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Tutte le conseguenze dell’accordo tra Cina e Iran su petrolio e non solo

Cina Iran

Non solo petrolio. L’approfondimento di Enrico Verga sull’accordo commerciale e militare fra Cina e Iran

Il Covid-19 ha un poco oscurato le attività portuali e gli investimenti cinesi nel mondo.

L’accordo commerciale e militare tra Cina e Iran parla di un investimento del Dragone da 400 miliardi di dollari in 25 anni: 280 miliardi nel settore petrolifero energetico e 120 in altri settori quali 5G, infrastrutture portuali, logistica terrestre etc.. In cambio l’Iran s’impegnerà a vendere petrolio, gas e prodotti derivati a prezzi scontati alla Cina. I dettagli dell’accordo sono già trapelati e una “brutta copia” da 18 pagine scritte in persiano gira ormai da alcuni mesi.

Vale quindi la pena analizzare i singoli elementi e le potenziali ricadute sugli equilibri mondiali.

280 MILIARDI NEL SETTORE PETROLIO

L’Iran possiede riserve di energia fossile (petrolio e gas) pari se non superiori a tutti i paesi medio orientali. Con la guerra commerciale Usa-Iran, la repubblica medio orientale è sempre più spinta a cercare nuovi mercati per valorizzare le sue risorse fossili.

Le nuove elezioni di Biden non sembrano, per ora, spingere a pensare che vi sarà una veloce cambiamento nelle relazioni Iran-Usa.

Stante i dati disponibili sull’accordo, la Cina dovrebbe investire in questo settore circa 280 miliardi di dollari. Un investimento spalmato su 25 anni (parliamo di 11 miliardi di dollari di investimento medio annuale), come l’accordo di vendita di risorse fossili alla Cina da parte della repubblica iraniana. Sicuramente una cifra importante per l’industria energetica iraniana. Tuttavia non così sconvolgente se paragonata agli investimenti pianificati, per esempio, da Abu Dhabi (122 miliardi di dollari in 5 anni, quindi 24 miliardi annui circa) oppure dal Qatar (che per un solo singolo progetto, il Northen Field prevede 50 miliardi in 5 anni, 10 miliardi l’anno).

120 MILIARDI IN LOGISTICA, INFRASTRUTTURE, TRASPORTI E 5G

L’Iran possiede una delle più grandi flotte navali commerciali del mondo. Il Nict possiede (direttamente o indirettamente) circa 100 navi per il trasporto di petrolio e derivati. E tuttavia è una flotta decrepita. Una situazione simile vale per i porti: Kharg-Busher, Chabahar sono siti di logistica strategici ma le infrastrutture sono vecchie. L’investimento cinese in questo settore avrà impatto su questi due siti. Se su Kharg si può parlare di un miglioramento dell’infrastruttura la vera discussione ha luogo quando parliamo di Chabahar. Sito in prossimità del confine con il Pakistan, questo porto è stato vitale per la strategia (era embargo Iran-Usa di Bush-Obama) delle navi fantasma e la lotta delle assicurazioni. Per farla breve le navi persiane che uscivano da Kharg spegnevano i transponder per non farsi intercettare, ed arrivavano a Chabahr. Per far questo dovevano usare la loro assicurazione navale perché quelle occidentali erano state inibite dal poter coprire le navi persiana.

Fonte https://www.pmo.ir/en/portsandterminals/iranianports

 

Una volta giunti a Chabahar le navi scaricavano e delle piccole unità dal vicino porto pakistano do Gwadar caricavano e facevano la spola. Di qui il petrolio fluiva senza problemi a bordo di navi cinesi, indiane, giapponesi etc…

ARMI NE ABBIAMO?

Lo scenario di collaborazione militare vede l’Iran come un’ottima base logistica. Lo spiega bene Oilprice: unità militari aeree cinesi e russe potrebbero avere accesso agli spazi aerei iraniani senza limitazione. Egualmente avrebbero accesso alle infrastrutture iraniane per quel che concerne supporto logistico, rifornimenti e manutenzione. Gli aeroporti interessati da questo progetto sono Hamedan, Bandar Abbas, Chabhar, e Abadan. Stante la stessa fonte (oilPrice) le unità aeree dovrebbero esser e una versione modificata dalla Cina dei bombardieri a lungo raggio Tupolev Tu-22M3s, mentre i caccia sarebbero le unità multiruolo Sukhoi-5. Sul lato portuale le unità navali russe e cinesi potrebbero avere accesso ai porti in rifacimento Chabahar, Bandar-e-Bushehr e Bandar Abbas, in aggiornamento da parte di aziende cinesi. Una soluzione simile, per lato cinese, la possiamo già oggi osservare nel porto di Gwdar in Pakistan e di Doraleh in Djibouti, dove a fianco delle unità commerciali civili sono presenti spesso unità militari navali cinesi (nel caso del porto del Djibouti si parla della più grande base extra territorio cinese).

