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Trump, Friedman e il Garbo

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Il corsivo di Teo Dalavecuras non solo su Trump…

Una tradizione consolidata negli Stati Uniti vuole che il Presidente uscente, come ultimo gesto al momento di lasciare definitivamente – quanto meno da inquilino – la Casa Bianca il 20 di gennaio, lasci al suo successore una lettera personale con la quale augura “Buon lavoro”, “in bocca al lupo” o qualcosa di equivalente.

Anche Donald Trump si è attenuto a questa usanza. “Il Presidente”, ha dichiarato Joe Biden, “ha scritto una lettera assai generosa”. “Si tratta di una lettera personale”, ha aggiunto il nuovo inquilino dello Studio Ovale, “e non intendo parlarne finché non avrò parlato con lui. Ma era molto generosa”. Lo ha riferito la corrispondente della Cnn.

Non mi pare che questa dichiarazione da noi abbia suscitato attenzione ed è un peccato. In fondo i media mainstream il loro dovere per contribuire a abbattere l’immagine di Trump l’hanno fatto, perfino con eccesso di zelo. La lettera “generosa” di Trump poteva essere un’occasione per parlare, almeno una volta, non del cane che morde un uomo ma dell’uomo che morde un cane. Ma anche per riflettere su una differenza tra l’Italia e quasi tutti gli altri paesi del mondo: una differenza che ha un sapore antico e si chiama buona educazione.

Certo, si sta parlando “solo” di buona educazione, di “pura forma” (che in italiano è sinonimo di: “il colmo dell’inutile”). Se è però consentito utilizzare, fuori del suo contesto, la felice espressione del grande giurista e filosofo Natalino Irti, quella del “salvagente della forma”, la “pura forma” della buona educazione non è altro che quella risorsa che fa sì che di solito due pugili, quando scendono dal ring, smettono di prendersi a pugni. É la risorsa che insegna a saper vincere e a saper perdere, a fare prigionieri e a lasciarsi catturare, contrariamente a quel che prometteva Cesare Previti ai suoi tempi; che permette di capire che un compromesso non è necessariamente un complotto o un raggiro ma può essere, appunto, un compromesso. É, di conseguenza, quella risorsa che non basta certo a garantire vita perenne alla democrazia, ma senza la quale la democrazia intesa come regime che consente la gestione non violenta dei conflitti collettivi, non è neppure immaginabile (quanto poi alla “democrazia salvata” e alla “democrazia ritornata” di cui sono pieni i titoli dei giornali in questi giorni, confesso che come personificazione di un concetto mi sembra un po’ peggio della “Dea Ragione” di duecento e passa anni fa).

Quella della “maleducazione come scelta” è una sindrome ben nota di cui in fondo in fondo noialtri italiani ci compiacciamo e che, paradossalmente, se impedisce di comporre i conflitti di interesse senza generare ogni volta strascichi di odi insanabili (Renzi vs. nomenklatura Pd, per esempio) concilia benissimo la maleducazione con la piaggeria e con la retorica dell’eufemismo. Sicché è inutile poi piangere sul carattere deprimente del discorso pubblico in Italia: è la conseguenza di una maleducazione coltivata con perseveranza.

Quanto all’americano Alan Friedman e la penosa “battuta” su Trump che se ne va in Florida “con la sua escort”, non è un caso che da più di trent’anni l’Italia sia diventata la sua terra promessa.

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