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Tutte le partite (anche economiche) delle elezioni in Brandeburgo e Sassonia

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L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino sull’appuntamento elettorale tedesco di domenica 1 settembre

I sondaggi avvisano che nell’ultimo miglio della campagna elettorale in Sassonia e Brandeburgo i due partiti storici, Cdu e Spd, stanno riguadagnando terreno. E forse questo servirà a mettere il naso davanti ai nazionalisti di Afd e a salvare almeno l’immagine, la Cdu in Sassonia e i socialdemocratici in Brandeburgo. Ma quel che salterà agli occhi saranno però soprattutto le differenze con il voto precedente: Cdu e Spd lasceranno sul campo dai 5 ai 10 punti percentuali (a seconda delle due regioni) mentre Afd, che per la prima volta in elezioni regionali dovrebbe superare in entrambi i Länder la soglia del 20%, segnerà una crescita a due cifre.

I NAZIONALISTI DI AFD SULLA VIA PER DIVENTARE UN PARTITO DI MASSA NELL’EST

Per meglio decifrare i numeri degli aruspici, i nazionalisti si contendono il primo posto con l’Spd in Brandeburgo con previsioni attorno al 21%, sarebbero invece staccati di 6 punti dalla Cdu in Sassonia, ma sempre attestati al 24%. A Est diventeranno ufficialmente un partito di massa.

Quasi cinque milioni e mezzo di elettori tedesco-orientali lanceranno domenica l’ennesimo avvertimento di sfiducia all’indirizzo di Berlino. Cambieranno poco gli equilibri interni alle due regioni, vista l’indisponibilità di tutti i partiti tradizionali a intavolare trattative con l’estrema destra. E la probabile contemporanea avanzata dei Verdi, che dopo aver sbancato a Ovest cominciano a crescere anche a Est, compenserà il calo di Cdu e Spd e offrirà sponde governative alle due diverse coalizioni regionali (in Sassonia una Grande Coalizione a guida Cdu, in Brandeburgo un governo Spd-Linke guidato dai socialdemocratici).

IL GOVERNO DI BERLINO PROVERÀ AD ATTUTIRE L’AVVERTIMENTO ELETTORALE

Ma pure a Berlino il colpo dovrebbe essere schivato. Da un lato si prenderà tempo per attendere anche l’esito del voto di metà ottobre nel terzo Land orientale, la Turingia. Dall’altro i due partiti al governo nazionale non sono pronti per affrontare elezioni anticipate. L’Spd va al congresso a fine dicembre e non vorrà trovarsi una campagna elettorale nazionale fra i piedi. In più, il probabile nuovo leader, Olaf Scholz, vorrà avere un paio di anni di tempo per provare a invertire la rotta del suo partito. Dal canto suo la Cdu ha scoperto che l’erede della Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha bisogno di ulteriori rodaggi, ammesso che abbia davvero la stoffa per fare il leader di una nazione importante: andare oggi con lei al voto sarebbe un rischio troppo alto.

LA GRANDE DISILLUSIONE DELL’EST

C’è invece da interrogarsi sulla grande disillusione che si è impadronita della Germania orientale a trent’anni esatti dalla caduta del Muro di Berlino, tanto più che la Sassonia e in parte anche il Brandeburgo non raccontano solo storie di insoddisfazione. La prima in particolare è una sorta di Baviera dell’Est, con due grandi motori urbani come Dresda e Lipsia e insediamenti industriali già proiettati nell’universo dell’economia digitale. La Sassonia annovera i pochi campioni nazionali dell’Est, medie imprese capaci di imporsi non solo a livello nazionale come Jenoptik (fotonica integrata) e Böttcher (mobili). Sulle catene di montaggio di Zwickau, dove ai tempi della Ddr venivano sfornate le famose Trabant, la Volkswagen ha impostato la sua scommessa di riscatto sull’auto elettrica, ottomila posti di lavoro che dovrebbero garantire il rilancio dopo gli incubi del dieselgate. E anche il Brandeburgo può vantare il prestigio del suo capoluogo Potsdam, la città che strappa i tedeschi Vip a Berlino, mentre l’hinterland attorno alla capitale inizia ad accogliere artisti, hipster e fricchettoni in fuga dall’aumento dei costi della metropoli riunificata.

