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Tutti gli effetti energetici dell’accordo tra Cina e Iran

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Cina Iran

Il commento di Dorian Grey per Atlantico quotidiano sull’accordo strategico Cina-Iran

La Cina e l’Iran hanno annunciato, come ormai stranoto, di essere vicine alla conclusione di un accordo strategico, che includerebbe intese in ogni settore. Ad inizio giugno, il New York Times aveva pubblicato un documento di 18 pagine che sarebbe il testo dell’accordo tra Teheran e Pechino, la cui autenticità però è ancora da verificare. Un accordo che prevederebbe investimenti cinesi praticamente in ogni settore, compresi quelli relativi alla telecomunicazione e alla cooperazione militare, in cambio di sconti sul petrolio e sul gas iraniano, per un periodo di 25 anni.

Si discute sul significato politico di questo accordo. Per alcuni analisti e giornalisti, anche in Italia, l’Iran si è venduto alla Cina per ragioni legate alla gravissima crisi economica interna. Una decisione che, per la cronaca, ha suscitato anche il forte scontento di alcuni esponenti dell’establishment iraniano, tra cui l’ex presidente negazionista Mahmoud Ahmadinejad, che denunciano come il Paese sia destinato a diventare una provincia dell’impero cinese.

C’è però da dubitare, a nostro avviso, che un Paese con una tradizione imperiale come l’Iran, si venda ad un altro Paese imperialista come la Cina. Ma, soprattutto, c’è da dubitare in merito alla reale intenzione del regime cinese di farsi protettore della Repubblica Islamica.

Per Pechino, infatti, l’Iran può essere molto utile per ottenere gas e petrolio a basso costo, per realizzare il progetto della Via della Seta e per controbilanciare la politica americana nella regione. Allo stesso tempo, i cinesi non hanno alcuna intenzione di diventare gli americani o i russi del Medio Oriente. Né tanto meno hanno intenzione di inimicarsi le monarchie sunnite del Golfo, con cui hanno costruito relazioni negli ultimi quindici anni, per compiacere i mullah sciiti.

Ricordiamo che la Cina ha accordi di partnership con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ovvero i due principali nemici dell’Iran. Con Riad esiste una Commissione congiunta per i negoziati, che è co-presieduta direttamente dal principe Mohammed Bin Salman e dal vice premier cinese Han Zheng. Quanto agli Emirati, hanno nominato un inviato speciale del presidente per le relazioni con la Cina (Khaldoon al Mubarak), ricambiato dai cinesi con la nomina dell’inviato Yang Jiechi, uno dei principali dirigenti del Partito Comunista (è tra i 25 membri del Politburo del PCC cinese, con delega al controllo degli affari esteri, nonché ex ministro degli esteri della Repubblica Popolare).

Dunque, se Pechino ha deciso di dare questo rilievo politico alle relazioni con Arabia Saudita e EAU, pare difficile credere che sia ora disposta a mandare tutto all’aria per una definitiva scelta di campo in favore degli iraniani. È più plausibile che Pechino decida di mantenere il più possibile un approccio bilanciato tra tutti i contendenti del Golfo. Non a caso, mentre tutti parlavano di Cina e Iran, il 6 luglio si è svolta ad Amman (Giordania) la nona conferenza tra la Cina e il Forum di cooperazione tra gli Stati Arabi (CASCF). Un incontro che si svolge periodicamente ogni due anni e riunisce tutti i ministri degli esteri della Lega Araba.

Allora perché tutta questa attenzione all’accordo tra Iran e Cina? In fondo, l’annuncio della partnership strategica tra Teheran e Pechino risale al 2016, quando il presidente cinese Xi visitò l’Iran. Quella partnership però non si è concretamente rivelata un modo per Teheran per bypassare le nuove sanzioni americane, dato che la Cina le ha nei fatti rispettate pienamente (con forte delusione da parte iraniana).

Riteniamo che le ragioni siano almeno due: la prima ha a che fare con gli interessi cinesi, è l’obiettivo di Pechino di avere una pletora di scelte nella sua politica mediorientale, soprattutto per quanto riguarda il rifornimento delle risorse energetiche e la vendita di armamenti. Un pericolo, questo sì, davvero grande, soprattutto in vista della prossima cessazione, il 18 ottobre, dell’embargo Onu contro la vendita di armamenti alla Repubblica Islamica.

La seconda ragione è legata invece ad una scelta comunicativa da parte di Teheran. Dare questo estremo risalto all’accordo con la Cina, non ancora definitivamente firmato, e sapendo dell’opposizione interna, era probabilmente quello che la leadership iraniana voleva, per almeno tre motivi:

  1. spaventare l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump, prospettandogli una unione geopolitica tra Iran e Cina, che potrebbe estendersi alla Russia;
  2. spaventare l’altro candidato alla Casa Bianca, Joe Biden, allo scopo di prospettargli, come per Trump, una unione sino-iraniana e – in caso di vittoria – riportare gli Stati Uniti all’interno del JCPOA;
  3. usare la Cina per spaventare l’Europa, con l’obiettivo di portare l’Ue a mettere in moto ogni sorta di meccanismo per bypassare le sanzioni Usa e non sostenere la richiesta di Pompeo di rinnovare l’embargo Onu sulla vendita di armi a Teheran.

Possiamo quindi concludere che, per un verso, l’accordo tra Cina e Iran va preso molto seriamente, non solo perché approfondisce le relazioni tra due avversari dell’Occidente, ma anche perché, come suddetto, potrebbe innescare presto una pericolosa corsa alla vendita di armamenti tra Pechino e Teheran. Allo stesso tempo, la pubblicità data a questo accordo da parte iraniana è la dimostrazione dell’attuale fase di disperazione in cui versa la Repubblica Islamica e della efficacia della strategia di Trump contro Teheran.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it)

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