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Tutto quello che c’è in ballo tra Cina, Italia ed Europa

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Il recente viaggio in Cina del vicepremier Luigi Di Maio ha riproposto il tema dei rapporti – sempre più intensi – tra il nostro paese e quello del Presidente Xi. Ne abbiamo parlato con Marco Marazzi, ideatore del think-tank Easternational e autore del libro “Intervista sulla Cina. Come competere con la nuova super-potenza globale”.

Avvocato Marazzi, cosa pensa della recente visita di Di Maio in Cina?

È importante dare continuità all’azione degli ultimi due governi che è stata assidua e tesa a sostenere le nostre aziende che vendono o cercano di operare in Cina. L’occasione della visita del Ministro dello Sviluppo Economico è stata la Shanghai International Import Expo, evento che ribadisce l’apertura al commercio internazionale da parte della Cina proprio in un momento in cui gli USA sembrano chiudersi. Una presenza italiana durante questo evento era importante. Ho letto poi che il ministro ha anche affrontato il dossier dell’esportazione dei nostri agrumi che incontrano barriere non tariffarie notevoli nella forma di vari requisiti fitosanitari. Come segnale quindi la presenza di un ministro è stata importante. Mi preoccupano però altre dichiarazioni fatte durante la precedente visita in merito alla prossima firma di un Memorandum of Understanding con la Cina sul progetto Belt and Road Initiative (Nuove vie della Seta).

Quali?

Sebbene alcuni paesi dell’Est Europa abbiano firmato tale Memorandum, i nostri più tradizionali partner europei hanno espresso riserve sulle implicazioni economiche e politiche del progetto BRI che sembra favorire soprattutto aziende cinesi. Sarebbe bene non ignorare queste preoccupazioni e cercare invece di impostare il rapporto con la Cina sulla BRI su un piano più paritario. La Cina parla frequentemente di progetti “win-win” e di apertura ma all’atto pratico diventa difficile veramente assicurare un campo di gioco equo per le imprese straniere, incluse senza distinzione anche quelle italiane. In tal senso è importante sostenere gli sforzi che la Camera di Commercio dell’UE in Cina sta facendo da anni per garantire un migliore accesso al mercato locale per le imprese europee e soprattutto quelli della Unione Europea che, oltre ad avere – ricordiamocelo – competenza esclusiva in materia di trattati commerciali, sta cercando di negoziare un accordo bilaterale sugli investimenti con la Cina da anni. Negoziato difficile che richiederebbe tutto il nostro incondizionato supporto.

Che consiglio darebbe alle nostre aziende che vogliono investire in Cina?

Le aziende italiane tradizionalmente sono state meno presenti di quelle di altri paesi europei con investimenti diretti nel paese. Rispetto alla Germania e alla Francia per esempio siamo indietro di decine di miliardi di euro di investimenti diretti. Il consiglio che darei è di puntare ad acquisizioni di società cinesi che hanno buone quote di mercato locale invece del tradizionale investimento greenfield (cioè creazione di nuove attività produttive o di servizi) anche perché in molti settori esiste una sovraccapacità produttiva locale che porta il governo a scoraggiare la creazione di nuova capacità produttiva. Detto questo, il paese è grande, la concorrenza locale forte, la media azienda cinese da noi sarebbe considerata una “grande azienda”. Quindi le PMI italiane devono crescere o fare rete per poter affrontare il mercato con investimenti diretti.

E alle aziende cinesi?

Alle aziende cinesi che vogliono investire da noi – e che mi capita di assistere frequentemente nella mia professione – direi invece di non preoccuparsi, l’Italia abbaia molto, ma non uscirà mai dall’euro né tanto meno dal mercato unico europeo. Quindi non c’è motivo di preferire Francia o Spagna a causa di questi timori, come purtroppo sta accadendo in maniera molto evidente negli ultimi 10 mesi. Vorrei però sottolineare che tra Italia e Cina, come tra Europa e Cina, esiste un problema di reciprocità: ci sono settori in cui l’investimento italiano non è consentito in Cina ma lo stesso tipo di investimento è consentito ad aziende cinesi in Italia. Di questo, di nuovo si sta occupando da tempo l’Europa attraverso i negoziati sull’accordo bilaterale sugli investimenti in quanto il problema riguarda tutte le aziende europee nella stessa misura.

Come impatta la guerra dei dazi tra l’amministrazione Trump e la Cina?

Ci sono tre tipi di conseguenze. La prima è per le aziende italiane che producono in USA beni che sono esportati in Cina e che vengono penalizzate dai dazi cinesi su prodotti americani in risposta a quelli di Trump. Questa probabilmente ha un impatto ridotto per le aziende italiane. La seconda va a vantaggio invece delle aziende italiane ed europee in generale: se i prodotti americani sono soggetti a dazi cinesi, si aprono spazi di mercato per prodotti analoghi italiani o europei. La terza è meno piacevole ed è il rischio di deviazione dell’export di prodotti cinesi colpiti dai dazi USA verso l’Europa. Quando ci saranno dati aggiornati per l’export Cina-Europa e Cina-Italia della seconda metà del 2018 (cioè dal momento in cui i dazi di Trump hanno cominciato a “mordere”) potremo verificare se questa deviazione è stata o meno significativa. L’altro problema è che la guerra commerciale USA-Cina si sta spostando anche al settore degli investimenti diretti reciproci, con l’amministrazione americana che negli ultimi 2 anni ha bloccato una dozzina di acquisizioni cinesi per motivi (a volte un po’ dubbi, mi lasci dire) di “sicurezza economica nazionale”, incluso in casi in cui la società acquisita non era americana. Questo è quanto è successo per esempio a Permaesteelisa, società veneta che stava passando di mano da proprietari giapponesi a cinesi.

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