Eppure Dresda è assurta a simbolo di intolleranza, con le manifestazioni di Pegida contro gli immigrati che hanno scandito ogni lunedì la rabbia dei tedeschi contro le politiche di immigrazione della Merkel, mentre le statistiche sulle aggressioni agli stranieri hanno subito un’impennata. E sul piano politico crolla il consenso per i partiti che hanno gestito gli anni della riunificazione e cresce quello per la destra radicale, che nei Länder dell’Est si presenta per di più con i leader della componente più estrema: Andreas Kablitz in Brandeburgo, Jörg Urban in Sassonia e Björn Höcke in Turingia.

MANCA IL TRAINO DELLE GRANDI AZIENDE E L’ATTRATTIVA DEI CENTRI DI RICERCA E SVILUPPO

Nel dibattito pubblico nazionale torna di attualità il tema della Germania divisa e risuona l’interrogativo sul perché l’Est ragioni e voti diversamente dall’Ovest. Le tesi legate alla carenza di tradizione democratica o alla scarsa adattabilità al sistema capitalistico occidentale, in verità, non sono più esaurienti, trent’anni dopo. Alcune delle risposte si possono trovare semmai ripercorrendo il modo in cui si è sviluppata la vicenda della riunificazione all’est e anche incrociando i numeri attuali della demografia e dell’economia. E scoprendo, ad esempio, che nei nuovi Länder non è presente alcuna sede centrale di grandi imprese, né tedesche né internazionali, nessuno dei grandi consorzi quotati al Dax di Francoforte, nessun centro di ricerca e sviluppo, nessuna fondazione di ricerca economica in grado di riportare indietro i giovani. A trent’anni di distanza lo sviluppo economico dell’Est è ancora deciso altrove e altrove si studiano le tecniche dell’industria del futuro.

LA DEPRESSIONE DEMOGRAFICA E IL PARADOSSO DELLA MANCANZA DI MANODOPERA QUALIFICATA

Negli ultimi 25-30 anni, tre milioni e mezzo di tedeschi orientali, soprattutto giovani e donne, hanno abbandonato le proprie terre per migliori opportunità di studio e lavoro. Quasi tutti sono emigrati in Germania Ovest: una fuga di cervelli che ricorda quella drammatica del nostro Mezzogiorno. A questo si aggiunge l’effetto della grande depressione post-unitaria, il crollo delle nascite registrato negli anni Novanta in conseguenza dell’alta disoccupazione e della precarietà esistenziale. Le culle vuote di allora sono i posti di lavoro che non si riesce a coprire oggi. Perché poi il lavoro è in qualche modo tornato e gli imprenditori hanno difficoltà a rimpiazzare gli anziani che vanno in pensione. Uno studio del Land sassone stima che nel 2030 mancheranno 300 mila lavoratori dei 2 milioni attualmente occupati nelle aziende della regione. Un vuoto che si avvertirebbe anche a Ovest, se non fosse che lì vengono impiegati gli stranieri (soprattutto emigrati da altri paesi Ue), mentre a Est una strategia di questo genere è diventata difficile per l’ostilità della popolazione.

UNA CAMPAGNA PER ATTIRARE FORZA LAVORO DALL’ESTERO SI SCONTRA CON I SENTIMENTI ANTI-IMMIGRATI

Insomma l’Est rischia di avvitarsi in un circolo vizioso, proprio mentre l’intera Germania si infila in una fase economica incerta. Il mondo imprenditoriale orientale teme l’ascesa di Afd, la sua enfasi nazionalista e la sua ostilità verso gli stranieri. “È ormai un fattore noto che i successi dell’estrema destra pregiudichino lo sviluppo economico”, ha detto con sicurezza all’Handelsblatt Joachim Ragnitz, responsabile per la Sassonia dell’Ifo di Monaco. Da un lato preoccupa il calo degli investimenti diretti esteri: dal 2014 al 2017 in Germania sono cresciuti del 15%, ma nei Länder dell’Est solo del 3% e in Brandeburgo si è assistito addirittura a una diminuzione. Dall’altro, l’impossibilità di impostare una campagna di immagine per attirare manodopera qualificata dall’estero. La mancanza di forza lavoro può pregiudicare la crescita economica e riportare i nuovi Länder sulla strada del declino, ha scritto l’Istituto di ricerca economica di Halle (Iwh) in un recente rapporto. Un’immagine di apertura e tolleranza sarebbe fondamentale per attirare dall’estero investimenti e lavoratori, sostengono gli economisti, ma oggi a Est è il tempo del risentimento e del disinganno. Un dilemma che il voto di domenica renderà ancora più acuto.

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