CINA E OBOR?

Gli investimenti cinesi, soprattutto per quel che concerne le infrastrutture e la logistica, sono, potenzialmente, più rilevanti per una alleanza solida tra Cina e Iran.

Il “gioco dei Porti” cinese è già storia: prima Doraleh in Djibouti e poi Gwadar in Pakistan hanno visto massicci investimenti. La Cina ha posizionato contingenti militari a guardia di queste nuove aree e rinnovato (meglio dire costruito da zero) sia scali commerciali profondi per uso container sia per liquidi e materiale secco.

In Iran il “gioco dei porti” si sviluppa tra la posizione di Jask e Chabahar: notiamo come una volta collegati alla rete diventano una perfetta area di “interdizione” per le navi non allineate.

Fonte

 

Bene inteso non si parla di guerra o aree di totale presenza cinese. Lo I.O.R (Indian Ocean Region) è un’area di troppo vasta perché una sola potenza nazionale possa governarla. Tuttavia la presenza dei cinesi a Chabahr e Jask possono essere un ottima roccaforte per monitorare i flussi commerciali da e per i paesi della penisola araba (con cui la Cina ha ottimi rapporti e dai quali acquista egualmente prodotti petrolieri e derivati).

I VICINI DI CASA CHE DICONO SULL’ACCORDO TRA CINA E IRAN

Pakistan e India non vedono di buon occhio questo progetto. Il più preoccupato è ovviamente la repubblica indiana. Il progetto portuale di Chabahar, che durante i precedenti embarghi petroliferi è stato l’asse di esportazione interno per il petrolio in uscita (con le navi fantasma vedi grafica precedente) verso il mondo è interesse da anni della repubblica indiana. Lo scenario di un accordo Cina-Iran mette alla porta gli indiani e i loro progetti (più modesti negli investimenti) per il sito portuale.

Se il gioco dei porti innervosisce l’India, non resta meno perplesso il Pakistan. Il grande progetto di corridoio economico sino-pakistano è una visione di amplio respiro, in termini storici: 2017-2030. Il progetto non include semplicemente il porto già menzionato di Gwdar. L’intera linea di approvvigionamento energetico prevede Gwdar come punto di entrata di materiali e risorse energetiche. Di lì, via ferrovia, risorse energetiche e materiali risaliranno tutto il Pakistan fino al confine cinese.

Fonte. Researchgate

Il Pakistan teme che il forte investimento cinese in Iran potrebbe far mancare solidità finanziaria ai molteplici progetti del CPEC.

REALISMO ECONOMICO

Di questo progetto resta tuttavia da discutere il realismo economico. Vi sono alcuni elementi che possono far dubitare che questi investimenti, in termini quantitativi, abbiano luogo.

Il primo aspetto è l’attuale pandemia. All’ultimo congresso del partito è stato reso noto che il dragone non ha definito obiettivi di crescita.

A questo si aggiunge che i preesistenti investimenti cinesi in Iran, negli anni passati, non sono stati così elevati: l’AEI parla di un totale di 27 miliardi di dollari tra il 2005 e il 2019. È improbabile che la Cina sia pronta a investire una simile cifra, pur se in 25 anni, su una singola nazione. È da ricordare che gli interessi cinesi, soprattutto in ambito energetico, sono egualmente estesi su tutto il blocco medio orientale.

In passato si sono anche registrati casi di “incompatibilità di business” tra gli imprenditori cinesi e iraniani.

Alcuni progetti hanno registrato forti ritardi o cancellazioni. Pensiamo ai campi petroliferi di North Azadegan oppure il caso della China National Petroleum Corporation (CNPC) in relazione ai progetti petroliferi di South Azadegan oil field nel 2014 e la sofferenza del progetto di estrazione dal giacimento South Pars.

GEOPOLITICA SPICCIOLA

I cinesi sono pronti, specialmente ora che arriva un nuovo presidente, a irritare alcuni dei loro clienti storici come gli altri paesi medio orientali?

La Cina ha investito nella zona economica speciale di Duqm, in Oman, circa 10 miliardi. Si è posizionata anche nello sviluppo del terminal di Kalifa, ad Abu Dhabi, con circa 300 milioni. A questo si aggiungo altri progetti nei porti di Hamad in Qatar e Madinat al Hareer in Kuwait.

ANCHE 40 MILIARDI VANNO BENE

Per quanto il Covid abbia rallentato tutto, l’accordo tra Cina e Iran, malgrado alcune voci lo diano per spacciato, è stato più volte riconfermato anche di recente con la visita del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif in Cina.

Resta da capire se l’investimento finale sarà di 400 miliardi. In verità, stante l’attuale scenario economico e infrastrutturale iraniano, persino 40 miliardi andrebbero bene. Un antico detto inglese (grandi amici della passata gestione iraniana del Palhavi) dice “beggars are not choosers” e gli iraniani non possono permettersi di scegliere in questo momento.

 

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