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Vi racconto chi è (e che cosa pensa) Aleksandr Dugin

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L’articolo di Luigi De Biase, già al Foglio, ora al Tg5, esperto di Russia ed Europa dell’est, autore della newsletter settimanale Volga

Ogni volta che qualcuno si prende la briga di portare in televisione un tipo come Aleksandr Dugin, su Twitter tira un’aria come se i programmi regolari si fossero interrotti di colpo e dal nulla la tv avesse cominciato a trasmettere la frequenza di un pianeta alieno. L’ultimo che ci ha provato è stato il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, che peraltro non ha mai nascosto l’interesse per il folklore russo (mi ricordo un’altra intervista, tempo fa, allo scrittore Limonov), e che seguendo quell’approccio ha scritto anche un libretto che ha venduto parecchio (“Putin, vita di uno zar”, per l’appunto, pubblicato da Mondadori). Le reazioni su Twitter e fuori da Twitter sono comunque giustificate dal fatto che su Dugin, negli ultimi anni, nel nostro paese, i giornali hanno investito tanto: lo hanno chiamato a seconda dei casi ideologo, filosofo, stratega di Putin, eminenza grigia del Cremlino, capo della propaganda russa in Europa. Per il suo contributo metafisico alla causa putiniana, a Washington e Bruxelles devono averlo anche inserito su una lista di soggetti colpiti da sanzioni, ma il fatto che circoli spesso dalle nostri parti significa che queste sanzioni non stanno funzionando bene. Bisogna dire che io, contro Dugin, non ho proprio nulla, anzi, ho provato a parlarci almeno un paio di volte a Mosca, ma ho sempre ottenuto più o meno la stessa risposta da amici e conoscenti ai quali ho domandato che fare per incontrarlo. La risposta base si articola su tre livelli. Primo livello: stupore (chi è questo Dugin?). Secondo livello: diniego (se devo essere onesto, non l’ho mai sentito nominare). Terzo livello: dileggio (non sarà per caso uno dei clown del naz-bol?). I naz-bol, per chi non lo sapesse, sono i seguaci del movimento nazional-bolscevico nel quale Dugin ha militato in gioventù, assieme a Limonov, il che mi ha sempre fatto sospettare che qualcuno in realtà conoscesse molto bene Dugin, ma che non desiderasse averci a che fare. Soltanto un collega molto in gamba alcuni mesi fa ha ammesso al primo colpo di avere presente l’oggetto del mio interesse, e di fronte a una tazza di caffè durante una partita dei mondiali dalle parti di Kitai Gorod ha ammesso candidamente: Dugin, Aleksandr Dugin, certamente, è l’ex marito di Zhenya Debryanskaya, leader del partito libertario e paladina del movimento LGBT russo! Ma quelli, dopotutto, erano gli anni Novanta.

Eccoli gli anni Novanta. Nell’enorme rave party a cielo aperto che si è consumato in Russia nel corso di quell’epoca con oligarchi, mafiosi armeni e droghe sintetiche, Dugin ha assunto tutto quel che si poteva reperire sul mercato nero dell’ideologia. Ha scritto di storia e di politica sui giornali Den’, Izvestia, Vremija Novosti e Nash Sovremennik, su Literaturnaija Gazeta, su Zavtra e sul suo supplemento Evrazijskoe Vtorzhenie; alla bulimica attività di pubblicista è seguita quella politica prima nel Naz-bol, con il quale ha partecipato alle elezioni a San Pietroburgo, ottenendo l’uno per cento e parlando alle tv locali durante la campagna con una maschera del dio Ibis calata sul viso; poi assieme ai comunisti di Zyuganov, al movimento Nuova Russia di Prokhanov e infine nei circoli conservatori vicini al generale Rodionov, che ha guidato per un anno il ministro della Difesa, nel ’96, e si è deciso a lasciare quando ha realizzato che avrebbe dovuto prendere ordini da un governo di civili, e per giunta liberisti. E’ lungo questa migrazione nel grande caos post-sovietico che Dugin ha messo insieme la sua teoria personale e allucinata della struttura russa (“Russkaija Vetsch”, dice il titolo di uno dei suoi libri), cucendo brandelli del Nomos della Terra di Carl Schmitt, studi esoterici compiuti da Shaykh Abdal Wahid Yahya e ricerche sull’oriente di Lev Gumijlev. Insomma, una versione elettrica delle tesi eurasiatiste elaborate settant’anni prima da Nikolaij Trubetskoij, alle quali Dugin ha contribuito con termini adatti ai tempi moderni (“Mесторазвитие”, ovvero il luogo dello sviluppo, “Apocalisse” e “Kali Yuga”), e con un approccio profetico, anziché scientifico, agli eventi che si succedono sulla terra russa, quella che il francese Alain De Benoist ha chiamato “metafisica dei punti cardinali” nel lungo colloquio con il nostro pubblicato alcuni anni fa anche in Italia (“Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica”, Controcorrente, Napoli, 2014, p. 49).

