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Gratteri, Giorgianni e le stragi di Stato

Il corsivo di Teodoro Dalavecuras

 

Se era un’operazione di marketing, come verosimilmente era, il lancio del libro di Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni prefato da Nicola Gratteri non poteva riuscire meglio. Su Google, digitando “Giorgianni Strage” la prima della lista è la pagina di Amazon che ne promuove la vendita. Ovvio, diranno i “nativi digitali” che nulla sono tenuti a sapere della vita e opere di Michele Giorgianni, uno dei più grandi civilisti italiani del secolo scorso, deportato dai nazisti durante l’ultima guerra, riuscito a evadere e a proseguire la carriera universitaria e professionale che lo avrebbe condotto ai vertici dell’accademia e della avvocatura: chissà se Angelo è suo parente.

Il successo di questa campagna, che poi si vedrà se e quanto si tradurrà in copie vendute, è dipeso dalla scelta di chiederne la prefazione al procuratore Gratteri, una celebrità per tanti motivi tra cui i libri che è riuscito a pubblicare mentre profondeva un enorme impegno nell’esercizio della propria professione di magistrato, declinata in chiave di guerra alle mafie.

Che il magistrato oggi più esposto in Italia, candidato a una delle più ambite posizioni, quella di procuratore della Repubblica di Milano, firmi la prefazione di un libro che si intitola “Strage Stato” e parla di pandemia suona singolare, ma forse ancor più singolare è la circostanza che i media più autorevoli si dimostrino appagati dalla flemmatica “spiegazione” di Gratteri, che dice di aver accettato di presentare la “Strage di Stato” col meritorio intento di “sensibilizzare” sui rischi che la pandemia comporta in termini di opportunità di affari per le mafie. Sensibilizzare chi, lo si vedrà.

Tra i giornali in qualche modo rappresentativi dell’establishment, il solo che ha cercato di fare chiasso sulla vicenda è stato il Foglio, con articoli furibondi di Giuliano Ferrara, il pletorico, stilisticamente parlando, fondatore della testata, arrivato alla chiamata in correità (con l’accusa di omertà) nei confronti di una decina di suoi noti colleghi. Inutilmente.

In un tempo che ha fame di scandali e di polemiche possibilmente chiassose, e in un mondo, quello dei media, che di scandali e di polemiche campa (sempre più a fatica, certo) che “Strage di Stato” non riesca a fare esplodere nemmeno un petardo è obiettivamente curioso.

Anche se lo “scandalo”, diciamocelo, farebbe un po’ ridere. Ferrara, che da decenni ha messo in chiaro di considerare il giornalismo, né più né meno, “politica con altri mezzi” avrà sicuramente ottime ragioni politiche per cercare di montare lo “scandalo”, implorando querele, così come i suoi colleghi hanno, evidentemente, ottime ragioni contrarie per non vederlo (lo scandalo).

Noialtri comuni mortali non ci aspettiamo niente di diverso da ossessioni inquisitorie da un magistrato che di mestiere fa il Pm e lo fa da protagonista. Chi per mestiere cerca tracce di reati, coltiva cioè sospetti, e dedica le proprie energie mentali all’indefessa elaborazione di ipotesi incriminatrici, non può non nutrire interesse per scenari cospirativi.

Dov’è il problema, quindi, se un magistrato che domani potrebbe sedersi sulla poltrona di procuratore della Repubblica di Milano firma la prefazione di un libro che potrebbe essere complottista e negazionista? Forse nel fatto che certe propensioni, pur scontate, non dovrebbero essere esibite? Ma chi può escludere che un comportamento, diciamo così, molto estroverso, faccia parte della job description dei Pm dei casi delicati, com’è per definizione il capo di una procura come quella di Milano?

Dei tre “protagonisti” di questa storia (il Pm Gratteri, il medico Bacco e il giudice Giorgianni) il giudice è il solo dal quale sarebbe legittimo esigere discrezione e basso profilo, perché nessuno si sognerebbe di pretendere distacco e imparzialità da un Pm, né la si richiede necessariamente al medico (anch’egli portato a dispiegare lo strumentario degli esami previsti per “combattere” la malattia e applicare poi i conseguenti “protocolli” terapeutici, più che interessarsi al benessere e al malessere del paziente). Ma al giudice sì. Proprio la figura che in questa commedia marzolina, viene risparmiata, sostanzialmente anche dai fulmini e dalle saette di Ferrara.

Ciascuno ha la propria indole, si dirà, e se Giorgianni ha un’indole esuberante che lo porta a esternare e promuovere con foga le proprie non sempre convenzionali opinioni, questa non è una buona ragione per impedirgli di svolgere la professione per la quale possiede tutti i titoli richiesti. Sarà, ma non è questo il giudice che vorrei incontrare a Berlino, soprattutto se la pubblica accusa fosse sostenuta da un certo dottor Gratteri.

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