Mi chiedo se e quanto, poco, basteranno a soddisfare il pubblico ostile alla Meloni, rappresentata come in fuga continua dai giornalisti, le quasi tre ore, 180 minuti, da lei impiegate per rispondere alla quarantina di domande nella conferenza stampa ormai d’inizio d’anno. Dopo quelle di fine d’anno cui eravamo abituati quando i calendari -signora mia- si rispettavano di più, in qualsiasi condizione climatica o solo umorale.
Mi chiedo anche se e quanto, poco, critici, rosiconi, avversari e nemici irriducibili della premier abitualmente rappresentata come una mezza squadrista, torva nelle parole, nei gesti e nelle vene del collo quando sule su un palco per un comizio, o replica in Parlamento nelle discussioni che non può evitare, si siano accorti di quanta ironia, quasi da spettacolo di varietà, la premier sia stata capace parlando della voglia di lavorare, non gratis, col Fiorello televisivo. O del disinteresse opposto alle paure di vederla fra quattro anni al Quirinale, al posto di un Mattarella scaduto anche nel secondo mandato, dicendo: “So farmi “bastare il livello mio”. Che istituzionalmente è quello di Palazzo Chigi, ora o anche dopo le elezioni se le vincerà al rinnovo delle Camere. Fisicamente invece, e allegramente lo stesso, il livello d’altezza della Meloni è notoriamente di 163 centimetri, o un metro e 63 come di dice comunemente conversando sia nei salotti sia per strada nelle borgate. Un’altezza che non le procura nessun complesso.
Mi chiedo ancora se e quanto, sempre poco, gli “ottimi rapporti” vantati dalla Meloni con Mattarella, pure quando all’una o all’altra non capita di pensarla alla stessa maniera nella gestione di grandi o piccoli problemi, faranno desistere retroscenisti e simili, di opposizione mediatica o politica, dall’ immaginare e raccontare liti e crisi furibonde, quasi all’arma bianca, a rischio di tenuta degli stessi stucchi del Quirinale, o di questo o quell’articolo della Costituzione, materiale o reale che sia quella invocata dai facili allo sconforto o alla paura.
Mi chiedo se e quanto, sempre poco, varrà l’orgogliosa rivendicazione degli ottimi rapporti vantati dalla Meloni anche con i suoi due vice presidenti del Consiglio, il forzista Antonio Tajani e persino il leghista Matteo Salvini, a fare sospendere gli spettacoli, e o solo ridurne il pubblico, della premier che insegue entrambi come una gatta coi topi.
Vi risparmio tutti i passaggi di politica estera della conferenza stampa d’inizio d’anno per non allungare ancora di più l’elenco delle domande del mio scetticismo. O della mia diffidenza per come si pratica ormai il giornalismo politico in Italia, nella rincorsa -debbo riconoscerlo- di una politica di non altissimo livello: anche nella maggioranza, certo, ma ancor di più all’opposizione generosamente al singolare, alla quale la Befana non ha avuto abbastanza carbone da distribuire. Neppure ai magistrati sempre pronti a offendersi, rivoltarsi e minacciare quando la presidente del Consiglio ne lamenta gli ostacoli che, volenti o nolenti, con la loro larga discrezionalità negli interventi, diciamo così, frappongono all’azione sia del governo, con la minuscola preferita dalle opposizioni, sia del Parlamento, con la maiuscola dovutagli da tutti.