Che cosa sarebbe la metafisica dei punti cardinali di cui parla De Benoist? Qual è nel concreto il sistema di valori con il quale Dugin avrebbe portato a compimento mille anni di pensiero russo, dal principe Vladimir di Kiev a Konstantin Leont’ev? Per farsene un’idea basterebbe sfogliare “Continente Russia”, uno dei rari lavori che sono stati tradotti nel nostro paese, cosa niente affatto scontata perché la pubblicazione risale a un trentina d’anni fa e la casa editrice che se ne è occupata allora ha un approccio per così dire misterico al mercato (è la stessa della rivista Eurasia). Nel testo è scritto a lettere maiuscole che “l’autocoscienza dei popoli e delle nazioni tradizionalmente insediati sul territorio della Russia è in intima relazione con la geografia sacra specifica di questo territorio; nel complesso della geografia sacra le terre dei russi occupano un luogo centrale in virtù dell’antica logica delle corrispondenze astronomiche e astrologiche; il patriottismo russo riflette un destino di dimensioni cosmiche e non può essere paragonato al semplice nazionalismo di altri popoli” (“Continente Russia”, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 1991, pp. 29-30). Serve un esempio per capire meglio? Parlando della fine dei Romanov, Dugin sostiene: “Non fu per nessuna casualità che il regicidio ebbe luogo negli Urali, a Ekaterinburg, quasi sullo stesso sessantesimo meridiano che svolge un ruolo tanto importante non solo nella geografia sacra della Russia, ma di tutta l’Eurasia. Altro particolare interessante: uno degli assassini principali che eseguirono quella impresa sanguinosa, J. Jurovskij, nacque nella città di Kainsk, che tanto chiaramente ricorda il nome di Caino, il primo assassino della storia dell’umanità” (Ibidem, p. 28). Capito di che si tratta? A me ricorda i documentari di Rai Storia sulle SS gonfie di LSD. Questo è Dugin, parola per parola, quindi ho molta comprensione per chi si domanda come sia possibile che un ultra-razionalista e ultra-realista come Putin si faccia ispirare nelle decisioni dalla esotica filosofia duginiana.

E per quel che mi riguarda la risposta è molto semplice: non è possibile che Putin legga Dugin, che abbia contatti con lui, che cerchi appoggio nella sua ideologia, e non ci sarebbe neppure bisogno di ricordare che Putin e la Russia vanno nella direzione esattamente opposta a quella tracciata da Dugin, o che Dugin ha perduto negli ultimi anni persino la cattedra alla Facoltà di Studi sociali dell’Università di Mosca, per segnare la distanza fra il Cremlino e questo pensatore. In realtà basterebbe leggere quel benedetto dialogo con De Benoist per accorgersi che Dugin stesso descrivere Putin come un grande tecnico, come un mediatore, come un uomo che difende il paese e gli interessi nazionali senza sentirsi legato ad alcuna dottrina in particolare, come un politico che avrebbe scoperto i pensatori eurasiatisti suo malgrado e soltanto per rispondere alla minaccia atlantista (“Vladimir Putin e la grande politica”, p. 57). Ma si sa come vanno certe cose. Nel bel mezzo di uno scontro per la civiltà non c’è niente di meglio di un uomo con la barba folta, lo sguardo torvo e una folle visione del mondo per costruire l’idea di un potere grandioso e lontano, o per giustificare il confine che dovrebbe separare noi e loro. Come detto, io contro Dugin non ho proprio nulla, anzi, per vederlo di persona e per capire che cosa ha da dire una volta sono anche stato a un dibattito a Roma in cui per la verità ha parlato soprattutto un collega italiano con il quale a un certo punto mi è parso di comprendere che Dugin avesse molto in comune, ovvero Giulietto Chiesa. Ma credo in fin dei conti che quest’uomo con un passato eclettico, con pensieri eclettici e con amicizie eclettiche occupi in Europa e nel nostro paese semplicemente una casella nello schema automatico con il quale diversi giornalisti affrontano molte volte la realtà. Forse, se avessero visto le sue foto senza barba, sarebbero meno interessati alle sue profezie.

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