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Coprifuoco: un’ora in più di sicurezza o un’ora in più di libertà?

Il corsivo di Paolo Rubino

 

Nel momento cruciale in cui l’Italia deve convincere il finanziatore Ue della bontà e appropriatezza del suo “business plan”, il governo è sballottato tra le forze politiche che lo sostengono dallo scontro sull’orario da cui deve partire il coprifuoco: le 22 per alcuni, le 23 per altri.

Questo dibattito sembra davvero meschino di fronte all’enormità del progetto di ripresa e resilienza post covid. Tutti gli Stati europei stanno presentando al finanziatore Ue i loro business plan. Se quello italiano richiama più attenzione di altri è solo perché è quello che richiede più finanza degli altri. Che l’Ue voglia investire in Italia più che altrove dovrebbe essere motivo d’orgoglio per gli italiani. Che di fronte a tale ambizione sia indispensabile che il piano italiano esprima una forte visione complessiva del futuro, oltre che una serie di progetti e di dati contabili, dovrebbe essere una sfida ambiziosa e motivante per il nostro paese e per la classe dirigente politica alla guida.

Perché, dunque, accanirsi l’un contro l’altro per un’ora in più o un’ora in meno di coprifuoco?

Il dilemma può essere visto attraverso le lente dell’utilità, due utilità contrapposte messe a confronto: più utile un’ora in più di coprifuoco, perché più garantista della sicurezza sanitaria o più utile un’ora in meno, perché più funzionale allo svolgimento delle attività economiche. In effetti, queste sono le ragioni esposte dalle opposte fazioni. E francamente, benché tali ragioni siano nobilitate dal supporto della scienza biologica in un caso, della scienza economica aziendale nell’altro appaiono davvero modeste se commisurate all’entità della scelta, 60 minuti, 360 secondi in più o in meno. Poco più d’un battito d’ali in cui alcuni commentatori arrivano a vedere lo scoglio insormontabile sul quale potrebbe infrangersi l’azione storica del governo.

Ma è davvero questo lo scontro in gioco, sicurezza sanitaria verso efficienza aziendale?

A ben vedere dietro questa misera dialettica c’è qualcosa di davvero enorme, capace sì di condizionare la visione futura dell’Italia e degli italiani. La pandemia ha generato una fioritura di lessici presi a prestito dal gergo militare e autoritario. Essa stessa, come fenomeno in sé, è stata da subito associata alla guerra. Il “distanziamento sociale”, espressione di per sé negativa della natura essenziale dell’uomo, definito da Aristotele “animale sociale”, è la linea strategica di fondo adottata in questa guerra. L’occultamento del volto con le maschere, silenziatore del linguaggio facciale, fondamentale per la trasparenza e la sincerità delle relazioni, è l’arma tattica imposta a chiunque. La delazione dei comportamenti non conformi è l’invito mobilitante alle masse, proprio come in guerra nei confronti delle spie e dei collaborazionisti con il nemico.

Il “coprifuoco” è il disturbante termine adottato da tutti che ricorda le imposizioni delle più spregevoli dittature alle proprie popolazioni. Le scene illustrate nei telegiornali da compiaciuti conduttori ed emozionati inviati di poliziotti e carabinieri mascherati che, all’interno dei supermercati, misurano meticolosamente con i loro cotton fioc la presenza di tracce del virus ricordano le scene dei film dove agenti della Gestapo o della Stasi esaminano brandelli di carte bruciate per ritrovare le sillabe probanti del nemico interno resistente.

Il buon senso ci spinge a leggere nel confronto sull’ora in più o in meno due opposte visioni della relazione tra lo Stato e i cittadini. Non è davvero la maggior sicurezza sanitaria di quei 60 minuti che spinge i fautori dell’ora in più di coprifuoco, ma l’idea che i cittadini siano degli immaturi minus habens bisognosi di una saggia eterodirezione dall’alto. Senza eccedere nell’associare la parte politica sostenitrice dell’ora in più di coprifuoco a Gestapo e Stasi, siamo di fronte agli stessi comportamenti richiesti delle buone borghesie, dalle “maggioranze silenziose” ai loro governi prima del maggio francese. Per compiacere quelle classi anziane decretarono la loro fine politica personaggi del calibro di De Gaulle e Nixon.

In Italia, per cercare un paragone, il più brillante degli allievi di De Gasperi, Amintore Fanfani, infranse se stesso contro il nuovo spirito del tempo. Non è casuale che le misure belliche di contrasto al covid abbiano minato e continuino a minare soprattutto i giovani, peraltro direttamente poco afflitti dal coronavirus. Che costoro, diversamente dai loro nonni degli anni ’60, sembrino scarsamente consapevoli di ciò, al di là di iniziative sporadiche, anarchiche e consumiste, insomma sostanzialmente bullistiche, è pure questione che meriterebbe attenta riflessione giacché una civiltà i cui giovani siano assopiti è inevitabilmente destinata al declino. Colpisce che, non solo in Italia, dovunque in Occidente, in questa pandemia, siano soprattutto i politici di destra a difendere le libertà e autonomie, insomma la maturità sociale dei cittadini e che, invece, quelli di sinistra si siano tutti ritrovati dal lato dei De Gaulle, dei Nixon, dei Fanfani. Sembra davvero di assistere al definitivo, irrecuperabile, sovvertimento dei paradigmi politologici secolari dell’Occidente.

La speranza è che biologi e aziendalisti non si prestino a supportare con meschini argomenti le faziosità politiche sull’ora di coprifuoco e che intervengano, invece, in questo dibattito i filosofi per aiutarci a capire la direzione verso la quale la nostra comunità si sta incamminando: un paternalistico regime autoritario soft o un’energica difesa delle libertà e delle autonomie che l’umanità occidentale, nella convinzione che ne goda da sempre, ha conquistato con fatica soltanto dagli anni ’60 del XX secolo, ancora una volta un battito d’ali nella lunga storia di questo pianeta.

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