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Tutti i segreti di Pulcinella sulle armi in Libia

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Libia

L’approfondimento dell’analista Michela Mercuri, autrice del recente saggio “Incognita Libia”

Da pochi giorni è trapelata dalle pagine del New York Times la notizia del ritrovamento di quattro missili anticarro venduti dagli Stati Uniti alla Francia, rinvenuti a giugno in un campo delle milizie del maresciallo Khalifa Haftar nella città libica di Gharyan, nel sud di Tripoli. Più che di uno scoop, però, parlerei di un “segreto di pulcinella”. Qualcuno ha mai avuto dubbi sulle numerose armi provenienti da una pletora di Paesi stranieri che pullulano nell’ex Jamahiriya? Non è certo, tra l’altro, una storia nuova.

I LAUTI RIFORNIMENTI DI ARMI A GHEDDAFI

L’Unione Sovietica è stata tra i principali fornitori di armi al rais. Dopo un primo accordo nel 1974, il Cremlino consegnò a Tripoli, negli anni a seguire, migliaia di carri armati, mezzi blindati, cannoni ed elicotteri da combattimento. Anche l’Italia non fu da meno. Negli anni Settanta, durante la cacciata dei coloni italiani in Libia, in cambio della liberazione di alcuni italiani imprigionati, e della possibilità per tutti di rientrare in patria, ci impegnammo in consistenti forniture militari alla Jamahiriya. Anche la Francia vende armi a Gheddafi fin dagli anni settanta. Nel gennaio del 1970 Parigi stipulò un contratto con il governo di Tripoli per la fornitura di un jet mirage.

Fu l’inizio di un proficuo rapporto che, tra alti e bassi, è andato avanti per molti anni, nonostante le frizioni tra i due Paesi relative alla posizione anti-francese di Gheddafi nelle dispute africane, dal conflitto in Sierra Leone fino agli interventi di conciliazione in Darfour, Kenya, Niger e Mali.

LE RIVOLTE DEL 2011. NUOVI ARMAMENTI DALLA FRANCIA

Durante la guerra del 2011, voluta dalla Francia per far fuori il rais, Parigi non lesinò nell’invio di armi ai ribelli di Bengasi, armi che, peraltro, sono ancora in mano a molte fazioni libiche. Il 13 aprile del 2011 (dunque prima della morte di Gheddafi) Sarkozy aveva ricevuto in gran segreto il generale del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), Fatah Younis, ucciso a Bengasi in circostanze ancora poco chiare nel luglio 2011, per discutere di garanzie per le future commesse energetiche. In quella occasione il presidente francese avrebbe garantito a Younis addestratori militari ma anche lauti finanziamenti. Promessa in parte mantenuta visto che Sarkozy e Cameron avrebbero fornito ad alcuni gruppi libici il supporto di unità speciali, di stanza ai confini con l’Egitto, per assistenza e formazione. Le truppe avrebbero avuto anche l’incarico di supervisionare il trasferimento di armi e rifornimenti a i ribelli, cosa assolutamente vietata dalla risoluzione Onu del 1973. Il dubbio resta. Senza quelle armi i ribelli avrebbero così agilmente “fatto fuori” il rais?

IL QUADRO ATTUALE: UNA GUERRA CHE SI GIOCA SULLE ARMI (DEGLI ALTRI)

Oggi le cose non sono cambiate, ma si sono solo riadattate al nuovo contesto post-gheddafiano. In una Libia divisa in cui è in corso una guerra per procura tra potenze regionali e internazionali le armi giungono nel Paese in gran numero a sostegno dell’una o dell’altra fazione. E’ cosa nota. Perché scandalizzarci troppo? Gli americani vendono armi ai Sauditi e agli Emirati che le cedono alle forze di Haftar per portare avanti l’avanzata su Tripoli in chiara violazione dell’embargo Onu nei confronti della Libia. Nell’elenco dei fornitori di armi non mancano certo i russi.  Estromessi dalla partita libica nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, sono rientrati in gioco a partire dal 2014 vendendo armi in Cirenaica con sofisticate triangolazioni commerciali, con la collaborazione dell’Egitto. Per non lasciare alcun dubbio sul ruolo russo nella partita di Hafar, va poi ricordato che, nel gennaio del 2016, dopo varie sortite a Mosca, il generale libico ha visitato la portaerei russa Admiral Kuznetsov, in rotta di rientro dalle acque siriane. Proprio in questa occasione, secondo quanto riportato da agenzie libiche, sarebbe stato riattivato un accordo, siglato nel 2008 ai tempi del regime di Muammar Gheddafi, per la fornitura di armamenti e sistemi di sorveglianza sofisticati russi per un valore di 2 miliardi di dollari. Dagli Emirati, poi, qualche anno fa è arrivata una fornitura di armi, munizioni e più di 1.000 nuovi veicoli per le forze di Haftar. D’altra parte la rapida avanzata dell’esercito del generale verso Bengasi non avrebbe avuto luogo se non con ingenti aiuti esterni dei francesi ma anche dell’Egitto di al-Sisi e per lo meno dei Sauditi e degli Emirati che, oltre a fornire armi, hanno funto da garanti sui pagamenti egiziani. Ma il problema non riguarda solo Haftar.

Da Doha, già dal 2014, giungono, indisturbati, aerei militari pieni di armi per rifornire le milizie islamiste di Tripoli.

La Turchia non è certo da meno. Nel maggio scorso circa quaranta veicoli blindati di fabbricazione turca sono sbarcati nel porto della capitale da un cargo di nome “Amazon”. Il mittente era il governo di Ankara, da anni schierato a favore del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Serraj perché le milizie a lui vicine, che controllano la città, sono legate alla Fratellanza musulmana.

LA DEBOLE DIFESA DELL’ELISEO. CHI È SENZA PECCATO SCAGLI LA PRIMA PIETRA

Tuttavia, questo stato delle cose non può e non deve giustificare il via vai di armi che arrivano in Libia, in violazione di un embargo, oramai solo di facciata. E così l’Eliseo, in maniera a dir poco rocambolesca ha abbozzato un minimo mea culpa, ammettendo l’esistenza di missili francesi nell’ex base di Khalifa Haftar, a Gharian, ma negando di averli forniti alle forze del generale. Tali armi sarebbero state in dotazione alle forze francesi, schierate a scopi di intelligence antiterrorismo in Libia. Una versione che fa acqua da tutte le parti visto che i missili sono stati trovati nella Libia occidentale ma le forze speciali francesi impegnate nelle operazioni anti-terrorismo erano di stanza nell’est, molto lontano da Tripoli, dove attualmente si concentrano gli scontri. Inoltre, i Javelin – questo è il modello dei missili rinvenuti-  sono estremamente sofisticati e vengono utilizzati contro mezzi blindati o elicotteri in volo a bassa quota. Difficile pensare che siano stati usati contro le jeep che i terroristi normalmente utilizzano.

Visto quanto sin qui emerso, è il caso di dire “chi è senza peccato scagli la prima pietra” ed è, per questo, plausibile che la questione si fermerà qui, lasciando impuniti i francesi. Si rischierebbe, viceversa, di creare un precedente economicamente e tatticamente molto dannoso per tutti gli altri attori che vendono o cedono armi alla Libia per portare avanti i loro interessi nazionali. Meglio chiudere un occhio e andare avanti così, sulla pelle dei libici e della stabilità di un Paese oramai allo sbando.

Qui il link al blog di Michela Mercuri. 

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