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Tutti i prossimi passi dell’America su tassi, dazi, fisco e regole bancarie

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L’articolo di Marcello Bussi, giornalista di Mf/Milano Finanza, sulla politica monetaria, fiscale e commerciale degli Stati Uniti

Possibile che la crisi politica italiana possa avere effetti sulle decisioni della Federal Reserve in materia di tassi d’interesse? La prossima riunione del comitato di politica monetaria della Banca centrale americana (Fomc) si terrà il 13 giugno. Per quella data si spera che a Roma ci sia finalmente un governo o una data certa per le prossime elezioni. Il tutto potrebbe placare le ansie dei mercati. Ma è chiaro che la questione della permanenza dell’Italia nell’euro è venuta alla ribalta e la sua ombra potrebbe comunque allungarsi sui mercati.

COSA FARA’ LA FED

Secondo il Cme le probabilità che la Fed aumenti il costo del denaro il mese prossimo sono scese all’81,3 dal 90% della scorsa settimana. Come dire che il rialzo dei tassi è comunque dato per scontato. Si tratta di vedere, però, se entro la fine dell’anno ce ne sarà un altro. Scordatevelo, è il parere di Michael Kramer, fondatore di Mott Capital, secondo il quale l’incertezza agisce come un freno sull’euro, rafforzando di conseguenza il dollaro.

CHE COSA E’ SUCCESSO IERI

Ieri non è stato così perché i mercati hanno percepito, più o meno erroneamente, l’allontanarsi del rischio di elezioni a breve e così la moneta unica ha recuperato l’1% a 1,1651 dollari, ma è comunque dal novembre scorso che non stava sotto quota 1,17.

GLI EFFETTI DEL CARO DOLLARO

Il rafforzamento del dollaro, come ha sottolineato due giorni fa il finanziere George Soros in un allarmante articolo, sta provocando una fuga di capitali dai mercati emergenti talmente massiccia che, unita a una crisi in Europa, potrebbe provocare una tempesta perfetta sui mercati. Con queste prospettive, è chiaro che la prudenza consiglia la Federal Reserve di non accelerare il passo dei rialzi dei tassi d’interesse. Pertanto quello di giugno dovrebbe essere l’ultimo aumento dell’anno. Anche perché, nonostante le valutazioni da record nei mercati azionari, tra gli investitori permane il timore che l’espansione negli Stati Uniti possa essere giunta al termine, e che dunque si stia avvicinando una fase di recessione.

NESSUNA RECESSIONE ALL’ORIZZONE

Jeffrey Schulze, direttore e strategist degli investimenti di ClearBridge, ha analizzato i 12 fattori che anticiperanno l’arrivo di una recessione ed è giunto alla conclusione che questo rischio non esiste. «L’unico motivo di preoccupazione», ha osservato, «potrebbe riguardare i margini di profitto, attualmente quasi a livelli record: la riforma fiscale ha dato infatti il via a un altro boom dei margini per le aziende americane. Tuttavia è probabile che ciò rappresenti il picco del ciclo, a causa delle pressioni provenienti da fattori come l’aumento dei salari, l’inflazione delle materie prime e la maggior spesa per gli interessi».

GLI SCENARI E LE VARIABILI

Una situazione che «spesso segnala una futura recessione: questo perché in genere il management, per cercare di arrestare il declino dei margini, comincia a tirare la cinghia sia in merito ai nuovi investimenti che riguardo potenziali nuove assunzioni. Anche questa variabile, comunque, non presenta ancora caratteristiche da recessione, ma può semmai rappresentare un semplice monito alla prudenza».

LE PROSSIME MOSSE DELLA SEC

Ieri, infine, la Sec ha annunciato che si riunirà il 5 giugno per votare le modifiche proposte alla regola Volcker, un primo passo per dare alle banche più libertà nel commercio di titoli e derivati. Secondo alcuni osservatori questo potrebbe aprire le porte all’ingresso degli investitori istituzionali nel mondo delle criptovalute. Ma ieri il bitcoin languiva ancora sotto quota 8.000, a 7.308 dollari, in ribasso del 2%.

(Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza)

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