Teresa Coratella è analista dello European Council on Foreign Relations ed esperta di Europa orientale. Cosa ci dice la sconfitta di Orbán sulla possibilità che i leader autoritari possano perdere il potere, nonostante i tentativi di sottomettere media, magistratura e imprese?
La sconfitta di Viktor Orbán costituisce un vero punto di svolta per il processo democratico, non solo dell’Ungheria ma dell’intera Unione europea.
L’altissima affluenza alle urne, pari a quasi l’80 per cento dei cittadini ungheresi, ha rappresentato una vera chiamata al voto, finalizzata a sovvertire il sistema di corruzione, scandali e potere costruito da Orbán negli ultimi sedici anni.
Questo non significa, ovviamente, che la strada di Péter Magyar sarà in discesa o facile. Al contrario, il sistema costruito da Orbán — basato sul controllo e sulla sottomissione di media, magistratura e imprese — richiederà molto tempo per essere smantellato.
Si tratterà di un processo complesso, perché Magyar dovrà trovare un linguaggio politico efficace per spiegare ai cittadini le decisioni che verranno prese nei prossimi mesi.
C’è poi un fattore determinante: Orbán ha dichiarato che continuerà a lavorare per il futuro dell’Ungheria dall’opposizione. Che cosa significa questo? Quali saranno le implicazioni? E soprattutto, su quali alleanze potrà contare? Continuerà a cercare sostegno esterno da Paesi come Russia e Cina?
Sono domande chiave, che mostrano quanto Magyar non avrà una vita politica facile.
Anche in Polonia, nel 2023, è tornata al potere una destra moderata ed europeista guidata da Donald Tusk, dopo la fase del populismo conservatore del PiS. Tuttavia, l’eredità del sistema precedente non è svanita. Con quali conseguenze?
La Polonia è lo specchio in cui Magyar dovrebbe guardarsi. Non a caso, il leader ungherese ha dichiarato che la sua prima visita ufficiale all’estero sarà proprio a Varsavia.
Perché? Perché il caso polacco dimostra che elezioni democratiche che riportano al potere un governo moderato ed europeista — come accaduto nel 2023 — non sono sufficienti, da sole, a riportare un paese sulla rotta europea e al centro del protagonismo politico.
In Polonia, a distanza di tempo dalle elezioni, il premier Tusk incontra ancora difficoltà significative nello smantellare il sistema di potere e controllo costruito dai governi del PiS.
Queste difficoltà hanno conseguenze evidenti. I sondaggi mostrano che i cittadini polacchi non esprimono il livello di soddisfazione che Tusk si sarebbe aspettato.
Molte strutture ereditate dai precedenti governi restano in piedi, soprattutto per quanto riguarda lo stato di diritto e i diritti delle minoranze.
Si tratta di questioni ancora aperte, su cui Bruxelles mantiene un’attenzione costante.
Magyar dovrebbe guardare al modello polacco e imparare anche dagli errori compiuti da Tusk, in particolare nella gestione degli alleati di coalizione, che non sempre si sono dimostrati tali e che non hanno contribuito all’attuazione delle riforme annunciate durante la campagna elettorale.
Per questo motivo, Magyar dovrà prestare grande attenzione alle dinamiche interne e sviluppare una strategia politica capace di spiegare ai cittadini la necessità delle decisioni che verranno prese.
(Estratto da Appunti)







