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Tutti i paletti di Weber (Ppe) sui prestiti Ue anti crisi agli Stati

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“Sostengo la proposta della Commissione ma i parlamentari e i commissari socialdemocratici pensano a denaro a pioggia”. Parola di Manfred Weber, potente capogruppo del Partito popolare europeo

 

L’ennesimo monito sull’utilizzo degli aiuti europei di Manfred Weber, il potente capogruppo del più forte rassemblement politico del parlamento europeo (il conservatore Partito popolare europeo), arriva nel giorno di apertura degli Stati generali in Italia, ma questa coincidenza, stavolta, è davvero casuale. Lo spunto è dato piuttosto dall’avvicinarsi del Consiglio europeo in videoconferenza, che il prossimo 19 giugno discuterà la proposta della Commissione sul Fondo per la ripresa e il bilancio Ue. Sul piatto i 500 miliardi di euro a fondo perduto e i 250 miliardi di prestiti con cui l’Unione Europea intende aiutare i suoi membri a ripartire economicamente dopo la pandemia.

Le osservazioni di Weber, affidate nell’ormai consueto formato dell’intervista collettiva a diversi quotidiani europei (per la Germania questa volta la Süddeutsche Zeitung), sono tuttavia un messaggio chiaro, l’ennesimo, a chi in Italia dà per scontato che la partita già chiusa: sia per quel che riguarda il volume complessivo degli aiuti che per le condizionalità che potrebbero accompagnarli. Più che osservazioni sono paletti, posti dall’uomo che pur avendo fallito l’obiettivo di diventare presidente della Commissione, occupa oggi una postazione decisiva, come è la conduzione del gruppo più forte del parlamento europeo.

STABILIRE SUBITO I TEMPI DI RESTITUZIONE DEI NUOVI DEBITI

Maggiori debiti sono inevitabili, sostiene Weber, “come cristiano-democratico non li amo, però al momento non c’è alternativa”. Ma i tempi della loro restituzione devono essere fissati subito: “Abbiamo bisogno di un piano serio per il rimborso dei debiti. Adesso, non alle calende greche”. Adesso per Weber (e per il Ppe) significa “nell’arco di tempo della validità del prossimo bilancio europeo, quindi al massimo nel 2026 o nel 2027”. C’è una giustificazione che richiama, in maniera più esplicita, quanto Ursula von der Leyen va dicendo da tempo e ha ripetuto nel suo video-discorso di apertura degli Stati generali romani: il programma è stato chiamato Next Generation, perché la ricostruzione post pandemica deve costituire un patto fra generazioni, non l’occasione per scaricare su quella più giovane gli oneri dei debiti odierni. Così Weber, che in quanto esponente partitico non farà sentire al sua voce a Villa Doria Pamphilj, precisa: bisogna fissare l’inizio delle restituzioni da prima che finisca il periodo di copertura del prossimo bilancio, perché “non dobbiamo scaricare i debiti alla prossima generazione. Sarebbe sleale, dobbiamo pensare la solidarietà in maniera intergenerazionale”. E poi aggiunge: “E siamo onesti, una vera restituzione può avvenire solo se l’Ue ottiene una nuova fonte di entrata”.

PIANO VON DER LEYEN SEGNALE IMPORTANTE

Weber sa che molti degli oppositori al piano della Commissione vengono dalle fila del suo partito. Fra gli Stati più ostili, i cosiddetti “paesi frugali”, ci sono molti governi guidati da partiti appartenenti alla famiglia del Ppe. È dunque il capogruppo che più di altri deve riuscire a trovare un equilibrio tra le richieste dei paesi mediterranei e le resistenze di quelli nordici (più l’Austria). La proposta della Commissione è ragionevole ed efficace, dice Weber, perché nessuno può oggi prevedere se vi sarà una seconda ondata pandemica e quanto drammatica sarà alla fine la crisi economica. “Non fare nulla non è un’opzione”, aggiunge il politico bavarese, anche perché “è in gioco il ruolo dell’Europa nel mondo”. La Cina ha ripreso le attività produttive, il potere viene ancora una volta redistribuito sul nostro pianeta “e io non vorrei dover constatare fra due anni che le imprese cinesi sono state le grandi vincitrici della crisi e quelle europee le grandi perdenti”. Il piano von der Leyen “è un segnale importante, l’Europa è tornata, la solidarietà è tornata”, proprio quella solidarietà fra gli Stati membri che era mancata al momento dello scoppio dell’epidemia.

I SOLDI NON VANNO SPESI PER GLI ERRORI DEL PASSATO

Ma più importante dell’ammontare del piano è capire come quei soldi verranno spesi: “I soldi non devono essere sperperati per gli errori del passato, ma vanno investiti per il futuro degli europei, per progetti comuni e non per coprire i buchi dei bilanci nazionali”. Su questo punto, Weber fa intendere che il confronto è ancora aperto, anche in seno ai partiti europei e che il Ppe non farà sconti a chi immagina condizioni lasche: “Sostengo la proposta della Commissione ma i parlamentari e i commissari socialdemocratici pensano a denaro a pioggia. Invece la solidarietà va a braccetto con la responsabilità individuale. Si può chiedere aiuto al vicino solo se si è pronti a prendere in mano da soli il proprio destino”. La battaglia sarà dura, tra i governi nel Consiglio europeo e anche nel parlamento.

AIUTI SOLO IN TRANCHE E VERIFICHE PUNTUALI

Sono in gioco somme enormi, prosegue Weber, “tutto può funzionare solo se c’è un controllo democratico”. Il meccanismo da adottare è rigido: gli aiuti devono essere erogati solo in tranche e la loro efficacia deve essere puntualmente verificata. Deve essere rafforzato il potere di controllo del parlamento europeo sul bilancio anche per poter meglio contrastare corruzione e sprechi: “Solo così possiamo giustificare le spese nei confronti dei contribuenti”. Con lo sguardo a quei paesi in cui le riforme di giustizia e media fanno temere derive autoritarie, come Polonia e Ungheria, Weber è altrettanto categorico: “La solidarietà si basa anche sui valori, l’Europa non è un bancomat ma un’unione di valori”.

La posizione di Weber non è nuova. Già qualche settimana fa, il capogruppo del Ppe aveva rilasciato un’intervista collettiva sostenendo che sull’utilizzo degli aiuti del Recovery Fund da parte dei singoli Stati fosse necessario un controllo da parte di organi europei, ma anche nazionali. E aveva aggiunto: “Lo dico chiaramente, non deve accadere che paesi come l’Italia o la Spagna utilizzino i miliardi del fondo per la ricostruzione per tappare buchi di bilancio o per pagare le pensioni. Ci vuole uno stretto controllo sul fatto che i soldi vengano spesi correttamente. Per questo è necessario definire in maniera chiara i progetti europei e rafforzare le strutture di controllo e vigilanza”.

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