, la frase chiave di Giorgetti è “non facciamo un favore al governo”. Che potrebbe usare una vittoria del Sì come contrappeso a una cocente sconfitta alle regionali. Ma in quel caso la Lega e il centrodestra avrebbero ben altri trofei da esibire.

Il punto è che sembra di essere sempre di fronte a una sinistra, con i giornali “mainstream”, che vorrebbe scegliersi anche i propri avversari politici. Facendo “congressi” nel principale partito di opposizione. Senza chiedersi, come ha ammonito in tv Daniele Capezzone, perché Salvini abbia ancora così tanti consensi.

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