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Vi racconto cosa è successo al primo turno delle presidenziali in Cile

Argentina

Cile, la destra è in testa nelle elezioni presidenziali e legislative. Decisivo il ballottaggio destra-sinistra del prossimo 19 dicembre. L’approfondimento di Livio Zanotti, autore de ildiavolononmuoremai.it

 

Il candidato dell’estrema destra, José Antonio Kast, 55 anni, figlio di un immigrato tedesco ex ufficiale della Wermacht e fratello di un ministro di Pinochet, vince il primo turno e il suo partito conquista metà del Senato. Quello della sinistra, Gabriel Boric, 35, un leader studentesco imposto ai partiti dalle grandi proteste di piazza del 2019 che hanno portato all’abiura della Costituzione ereditata dalla dittatura militare, accede al ballottaggio del 19 dicembre prossimo distaccato di due punti, meno di 150mila voti, sugli oltre 7 milioni espressi (il 47% degli aventi diritto). Un candidato fantasma, con problemi giudiziari e rifugiato negli Stati Uniti, Franco Parisi, ha ottenuto il 13% partecipando alla campagna elettorale esclusivamente per via telematica. I 5 candidati moderati restano tutti esclusi.

Non basta una sola spiegazione a far luce completa sui risultati in buona parte sconcertanti del primo turno elettorale di domenica scorsa in Cile. La loro logica, tuttavia, appare riassumibile nella profonda frattura sociale, che è economica e culturale, determinata dalla pur innegabile modernizzazione del paese nei 30 anni di vita democratica seguita alla dittatura di Pinochet. Nel Cile-modello, orgoglioso della sua stabilità fondata però più sull’export che sulla crescita del mercato interno, l’11 per cento dei 20 milioni di abitanti soffre la fame e in misura analoga si è estesa la precarietà del lavoro. È la recente denuncia di Latinobarometro, il maggior istituto di statistica attuariale del subcontinente. E i partiti che fino al 2019 controllavano le istituzioni perdevano milioni di iscritti, distaccandosi dalla realtà viva del paese, che pur continuavano a rappresentare.

L’esplosione della pandemia di Coronavirus ha spostato l’attenzione da questa crisi latente, ma con ogni probabilità drammatizzandola ulteriormente. Nel dissesto di sistema che vive la politica in America Latina (e nell’Occidente tutto, di cui è non solo geograficamente estrema propaggine), il Cile si propone adesso come involontario modello della problematicità generale. Dal Messico all’Argentina, scendendo lungo i paesi dell’Istmo in Colombia, Venezuela, Brasile e infine in quest’ultima punta australe, si incontra una folla di candidati non del tutto nuovi alla politica tra i quali risaltano quelli di estrema destra, che recuperano un certo protagonismo mostrando profili singolari, tratti talvolta eccentrici, fuori dalle righe. Invariabilmente accomunati, però, in una fede ultra-liberista che per essere dichiaratamente assoluta presenta patenti e profonde contraddizioni con il pensiero liberale anche più conservatore.

A Buenos Aires, nel rinnovo del Parlamento di metà mandato, la settimana scorsa, è toccato a Javier Milei, 51, un economista ammiratore incondizionato di Milton Friedman e delle sue teorie monetariste che a partire dall’ultimo Novecento hanno riattualizzato quelle della scuola economica di Vienna (Von Mises, Von Hayek…). Eletto deputato, per la prima volta negli ultimi 40 anni porta nel dibattito congressuale un attacco radicale niente meno che al principe, junker e cancelliere Von Bismarck, in quanto inventore dello stato sociale ch’egli vagheggia di radere al suolo in Argentina con una campagna di privatizzazioni a tappeto. È la medesima idea dell’avvocato Kast, che si propone di fare altrettanto in Cile, contemporaneamente alla militarizzazione delle frontiere per bloccare l’immigrazione e a una radicale liberalizzazione del mercato del lavoro. Qualche commentatore scrive oggi che vuol mettere troppa carne al fuoco.

Sia pure con toni più perentori che concilianti, effettivamente la prospettiva del secondo turno lo induce in queste ore a rivolgere una richiesta di aiuto ai candidati del centro-destra sconfitti. Facendo loro osservare che nella recente storia elettorale cilena i candidati che hanno prevalso al primo turno hanno invariabilmente vinto il successivo ballottaggio. In questo caso, nondimeno, c’è una circostanza inedita. L’uomo forte del centro-destra, colui che dovrebbe quindi avallare il “tutti con Kast”, il Presidente uscente Sebastìan Piñera, imprenditore miliardario, lascia il palazzo della Moneda privo d’ogni autorevolezza, logorato dall’incapacità di gestire la crisi, anzi in pieno discredito. Scampato solo d’un soffio all’impeachment per conflitto d’interessi e provata violazione delle norme fiscali approvato dalla Camera e poi bloccato di stretta misura in Senato. E per quanto se ne sa, senza la minore simpatia per Kast, controverso anche in buona parte dell’establishment cileno.

Mentre l’estremismo di Kast sembra spingere verso il suo avversario, Gabriel Boric, il sostegno sostanziale della sinistra moderata e del centro democratico, tanto dei socialisti quanto dei democristiani della Concertaciòn e dei laici liberali. Oltre a sopire le residue insofferenze di quei comunisti che a luglio avevano visto con disappunto il loro candidato alle primarie della sinistra, il prestigioso Daniel Jadue, sbaragliato dall’indipendente deputato della protesta giovanile, capace di ottenere il doppio delle preferenze. L’esito del ballottaggio resta dunque un’incognita. Resa ancor meno decifrabile dalla frammentata promiscuità culturale oltre che politica venuta fuori dalla pancia elettorale della società cilena. La cui sorpresa clamorosa è stata quel quasi milione di suffragi in favore di un candidato assente, il titolare del “Partito della Gente” (come dire dell’Uomo Qualunque o meglio del Common people, visto che ha fatto tutto senza muoversi dagli Stati Uniti), Franco Parisi, fisicamente lontano 14mila chilometri.

Quest’anomalia (quel 13 per cento di voti è inoltre concentrato nei piccoli centri del desertico nord, alla porosa frontiera con il Perù, dettaglio su cui insistono maliziosamente vari commentatori), sommata alla massiccia diserzione dalle urne (ha votato meno della metà degli aventi diritto), ci pone di fronte a una dimensione culturale delle elezioni di domenica scorsa. È la spia dei turbamenti provocati dalle contraddizioni del suo modello di sviluppo in una delle società più avanzate dell’intero continente. Rivela che il pensiero razionale o per dirlo più facilmente il senso comune, frammentato in mille schegge dalla più invasiva comunicazione mediatica di massa mai conosciuta finora, sfugge all’orientamento delle legittime istituzioni. Per finire manipolato e riassemblato del tutto soggettivamente in vaste pieghe della società. Lutero ringraziò Gutemberg perché la stampa permetteva la diffusione del Vangelo; 5 secoli dopo, l’effetto allucinatorio della comunicazione alluvionale viene studiato come un pericolo sociale (Too much to know, Ann Blair, Yale Un. Press).

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