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Tutti gli errori di May (e come andrà la sua successione)

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Theresa May

Theresa May si è dimessa da leader del partito Conservatore, dando ufficialmente il via alla battaglia per la sua successione. Il Punto di Daniele Meloni

Theresa May si è dimessa da leader del partito Conservatore, dando ufficialmente il via alla battaglia per la sua successione. Con una mossa prevedibile, May ha dichiarato che resterà a Downing Street fino a quando non sarà sicura che il prossimo Primo Ministro incaricato avrà la maggioranza alla Camera dei Comuni.

Il giorno dopo il disastroso esito dell’elezione suppletiva di Peterborough, dove i Tories sono arrivati terzi dietro al Brexit Party e al Labour – che ha così mantenuto il seggio nonostante il calo del 17% dei voti in suo favore – è giunto il momento che May ha cercato di procrastinare inutilmente nell’ultimo anno, nel tentativo di far sì che il suo Brexit Deal venisse approvato a Westminster.

Le macerie lasciate dal doroteismo di May peseranno sul futuro del partito e, più in generale, del conservatorismo britannico per anni. Difficile trovare un leader così poco efficace nella storia del partito che ha ottenuto più voti e più vittorie nella storia della democrazia. Nel recente passato solo William Hague e Iain Duncan Smith hanno espresso leadership più deficitarie di quella di May, assurta al ruolo di premier proprio per il suo essere incline al compromesso tra le varie fazioni dei Tories, divisi come non mai sul rapporto tra il Regno Unito e l’Europa.

Dopo aver vinto il leadership contest dell’estate del 2016, May non ne ha azzeccata più una. In opposizione all’elitismo di Cameron e del suo Notting Hill Set, l’allora neoleader giocò da subito la carta dell’unità, proponendosi – lei, remainer durante il referendum convertita a brexiteer riluttante subito dopo – come One Nation Tory, per un partito e un Paese che avrebbero dovuto “funzionare per tutti”. La mancanza di un pensiero forte alla base del “maysmo” – se così si può definire – ha fatto naufragare la sua premiership in compromessi al ribasso sempre più umilianti per lei e per l’Inghilterra, in un crescendo di sconfitte politiche e parlamentari che ne hanno distrutto la credibilità.

May ereditò da Cameron l’arduo compito di implementare la Brexit, ma anche la prima maggioranza parlamentare Tory dal 1992. Non contenta – anche per l’esiguo numero di seggi a suo vantaggio – decise di giocare la carta del voto anticipato nel giugno 2017, facendo una campagna mirata per ampliare il suo consenso, proponendosi come l’unica in grado di condurre un governo “strong and stable” – forte e stabile – per un’uscita ragionata dall’UE. Gli inglesi le risposero con una pernacchia, facendole perdere la maggioranza e costringendola a un accordo con gli unionisti nordirlandesi per restare in sella.

Da quel momento in poi, è stato un crescendo di sconfitte parlamentari sul suo Brexit Deal (ben 3), dimissioni di ministri dal suo governo, momenti di imbarazzo. Benché lo scorso dicembre il 1922 Committee dei parlamentari Tory le avesse rinnovato la fiducia, alla fine l’emergere del Brexit Party di Farage e i sondaggi negativi, l’hanno obbligata a fissare una data per l’addio. Troppo forte nei Tory il rischio di perdere le prossime elezioni, consegnare il paese a Jeremy Corbyn e perdere tantissimi seggi.

May ha respinto l’eredità pro libero mercato di Margaret Thatcher, e anche quella liberal sui temi sociali di David Cameron, senza proporre un modello alternativo di leadership e di Paese. Uscendo dall’Unione Europea il Regno Unito ha preso una decisione storica, che necessita di un profondo ripensamento intellettuale e strategico sul ruolo del Paese nel mondo. Questa introspezione non è mai stata all’ordine del giorno dei pensieri di May, troppo indaffarata a preservare se stessa per capire che gli inglesi le stavano voltando le spalle.

Come con Margaret Thatcher l’addio al potere si è consumato tra le lacrime, i tradimenti e gli ultimatum. Ma se la Lady di Ferro si è guadagnata il suo posto tra i grandi della politica mondiale del ‘900, lo stesso non si potrà certo dire per Theresa May da Eastbourne, seconda donna a ricoprire la carica, e, certamente, non l’ultima.

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