Mondo

No, sul Transatlantico non può calare il sipario

di

Casellati Papetee

Il Transatlantico è il giornalismo politico e la sua storia. Ogni cronista politico parlamentare, soprattutto se di lungo corso, ha la sua e le sue storie da raccontare.

Transatlantico. No, non può calare il sipario. Inimmaginabile solo pensarlo.

Il Transatlantico è il giornalismo politico e la sua storia. Ogni cronista politico parlamentare, soprattutto se di lungo corso, ha la sua e le sue storie da raccontare.

Quel salone liberty antistante l’aula di Montecitorio è stato – e speriamo davvero che torni ad esserlo presto, con misure anti-covid che consentano anche ai cronisti di lavorare come ha scritto l’Asp in una lettera al presidente della Camera, Roberto Fico  – per 70 anni il luogo per eccellenza del giornalismo politico. Un po’ come la Questura o Palazzo di Giustizia lo sono per un cronista di nera e di giudiziaria.

Un luogo dove, sotto lo sguardo di controllo di professionalissimi commessi, come ha scritto su Twitter il quirinalista del Tg2 Luciano Ghelfi, cronista parlamentare di lungo corso, un giornalista ha sempre potuto avere o cercato di avere un approccio diretto, senza filtri, con i politici e gli esponenti di governo.

Ci sono professionisti del calibro di Giorgio Frasca Polara, che fu anche portavoce di Nilde Iotti, di Pasquale Laurito oppure di Francesco Damato, decani dell’Associazione Stampa Parlamentare, o del calibro dello scomparso Guido Quaranta, ritenuto il maestro del maestro del retroscena, ovvero Augusto Minzolini, e tantissimi altri colleghi noti e meno noti, che se si mettessero a contare i chilometri dei “passi perduti” li fatti via via negli anni arriverebbero a una ragguardevole cifra. I

l Transatlantico per un cronista politico è come l’aria, il pane quotidiano. Nessun Tg, nota di agenzia, sito online, i cui giornalisti peraltro sempre di quel luogo hanno bisogno come l’aria per lavorare, potranno mai esser sostitutivi, visti da lontano, della conversazione diretta, dello scambio di parole seppur breve e veloce, e a distanza di questi tempi, e sempre con il garbo e le regole che regnano in quel luogo, del cronista con i protagonisti di quella eterna “Commedia umana” oltre che politica che va in scena da sempre in quel salone, con i suoi divanetti. Chiunque lo abbia frequentato e lo frequenta potrebbe fare un elenco sterminato di articoli, su vicende cruciali, che non avrebbe mai potuto scrivere se non fosse stato lì. Articoli chiusi di corsa la sera per il quotidiano, dove però l’ultima battuta di qualcuno, che magari al telefono non ti avrebbe fatto, ti dava il senso di un’intera complicata giornata passata a tentare di raccapezzarci qualcosa.

Mi riferisco a momenti clou, come cadute di governi, smentite ufficialmente fino a poche ore prima, sulle quali già gli addetti ai lavori più scafati potevano però stando lì subdorare l’aria in anticipo. E scrivere, anche rischiando in prima persona con il proprio direttore il giorno dopo, un pezzo dove però ai lettori non si raccontavano frescacce della serie tutto bene madama la marchesa. E così mi riferisco a eventi nodali, come ad esempio la famosa cena del cosiddetto “patto della crostata” di casa Letta, passaggio decisivo della Bicamerale per le riforme costituzionali, snodo che per primo proprio in quel salone e dintorni intercettò Minzolini, editorialista de Il Giornale, ex direttore del Tg1, che si buttò nel rocambolesco inseguimento in motorino fino alla Camilluccia dell’auto di Massimo D’Alema e Cesare Salvi.

Per fare solo pochi esempi che mi riguardano, da ex inviato speciale di politica dell’Unità molti anni fa e poi di Panorama del Gruppo Mondadori, non avrei mai saputo in tempi utili per l’uscita del giornale della visita decisa su due piedi del presidente emerito Francesco Cossiga, la prima e ultima visita, a Bettino Craxi, ormai in fin di vita, a Hammamet, se non lo avessi appreso proprio in Transatlantico alle 5 della sera, con successiva corsa pazzesca verso l’aeroporto insieme con il collega Gianni Pennacchi, inviato de Il Giornale, scomparso ancora giovane alcuni anni fa, al quale è dedicata proprio una stanza della sala stampa di Montecitorio.

Ma se non fossi stata in quel luogo fondamentale per il nostro lavoro, avendo sempre un po’ interpretato il mio mestiere come cronista da “marciapiede”, insieme con tanti altri colleghi, senza aspettare le cose su piatti d’argento, non avrei probabilmente mai fatto la prima e unica finora intervista al presidente di Forza Italia, 4 volte premier, Silvio Berlusconi, per il giornale a lui più antitetico: L’Unità. Era la primavera del 1999, era stato eletto da pochi attimi al Colle Carlo Azeglio Ciampi. Dopo mesi che chiedevo l’intervista, incrocio nel salone il Cavaliere, provo senza crederci troppo: “Presidente, buongiorno, ma neppure oggi?”. Il Cav sorrise : “No, oggi l’intervista la facciamo”. Non avevo neppure il registratore con me e allora i telefonini, almeno il mio, non lo avevano incorporato. Cav fluviale, iniziai a prendere appunti su una scatola di cerini. Chiamai il direttore di allora, Paolo Gambescia, dal quale avevo ovviamente pieno mandato, che non ci credeva e poi si mise a scherzare :”Ecco, a te sì e a me no…”. Imprevedibilità del Cav.

Episodi di ieri ma episodi che anche oggi testimoniano come il Transatlantico sia come l’aria per chi voglia capire davvero che succede in politica. Per tornare ai nostri giorni, come poter districarsi nelle lunghe e convulse settimane trascorse prima della formazione del governo cosiddetto giallo-verde o più esattamente giallo-blu dopo le ultime elezioni politiche del 4 marzo di due anni fa, se uno non fosse stato in Transatlantico? Ovvero palcoscenico principe del passato e del presente anche dell’eterna “Commedia umana” della politica? Dove anche un silenzio, uno sguardo possono darti la notizia del giorno. E magari in anticipo.

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