Vannacci o non Vannacci, le opposizioni sulla politica estera, sul nodo cruciale degli aiuti all’Ucraina, escono sempre spaccate. Pd, Iv, Azione a favore, Avs di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli con i Cinque Stelle di Giuseppe Conte contro. La maggioranza di governo è compatta, la Lega tiene.
Il cosiddetto “terremoto Vannacci”, sui quali sono stati versati e continuano ad essere versati fiumi di inchiostro, si conclude a sera nell’Aula di Montecitorio con la solita foto del campo largo diviso. E questo dopo che il generale fuoriuscito dalla Lega di Matteo Salvini, di cui era uno dei vicesegretari, con una mossa considerata un po’ dal sapore Dc d’altri tempi aveva fatto dire dai suoi sì alla fiducia posta dal governo di Giorgia Meloni sul decreto Ucraina e un no al provvedimento in quanto tale. Un sì alla fiducia per restare nel perimetro del centrodestra e tentare con posizioni sempre più di estrema destra di eroderne i voti e un no per mantenere l’impegno contro gli aiuti militari all’Ucraina.
Nella prassi parlamentare, infatti, quando si pone la fiducia sono previsti due voti. Il generale quindi inizia con una mossa tattica non proprio semplicissima da spiegare a quella base che a suo dire gli chiede una “destra sanguigna”. E non da “sinistra slavata”. Nella Lega sorridono alle “contorsioni” generalesche, a quelli che il capogruppo di Montecitorio, Riccardo Molinari, bolla come “i trasformismi di Vannacci”.
Il “terremoto” che aveva fatto sperare la sinistra politica e mediatica in una seria crepa della maggioranza si conclude però al solito con il campo largo spaccato. La fiducia alla Camera sul decreto Ucraina alla fine passa con 207 sì. Compresi quelli dei tre deputati vannacciani, a cui seguirà il no al decreto che autorizza il prosieguo degli aiuti militari a Kiev. Provvedimento che viene approvato con 229 voti a favore e 40 contrari (quelli di M5s, Avs e vannacciani). “Un partito di destra come Futuro Nazionale sa bene dove stare” ma “non rinunciamo alla nostra identità”, spiega il generale. Che, in questo modo, non rompe con la maggioranza, ma si lascia mani libere. “Più che Futurismo di Marinetti è il trasformismo di Giolitti – attacca ironico – il capogruppo leghista Molinari -. È un buffo tentativo di salvare l’immagine, ma è chiaro che si sono contraddetti”.
“Noi rappresentiamo un partito orgogliosamente parte del centrodestra, che lo ha creato”, rivendica l’altro leghista, Paolo Formentini. Sintesi: il centrodestra di governo vota sì a fiducia e decreto; i tre vannacciani sì alla fiducia e no al decreto; Pd, Iv, Azione e Più Europa no alla fiducia e sì al provvedimento; da M5s e Avs doppio no a fiducia e decreto. E anche stavolta sono lontani gli stessi presupposti perché il campo largo, così diviso, a cominciare dai nodi cruciali della politica estera, possa rappresentare una credibile alternativa di governo. Niente di nuovo sul fronte delle opposizioni.



