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Chi sono i nuovi uomini della squadra di Xi in Cina

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Cina
L’approfondimento di Andrea Pira, giornalista di Mf/Milano Finanza ed esperto di Asia


Il vento dell’Est prevarrà sul vento dell’Ovest. Nel nuovo ordine globale sull’orlo di una guerra dei dazi tra le prime due economie al mondo anche le citazioni vanno lette con attenzione. Quella scelta dal presidente cinese Xi Jinping nel discorso di chiusura dell’ultima Assemblea nazionale del popolo aggiorna alla nuova era una delle frasi tratte dal Libretto rosso di Mao Zedong. Ma la Cina di oggi non è il Paese in lotta contro l’imperialismo del leader rivoluzionario comunista. Pertanto rischiano di essere azzardati i paragoni tra Mao e Xi, anche ora che le modifiche alla costituzione gli danno la possibilità di restare in carica oltre i due mandati previsti per suoi predecessori e che alte cariche dello Stato, come il presidente dell’assemblea parlamentare, Li Zhanshu, si rivolgono a lui con l’appellativo di Timoniere. Un timoniere che dovrà guidare la Repubblica popolare nel conflitto commerciale contro gli Usa di Donald Trump, affiancato da quello che di fatto è un gabinetto di guerra fatto a immagine e somiglianza del leader.

Come la Cina, nelle ultime settimane, anche le altre potenze si sono attrezzate, a partire dalla scelta di Trump di far fuori funzionari non allineati con la sua visione per sostituirli con falchi, mentre il plebiscito nelle presidenziali rafforzava la presa di Vladimir Putin sulla Russia e la Germania usciva da uno stallo politico durato mesi con la riproposizione della grande coalizione tra i cristianodemocratici di Angela Merkel e i socialdemocratici. L’accentramento del potere nella mani di Xi è un processo iniziato nel 2012.

La composizione della squadra di governo riflette l’apparente fine della gestione collegiale del potere che dagli anni Novanta vedeva il presidente e segretario generale del Partito comunista come un primo tra pari. La travagliata successione al duo Hu Jintao-Wen Jiabao e la necessità di legittimare nuovamente il Pcc agli occhi della popolazione, unite al bisogno, in giro per il mondo, di personalità forti al governo, ha fatto da acceleratore. Secondo in comando non a caso non è più il premier Li Keqiang, ma uno dei suoi nuovi quattro vice, Liu He, di 66 anni, la cui scalata nelle gerarchie è andata di pari passo con la progressiva e apparente messa in secondo piano del primo ministro.

Come responsabile del Gruppo guida per gli affari economici (guidato da Xi) l’economista formatosi ad Harvard si è occupato di temi un tempo prerogativa del premier. Di Liu si racconta che nel 2013, quando Xi lo presentò all’allora consigliere Usa per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, lo descrisse come una figura per lui «molto importante». D’altra parte si dice che i due siano amici d’infanzia. Più di recente è stato il nuovo vice premier a guidare la delegazione cinese al Forum economico mondiale, un anno dopo il discorso con il quale, sempre dal palco di Davos, Xi si fece alfiere della globalizzazione contro le minacce protezionistiche di Trump. E ancora nelle scorse settimane è stato sempre Liu a volare in missione a Washington per scongiurare l’imposizione di dazi, tornando però in Cina con la richiesta di ridurre il surplus commerciale verso gli Usa di 100 miliardi. Più che politico Liu è un teorico, sostenitore da tempo della necessità di portare a termine le riforme a lungo rinviate dell’economia e della finanza, garantendo maggiori aperture. Tesi che nei giorni prima della nomina a vice premier sono state rilanciate dal settimanale economico-finanziario Caixin in una serie di articoli che ne raccoglievamo il pensiero.

La pubblicazione è considerata vicina a Wang Qishan, ex zar dell’anticorruzione, che a 69 anni ha già maturato l’età della pensione. Nondimeno l’alto funzionario è stato promosso vicepresidente, cinque mesi dopo aver lasciato il comitato permanente del Pcc. Come responsabile delle azioni disciplinari che dal 2013 hanno colpito 1,5 milioni di funzionari, contribuendo a ripulire l’immagine del Partito, Wang è stato percepito come il numero due della nomenclatura. Il suo compito di censore è passato ora a Yang Xiaodu, messo a capo della nuove supercommissione di supervisione, organismo che potrà arrestare e interrogare membri del Pcc e impiegati del settore pubblico. In un ruolo cerimoniale come la vicepresidenza Wang potrà invece continuare a fare da raccordo nei rapporti con gli Stati Uniti e all’occorrenza, visti i trascorsi da banchiere, contribuire a mettere in sicurezza il sistema finanziario, altra priorità della dirigenza. Anche perché servirà solidità interna per affrontare l’eventuale conflitto sui dazi, del quale si occuperà il riconfermato ministro del Commercio, Zhong Shan, che da viceministro riuscì ad ammorbidire le posizioni di francesi e spagnoli sui pannelli solari.

Gli uomini preposti a tale compito sono due rampanti sessantenni: il neogovernatore della People’s bank of China, Yi Gang, e Guo Shuqing posto alla guida dell’autorità che accorpa la vigilanza sul credito e sulle assicurazioni. Con Liu He, il numero uno della banca centrale, formatosi sotto il suo predecessore Zhou Xiaochuan, vanta esperienze di studio e insegnamento negli Usa. E come il vice premier è fautore di riforme e in passato non ha risparmiato critiche anche severe alla gestione delle sofferenze. Con l’obiettivo, per dirla come Xi «di navigare verso la vittoria di domani promettente».

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