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Università senza libertà? L’opinione del prof. Gervasoni

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Esiste ancora libertà di parola, di insegnamento e di ricerca nelle università? Il corsivo del professor Marco Gervasoni

 

Esiste ancora libertà di parola, di insegnamento e di ricerca nelle università? Di solito, quando si comincia un pezzo con una tale domanda retorica, la risposta è negativa. Ed è questo il caso. Nelle università occidentali oggi i docenti difficilmente possono sentirsi liberi. Non lo possono coloro che si sentono vicini a posizioni etico-politiche conservatrici, reazionarie (che sono legittime), cattoliche non bergogliste, liberali classiche. Ma alla fine c’è da chiedersi se siano liberi anche i docenti che sposano la doxa dominante, se poi sentono di correre rischi nel caso dovessero metterla in discussione.

E’ ormai una tabe che infetta tutte le università occidentali, a cominciare dagli Usa e dal Regno Unito, tanto che Trump e Boris Johnson hanno minacciato di tagliare i fondi a quegli atenei statali che non consentono a docenti e a studenti lontani dal mainstream liberal-progressista di esprimersi. L’ex preside della prestigiosa Law School di Yale, Anthony Kronman, ha dedicato di recente un libro (The Assault of American Excellence, Simon and Schuster) al degrado delle università americane sotto i colpi della ideologia e di un sostanziale fanatismo, che le ha rese deserti in cui la sabbia è il conformismo più assoluto.

Chi pensava che al morbo potesse sfuggire la vecchia Europa era un ingenuo. E infatti puntualmente esso è arrivato nelle università francesi, tedesche, spagnoli e, buon ultime, in quelle italiane. Qui però il conformismo progressista e politicamente corretto si è subito conformato al genius loci. Quello di un’università in crisi non solo di ruolo e di proposte ma di finanziamenti, in cui prevalgono apatia e sconforto verso un sistema che tronca le carriere persino dei conformisti, figuriamoci di chi non segue il mainstream. Che è costituito da una sostanzioso blocco di potere post catto-comunista, che in passato il berlusconismo ha lasciato paradossalmente crescere senza fare nulla, a cui si è aggiunto poi, sulla scorta degli esempi anglosassoni, un nuovo ceto di docenti devoti del paradigma diversitario: femminismo, multiculturalismo, ecologismo fanatico, culto degli immigrati, dirittismo, cioè esaltazione di ogni pretesa delle più piccole minoranza spaccata per “diritti”.

Questa ideologia diversitaria si presenta come di rottura e «rivoluzionaria » ma in realtà è del tutto funzionale, secondo un classico processo marxiano di falsa coscienza, al blocco di potere che regge gli atenei e che è responsabile del loro sostanziale disfacimento. Essa è poi conformista in massimo grado, come si è visto proprio qualche giorno fa con l’incredibile decisione di alcuni atenei di chiudere per il venerdì gretista.

A chi non ci conforma a questo blocco ideologico vengono, in molti casi, revocati contratti di insegnamento, viene fortemente rallentata la carriera, sia attraverso punizioni nelle commissioni di abilitazione nazionale sia nelle graduatorie interne di avanzamento di ruolo. Fino a casi di tagli mirati e ad personam dei fondi di ricerca e persino al divieto di organizzare convegni su determinati temi ed argomenti.

Si possono continuare a definire universitari molti dipartimenti, di scienze umane ma anche di scienze dure, come si è visto con la recente fatwa contro gli scienziati «negazionsti» della «emergenza climatica? Non sarà il caso di cominciare a chiamarli madrasse?

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