Mentre Washington rafforza la propria presenza militare nel Golfo e Teheran ribadisce che non accetterà mai lo smantellamento completo del proprio programma nucleare, domani a Ginevra si apre il secondo round di colloqui indiretti.
L’Iran si dice pronto a compromessi concreti – a partire dalla diluizione dell’uranio arricchito – purché gli Stati Uniti discutano seriamente la revoca delle sanzioni. Sul tavolo, oltre al nucleare, ci sono anche possibili accordi energetici, minerari e aeronautici che potrebbero dare benefici economici a entrambe le parti.
Un segnale di distensione in un quadro che resta però carico di diffidenza e minacce reciproche.
Il fronte che resta caldo
La situazione tra Stati Uniti e Iran rimane sul filo del rasoio. Gli Stati Uniti hanno inviato una seconda portaerei nella regione e, secondo fonti di Washington, si stanno preparando a una possibile campagna militare prolungata nel caso in cui i negoziati fallissero.
Allo stesso tempo, l’amministrazione Trump sta stringendo la morsa economica. Come riporta Axios, durante un recente incontro alla Casa Bianca Trump e Netanyahu hanno concordato di “andare a fondo” per ridurre le esportazioni di petrolio iraniano verso la Cina, che assorbe oltre l’80% del greggio di Teheran. Una mossa che, se realizzata, taglierebbe drasticamente le entrate di cui l’Iran ha disperato bisogno.
L’apertura iraniana
In questo clima, le parole del viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi suonano come un’apertura significativa.
Intervistato dalla BBC, il diplomatico ha detto chiaramente che l’Iran è disposto a valutare compromessi sul programma nucleare “se gli Stati Uniti sono disposti a discutere la revoca delle sanzioni”.
Ha aggiunto che “la palla è nel campo dell’America per dimostrare che vuole davvero un accordo”.
Takht-Ravanchi ha citato come esempio di flessibilità la disponibilità di Teheran a diluire l’uranio arricchito al 60% – livello vicino a quello militare – in cambio della fine delle sanzioni.
Ha anche lasciato intendere che l’Iran potrebbe accettare di trasferire all’estero parte delle sue scorte di uranio altamente arricchito, come già avvenuto nel 2015, pur precisando che “è ancora troppo presto per dire cosa accadrà esattamente”
Cosa vuole Teheran
Le condizioni iraniane sono comunque nette. Come sottolinea la BBC, Teheran ribadisce tre “no” categorici.
Anzitutto, gli iraniani desiderano che la questione della arricchimento dell’uranio sia chiusa quanto prima e non venga discussa più. Il secondo luogo Teheran fa capire che il programma missilistico balistico non è sul tavolo: “I nostri missili ci hanno salvato quando siamo stati attaccati da israeliani e americani – ha detto Takht-Ravanchi – come possiamo accettare di privarci delle nostre capacità difensive?”.
In terzo luogo, per gli ayatollah i colloqui devono concentrarsi esclusivamente sul dossier nucleare, senza allargarsi al sostegno a gruppi armati nella regione o alla politica interna.
In cambio, però, l’Iran offre qualcosa di nuovo rispetto al passato. Come riporta Reuters, un alto funzionario del ministero degli Esteri, Hamid Ghanbari, ha dichiarato che Teheran vuole un accordo che porti benefici economici anche agli Stati Uniti: campi petroliferi e gas condivisi, investimenti minerari comuni, addirittura acquisti di aerei.
“L’accordo del 2015 non aveva garantito gli interessi economici americani – ha spiegato – questa volta deve essere diverso”.
Le richieste americane
Dal lato statunitense il messaggio è più articolato e, per certi versi, più esigente. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che Trump “preferisce la diplomazia”, ma ha anche ricordato che “nessuno è mai riuscito a fare un buon accordo con l’Iran”. Washington vuole chiaramente qualcosa in più del semplice congelamento dell’arricchimento.
Inoltre, come emerge dalle dichiarazioni di Rubio riportate dalla BBC, gli Stati Uniti insistono affinché l’accordo includa anche il programma missilistico, il ruolo iraniano nella regione e persino il trattamento dei manifestanti all’interno del Paese. Quest’ultimo punto è diventato particolarmente sensibile dopo la sanguinosa repressione delle proteste di gennaio.
Ginevra, tra speranza e scetticismo
Come scrive Reuters, domani a Ginevra, con la mediazione dell’Oman, si incontreranno le delegazioni, poco poco prima o poco dopo che avranno inizio i colloqui trilaterali sulla guerra in Ucraina. Per gli Stati Uniti ci saranno, tra gli altri, gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, la cui presenza è stata letta a Teheran come un segnale di maggiore impegno da parte della Casa Bianca.
I precedenti colloqui di febbraio a Mascate sono stati descritti da entrambe le parti come “più o meno positivi”, ma nessuno si sbilancia. Takht-Ravanchi ha detto alla BBC che “è ancora troppo presto per giudicare”, mentre Trump ha parlato di “segnali positivi” senza però abbassare la guardia.



