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Che cosa cambierà in Tunisia con il governo Mechichi

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Le ultime novità politiche in Tunisia analizzate da Giulia Cimini per Affari Internazionali

Lo scorso 2 settembre, il nuovo governo tunisino ha prestato giuramento presso il palazzo presidenziale di Cartagine. Dopo una seduta fiume di oltre 15 ore iniziata il giorno prima, la squadra di governo di Hichem Mechichi ha ottenuto la fiducia del parlamento, con 134 voti a favore e 67 contrari, superando abbondantemente la soglia minima richiesta dei 109 voti. Quello di Mechichi è il terzo esecutivo a insediarsi dalle ultime elezioni legislative di ottobre 2019, dopo le dimissioni di luglio di Elyes Fakhfakh, sotto accusa per un presunto conflitto di interessi.

Hichem Mechichi, 46 anni, indipendente, laureato in legge e formatosi alla prestigiosa Scuola nazionale dell’amministrazione (Ena) francese, è stato il primo consigliere agli affari legali del presidente Kais Saied e ministro dell’Interno nel governo uscente. Come Fakhfakh prima di lui, il suo nome è stato imposto dalla presidenza tra il malcontento degli schieramenti partitici.

TECNOCRATI VS POLITICI

In netta discontinuità con i governi precedenti, il nuovo esecutivo conta un minor numero di membri (25 ministri e 3 sottosegretari) e in prevalenza tecnocrati (giudici, accademici, dipendenti pubblici e dirigenti privati). Tecnocrati che, come ha ricordato l’esperto di affari tunisini Vincent Geisser in una recente intervista, sono del tutto “anonimi”, poco conosciuti al pubblico, ma anche a molti tra i loro stessi colleghi.

Si è voluto, in questo modo, sottolineare la rottura con la classe dirigente degli ultimi anni, sempre più invisa all’opinione pubblica, riprendendo, tuttavia, una “tradizione” di alti funzionari al governo tipica dell’epoca pre-rivoluzionaria. In questa circostanza, si ripropone più che altro l’equazione “competenze tecniche e amministrative” con “efficienza e successo”, in contrapposizione a una natura squisitamente “politica” ritenuta intrinsecamente litigiosa, divisiva e irrisoluta. Non che la classe dirigente abbia finora dato prova contraria, ma l’associazione tout-court andrebbe quantomeno vagliata caso per caso.

Nel suo discorso di insediamento, Mechichi ha sottolineato come il deteriorarsi della situazione economica nel Paese richieda la presenza di figure competenti capaci di intervenire rapidamente e fattivamente per trovare soluzioni alle sfide presenti, tanto più che la pazienza dei tunisini “è stata messa a dura prova” dalla perdurante instabilità politica.

DISILLUSIONE POPOLARE

Del resto, in occasione delle elezioni amministrative del maggio 2018, la campagna elettorale delle liste indipendenti, incentrata su una presunta natura “non politica” ma semplicemente “amministrativa” dei candidati e dei rispettivi progetti – alquanto generici nei loro programmi non diversamente da quelli dei partiti – ne aveva decretato il successo cavalcando l’onda della disillusione popolare. Una dinamica simile si era riprodotta con le presidenziali che, non a caso, avevano visto in testa due figure, Saied e il magnate dei media Nabil Karoui che, pur estremamente diverse, erano entrambe estranee all’establishment politico. E sempre più si sta imponendo l’idea che questa caratteristica sia di per sé foriera di miglioramento, non diversamente da tante altre realtà e contesti.

E ancora una volta il “cittadino-presidente” Saied, ha imposto la sua leadership senza cedere alle richieste del Parlamento, che premeva per un governo meno radicale nella sua esclusione di figure partitiche, espressione degli equilibri di forza in campo dopo le elezioni. In primis Ennahda, il partito maggioritario che, nonostante le reticenze iniziali e secondo un copione già visto, ha annunciato all’ultimo il supporto al nuovo esecutivo seppur con riserva. Stessa cosa per i suoi alleati in parlamento, soprattutto Qalb Tounes e la formazione islamista El Karama.

Intanto, già si vocifera di dissapori tra Saied e Mechichi per alcuni incarichi ministeriali invisi al presidente che avrebbe infine invitato a non votare la fiducia all’esecutivo proposto dal suo stesso incaricato promettendo di non sciogliere le camere. E in un ormai consueto botta e risposta a distanza, Saied è intervenuto per respingere le accuse al mittente, ribadendo la responsabilità del parlamento nella scelta del governo.

LE SFIDE ERCULEE DEL NUOVO ESECUTIVO

Nel breve periodo, la priorità dichiarata dell’esecutivo sarà frenare l’emorragia delle finanze pubbliche, riprendere la produzione di fosfati e di petrolio bloccata dalle recenti manifestazioni di protesta, riformare l’amministrazione tunisina e la lotta alla povertà.

Ça va sans dire, anche per questo governo, è di primaria importanza far fronte alle urgenze economiche e sociali, esacerbate dagli effetti della prima ondata della crisi sanitaria globale e relative misure di contenimento, che hanno vanificato le speranze di ripresa del turismo, settore trainante del’’economia tunisina, e visto aumentare il tasso di disoccupazione al 18 % in questo secondo trimestre.

A complicare il tutto, la recente crescita esponenziale dei casi accertati di Covid-19 e l’ennesimo attacco terroristico contro la Guardia Nazionale a Sousse del 6 settembre scorso a ricordare un pericolo strisciante nel Paese. Infatti, seppur su scala molto minore rispetto agli attacchi contro i turisti stranieri nel 2015 e all’assedio di Ben Guerdane, città di frontiera con la Libia, nel 2016, simili atti terroristici non hanno mai cessato di colpire le forze di sicurezza nel Paese.

E mentre le sfide economiche che attendono la Tunisia sono degne di una delle dodici fatiche di Ercole – come sottolineava il ricercatore della Brookings Sharan Grewal – non si arresta l’ascesa dei nostalgici e lealisti del vecchio regime. Dall’ultimo sondaggio dell’agenzia demoscopica tunisina Emrhod, è emersa infatti la costante ascesa del Parti Destourien Libre (Pdl), il partito di destra ultra-nazionalista e anti-islamista guidato da Abir Moussi. Il Pdl, guadagnando 8 punti percentuali rispetto allo scorso mese, si conferma al primo posto nelle intenzioni di voto degli elettori tunisini, incassando un 36 % di preferenze, con Ennahda che segue al 23 %. E proprio Moussi, “donna forte al potere”, segue nel gradimento il presidente Saied, aprendo a scenari tutt’altro che rosei per la democrazia tunisina.

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