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Tutti gli ultimi scazzi fra Trump e Biden. Il punto di Gambella

Biden Cina

Biden prosegue con la formazione della sua amministrazione ed attende di insediarsi come presidente degli Usa il 20 gennaio, ma rischia di iniziare il mandato come un presidente delegittimato dalle accuse dell’entourage di Trump e dalla resistenza degli Stati repubblicani. Il punto di Angelo Gambella

Un’America profondamente spaccata si presenta in questi giorni agli occhi del mondo attraverso la lite elettorale.

Negli Stati Uniti i media riferiscono, naturalmente con sfumature diverse, criticamente o in alcuni casi favorevolmente, delle sfide legali intraprese dagli Stati governati dai repubblicani e dal team legale del Presidente ancora in carica Donald J. Trump. In Italia è difficile parlare di un simile argomento. Abbiamo finora assistito all’adeguamento a “veline” unidirezionali: ha vinto Biden e tutti i proclami di Trump sono esagerazioni di un perdente che non può ribaltare l’esito della consultazione. In realtà gli Stati Uniti sono divisi: esiste un forte sostegno popolare e politico al Presidente uscente, che si propaga anche attraverso manifestazioni di strada, oltre che nei parlamenti e nei tribunali locali, per presunti brogli ed irregolarità.

I leader dei repubblicani in commissione parlamentare hanno rifiutato una risoluzione che intendeva riconoscere Biden Presidente (prima ancora che ciò avvenga da parte del collegio elettorale). Del resto anche il Segretario di Stato Pompeo, all’indomani dell’election day, aveva riferito che si andava verso una transizione con un’altra amministrazione Trump, il quale continua ad avere l’appoggio del vicepresidente Pence e dei leader del Grand Old Party, come il senatore Cruz e i capi di maggioranza al Senato e di minoranza alla Camera. Inoltre, numerosi membri della Camera dei Rappresentanti, saliti in ultimo a 126, hanno appoggiato la causa intentata dal Texas alla Corte Suprema.

Proprio questa causa, che la Corte Suprema ha rigettato senza entrare nel merito ma per difetto di legittimazione ai sensi dell’articolo III della Costituzione americana, ha profondamente diviso gli Stati e i territori degli USA.

Il Texas chiedeva di invalidare i risultati elettorali in quattro stati “campo di battaglia”, vale a dire la Pennsylvania, la Georgia, il Michigan e il Wisconsin dove il voto è tuttora contestato dai repubblicani (gli altri due sono l’Arizona e il Nevada). Il motivo fondante della causa è che solo i legislatori degli stati possono cambiare le leggi elettorali e non i funzionari delle elezioni o le cariche politiche, venendo così ad infrangere la costituzione federale e danneggiare, tra gli altri, i cittadini del Texas.

Il Procuratore generale del Texas è stato sostenuto direttamente da Missouri, Arkansas, Louisiana, Mississippi, Carolina del Sud e Utah attraverso la partecipazione con la presentazione di mozioni da parte dei rispettivi procuratori. Un totale di venti stati governati dai repubblicani hanno appoggiato la causa, inclusi Alabama, Arizona, Florida, Indiana, Kansas, Montana, Nebraska, Nord Dakota, Ohio, Oklahoma, Sud Dakota, Tennessee e Virginia occidentale. Lo stesso Presidente Trump è intervenuto in causa con proprio atto. Ai procuratori generali si sono aggiunti il governatore dell’Idaho e deputati, i rappresentanti del Senato e della Camera della Georgia contro il loro stesso Stato (appena 12 mila voti hanno separato Biden da Trump) e parlamentari della Pennsylvania contro il loro Stato.

Dall’altra parte si è formata una coalizione di procuratori democratici a sostegno dei quattro stati in causa, capeggiata dal Distretto di Columbia e che ha incluso California, Colorado, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, North Carolina, Oregon, Rhode Island, Vermont, Virginia, Washington e inoltre i territori di Guam e delle Isole Vergini Americane. Gli stati che non partecipano alla contesa si contano sulle dita di una mano.

Il rigetto della Corte è un duro colpo per il fronte di Trump che tuttavia riceve dai giudici Alito e Thomas i loro rilievi tecnici in dissenso alla pronuncia; avrebbero voluto che la causa fosse discussa nel merito.

Le iniziative legali proseguono attraverso due maggiori figure, quella di Rudy Giuliani – che ha fatto sapere di depositare in giornata ulteriori ricorsi nella maggior parte dei sei stati contestati – e quella dell’avvocato Powell, che ha presentato poche ore fa nuovi ricorsi alla Corte Suprema. Qualunque esito avranno queste iniziative, la continuazione dello scontro negli States è assicurato.

Lotte legali affiancate dalle udienze pubbliche che i repubblicani hanno ospitato e continuano a tenere nei parlamenti locali, talvolta in contrasto con gli stessi governatori del GOP, come in Georgia ed Arizona, dove sono stati effettuati riconteggi estesi o a campione (rispettivamente appena 12 mila e 11 mila voti consegnano la vittoria a Biden). La forzatura, che sarà presumibilmente tentata nelle prossime ore da alcune legislature, è di nominare i delegati (grandi elettori) in maniera autonoma senza contare il voto popolare contestato. L’obiettivo è chiaro: portare Biden dai 306 voti attuali sotto quota 270, quella che garantisce all’ex vicepresidente di Obama l’elezione; impresa piuttosto difficile per il partito dei conservatori americani.

Addirittura dal Texas qualche parlamentare ha suggerito la formazione di una nuova unione di stati in osservanza della Costituzione che reputano violata, quasi ad evocare una secessione, che attualmente sembra lontana dalla fattibilità.

Solo le prossime settimane, con il clou decisivo di gennaio attraverso le elezioni suppletive in Georgia per due posti di senatore e soprattutto la validazione dei voti del collegio elettorale, potranno dirci come finirà la contesa. I ballottaggi della Georgia sono di fondamentale importanza con una situazione attuale di 50 seggi a 48 per i repubblicani, che i democratici intendono assolutamente ribaltare con un pareggio; mentre la Camera dei rappresentanti ha conservato una maggioranza democratica nonostante un buon recupero in termini di seggi conquistati dai repubblicani rispetto alle elezioni di medio termine.

Joe Biden prosegue con la formazione della sua amministrazione ed attende di insediarsi come Presidente degli Usa il 20 gennaio, ma rischia di iniziare il mandato come un Presidente delegittimato dalle accuse dell’entourage di Trump e dalla resistenza opposta dagli Stati repubblicani.

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