Fra i dollari alla Groenlandia e i bombardamenti su Caracas non è consentito scegliere il male minore. A decidere sono sempre le superpotenze come gli Stati Uniti d’America secondo i propri interessi strategici o più spesso economici. Ma anche la Repubblica popolare cinese e la Russia di Putin hanno analoghe mire egemoniche. Dovunque siano giacimenti di petrolio, giacimenti di terre rare o altre preziose risorse naturali l’obiettivo è assicurarsene il controllo. Si può definire il colonialismo del terzo millennio e di sicuro non sarà meno dannoso di quello del passato. E forse, oltre a invocare il diritto internazionale contro l’espansionismo di Trump, è bene ricordare quanti e quali disastri hanno causato cinque secoli di imperialismo. Contribuisce ad averne memoria il giurista argentino Eugenio Raul Zaffaroni con il suo libro più recente: “Una storia criminale del mondo, Colonialismo e diritti umani dal 1492 a oggi” (Laterza, 248 pagine, 22 euro).
Lo scopo del saggio non è tanto una ricostruzione storica e cronologica degli eventi quanto piuttosto un’analisi critica del modus operandi delle potenze coloniali. Ma il risultato non cambia ed è comunque devastante. Sfruttamento e sottomissione dei popoli hanno significato un progressivo e costante genocidio. Scoprendo l’America nel 1492 Cristoforo Colombo di certo non prevedeva che cosa sarebbe successo dopo ma in soli trent’anni di dominazione spagnola la popolazione delle isole caraibiche si era ridotta ad appena mille abitanti. Il bilancio complessivo della colonizzazione nelle Americhe arriva tragicamente a circa 50 milioni di morti. Nessuno può dirsi esente da colpe. Sulla coscienza degli statunitensi pesa lo sterminio dei nativi. Lo stesso hanno fatto gli argentini con gli indios della Pampa. Quanto al Brasile è storia ancora recente la progressiva eliminazione delle tribù amazzoniche per impadronirsi dei loro territori.
Il pericolo da cui guardarsi è che oggi come già in passato ogni sopraffazione venga motivata da un millantato senso di superiorità: il ricco o il potente possono prevalere sul povero così come per secoli il bianco poteva dominare il nero. E leggendo il libro di Eugenio Raul Zaffaroni stupisce che a pensarla in questo modo non erano soltanto i mercanti di schiavi, i piantatori di cotone americani o i governi imperiali. Perfino un grande filosofo come Hegel arrivava a teorizzare l’inferiorità degli africani perché “nel loro carattere non v’è nulla che risuoni d’umano”. Certo oggi linguaggio e metodi del neocolonialismo sembrano diversi però il rischio è che i musicisti si siano cambiati d’abito ma la musica sia rimasta la stessa. E non c’è soltanto chi vuole la Groenlandia, Taiwan o il Donbass. Le isole Faer Oer chiedono da decenni l’indipendenza dalla Danimarca senza ottenerla. La Spagna si tiene stretti i suoi territori in Africa. Il franco africano ha tenuto sotto scacco le economie delle ex colonie di Parigi. In sostanza, al di là delle belle parole, ognuno cerca di conservare il proprio orticello senza pensare troppo ai diritti umani.






