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Tutte le sceneggiate sui vaccini tra Roma e Bruxelles

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La sceneggiata dell’Italia sui vaccini ha fatto scuola a Bruxelles. E non è una buona notizia. Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Premessa. Nessuna persona provvista di un minimo di buonsenso può sostenere che se nell’organizzazione, non proprio senza falle, degli approvvigionamenti di vaccini anti-Covid anziché la commissione di Bruxelles fossero scesi in campo solo i governi degli Stati-membri le cose avrebbero funzionato meglio. Al contrario, la corsa al vaccino si sarebbe trasformata ben presto in un incubo e forse nella disintegrazione di quel poco di Europa unita che si è ancora salvato dal riflusso verso pratiche intergovernative che da più di vent’anni erode ogni prospettiva di unione politica dell’Europa.

Resta il fatto che nel tentativo della Commissione europea di parlare e operare “in nome e per conto” dell’insieme degli Stati-membri c’è un oggettivo elemento di bluff che gli interlocutori della Commissione regolarmente “vedono” e che ogni volta mette in luce la strutturale fragilità della costruzione comunitaria, si tratti della Turchia di Erdogan o dell’industria farmaceutica globalizzata.

Nella vicenda dei ritardi nelle consegne del vaccino prima ancora che a Bruxelles il bluff è andato in scena a Roma, con lo spettacolo del duo Domenico Arcuri e Giuseppe Conte che, al primo annuncio dei ritardi, ha reagito, col tono del “lei non sa chi sono io” proferendo oscure minacce di azioni legali. Reazione che ha creato disagio perché ancora una volta “ci siamo fatti riconoscere” su un problema per il quale il confronto con quanto dicono, o soprattutto hanno la decenza di tacere, gli altri governi dell’Unione europea è automatico, e un minimo di compostezza non guasterebbe.

Qui in Italia, della voce grossa dei sedicenti governanti ci siamo fatti una ragione (basta pensare all’Ilva di Taranto con le reiterate minacce di trascinare Mittal in tribunale che si è visto come sono finite, per non parlare del Ponte Morandi e dei Benetton). Minacce e promesse sono le sole forme di “dialogo” con i cittadini, in ultima analisi l’unico schema di azione che il nostro ceto dominante (politico, burocratico e anche economico) conosca e pratichi, con l’entusiastico applauso della gran parte dei media. E i motivi sono due, sempre gli stessi. Anzitutto la coda di paglia governativa (che subordina ogni altra esigenze – in questo caso l’organizzazione della campagna vaccinale – alla propria promozione mediatica) e lo sforzo patetico di nasconderla a un’opinione pubblica che ha ben altro a cui pensare, e poi il fatto che promesse e minacce per definizione non sono smentibili (falsificabili, direbbe Popper), e quindi sono l’arma cui si può ricorrere impunemente anche se risulta stucchevole.

Questa volta però Arcuri e Conte possono se non altro vantarsi di avere dato la linea alla signora Ursula von der Leyen.

Mentre nei piani bassi del palazzo Berlaymont alti burocrati escogitano ingegnose formule che consentano di bloccare l’esportazione dei vaccini prodotti nella Ue dimostrando che in questo modo si rafforza il libero scambio mondiale (conciliare l’inconciliabile è la ben retribuita specialità degli alti burocrati di Bruxelles), la signora von der Leyen, ai piani alti, con fare spazientito e germanicamente determinato annuncia che adesso si farà trasparenza, una volta per tutte: “Capisco che abbiano difficoltà iniziali, ma vogliamo sapere perché non sono in grado (AstraZeneca, ndr) di adempiere a ciò che abbiamo stipulato”. E quindi chiede e ottiene la pubblicazione del contratto, che in diverse parti non secondarie però continua a essere coperto da “omissis”.

Anche la sceneggiata di Bruxelles è conseguenza del fatto che la presidente non ha saputo resistere, nemmeno su un argomento dannatamente serio come quello dei vaccini, alla tentazione di promuovere questa Unione europea e quindi se stessa, magnificando sui servizievoli media l’impresa “senza precedenti” di aver accentrato a Bruxelles i contratti per la fornitura di vaccini, facendo smodato trionfalismo e tenendo all’oscuro dei rischi e dei margini d’incertezza dell’operazione l’opinione pubblica, inondata invece di numeri di milioni di dosi e di miliardi di euro, mantenendo in ogni caso segreti i contratti firmati con le case produttrici dei vaccini.

Ora che emergono le prime crepe, anche a Bruxelles è stato individuato il capro espiatorio, che forse non sarà così facile costringere a espiare ma che ha una qualità preziosa, è un gruppo farmaceutico britannico, fa capo al solo Paese che si è permesso di uscire dall’Unione europea, ciò che ne fa il capro espiatorio ideale. Ma questa è un’altra storia. La storia di oggi è che l’Italia ha fatto scuola a Bruxelles, e non è una buona notizia.

Ma non dovrebbe nemmeno essere una sorpresa, a pensarci bene. Tra la signora von der Leyen e l’avvocato Conte c’è affinità elettiva: se il nostro premier agli esordi, non così lontani, della sua fulminante carriera politica, si è concesso licenze poetiche nel curriculum (ma ce ne siamo già dimenticati, perché noialtri italiani siamo buoni), la presidente della Commissione Ue è arrivata a Palazzo Berlaymont accompagnata da un sospetto di plagio della tesi di dottorato in medicina, ultimo exploit del suo ricco e variegato curriculum di studi universitari che spazia dall’archeologia all’economia fino, appunto, alla medicina. Chiamata a verificare l’accusa di plagio avanzata dal sito VroniPlag in modo molto documentato su diversi brani in 27 pagine (su 62) della tesi della dottoressa von der Leyen, la facoltà di medicina dell’università di Hannover nel 2015 ha concluso che erano stati trovati “errori”, ma non un “comportamento erroneo”. Sembra di capire, dal tenore del comunicato ufficiale dell’università, che la signora von der Leyen sia stata “assolta” per qualcosa che noi chiameremmo “assenza di dolo”.

D’altra parte, non è il caso di fare del moralismo: nella società dello spettacolo sul trono non possono che sedere gli attori, categoria di artisti estremamente vanitosa, come è noto.

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