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Storia in Rete svela il bluff di Berlinguer sulla Nato, altro che strappo…

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer compì davvero uno strappo sulla Nato? Ecco come è andata davvero. La ricostruzione di Dario Fertilio per il mensile Storia in Rete, diretto da Fabio Andriola, che ricorda quello che scrisse lo storico Roberto Gualtieri, ora sindaco di Roma: “La nota intervista di Berlinguer sulla Nato non costituì in alcun modo un atto di rottura nei confronti dell’Urss…”.

Testi estratti dal mensile Storia in Rete (fondata e diretta da Fabio Andriola) da pochi giorni nelle edicola:

 

La Nato si offre agli Stati democratici dell’Occidente, oggi più che mai, come oggetto di desiderio. L’alleanza militare è balzata in un batter d’occhio, per uno dei colpi a sorpresa della storia, dallo stato conclamato di vecchiezza a quello riconosciuto di giovinezza problematica, difficile da gestire ma le cui esigenze sono impossibili da ignorare. Ma è singolare che la presa di coscienza sempre più stringente riguardo al ruolo globale della Nato non abbia richiamato alla memoria un altro scottante dibattito centrato sullo stesso tema, avvenuto mezzo secolo fa, eppure attualissimo: quello che ha avuto come protagonista negli anni Settanta l’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Infatti il celebre, presunto “strappo” da Mosca, da lui consumato in varie fasi, ebbe il suo momento topico con l’intervista concessa nel giugno 1976 al giornalista Giampaolo Pansa sul Corriere della Sera, in cui il leader comunista dichiarò di sentirsi protetto proprio dall’ombrello della Nato, e di rallegrarsi d’appartenere a un Paese occidentale come l’Italia, non condizionato nelle sue scelte politiche dagli obblighi oppressivi del Patto di Varsavia.

Se si ripercorrono le frasi pronunciate da Enrico Berlinguer con l’obbiettività da riservare alla Storia, e le si esaminano alla luce degli sviluppi successivi, non è difficile constatare che l’emozione generale suscitata da quelle dichiarazioni, apparentemente rivoluzionarie, si concentrò esclusivamente intorno alla supposta, definitiva scelta di campo occidentale da parte di Berlinguer. Venne invece trascurato il fatto che, nel resto dell’intervista, egli precisava di considerare la cornice atlantica come utile al Pci, perché gli garantiva senza interferenze esterne la costruzione indisturbata di una terza via italiana al socialismo, né socialdemocratica né filosovietica, ma ipoteticamente posta a metà tra le due, sull’esempio ideale – non nominato, ma certo ben presente – della Jugoslavia di Tito e della sua politica di non allineamento.

Tutto ciò, al momento, non sembrò importante ai commentatori, per via di quell’alone emozionale che accompagna certe svolte storiche, tale da far concentrare l’attenzione generale sul particolare più sorprendente di una scena, trascurandone l’insieme. Ciò che contava, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale di allora, era soltanto l’annuncio a sorpresa dello “strappo” avvenuto. Sicché il Pci, che recentemente aveva raggiunto in Italia il massimo storico dei consensi, poteva legittimamente aspirare al governo senza che il sistema democratico di un Paese occidentale come l’Italia, aderente alla Nato, dovesse considerarsi in pericolo. Ma se si esamina la questione con la lucidità dell’oggi, una volta posatosi il polverone mediatico e acquietatesi le emozioni, emerge una verità assai differente. Quello di Berlinguer fu in effetti un finto “strappo”, o piuttosto uno strappo preventivamente concordato, e approvato da Mosca. Anzi, ad essere precisi, si sarebbe dovuto parlare di una “ricucitura”.

E’ curioso che tra le tante dichiarazioni e citazioni che si sono affastellate, anche di recente, per sottolineare lo “strappo” di Berlinguer nella famosa intervista (firmata da Giampaolo Pansa) al “Corriere della Sera” del 15 giugno 1976, non ci sia stato neanche un “bah” dell’attuale sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Perché? Perché Gualtieri prima di darsi alla politica ha fatto lo storico ed ha studiato a lungo i documenti del Partito Comunista italiano conservati presso l’archivio dell’Istituto Gramsci, a Roma. Ed è lì che nell’ormai lontano anno Duemila, il poco più che trentenne Gualtieri scovò carte poi pubblicate dall’organo ufficiale del PCI, poi Ds (Democratici di sinistra), il quotidiano “L’Unità”. Gualtieri, senza mezzi termini, dichiarò nel maggio 2000 che: «La nota intervista di Berlinguer sulla Nato non costituì in alcun modo un atto di rottura nei confronti dell’Urss, né tanto meno uno scioglimento della doppia lealtà del Pci o una rinuncia al ‘finalismo’ implicito nell’identità comunista di quel partito». Sempre secondo Gualtieri «quell’intervista di Berlinguer che fece tanto scalpore non solo non urtò i dirigenti sovietici, ma li trovò d’accordo. Non fu, insomma, una sorta di pre-strappo, anzi avvenne al culmine della ricucitura post-’68, anno della condanna da parte del Pci dell’invasione di Praga». La “ricucitura” era stata avviata già nel 1971 in occasione del XXIV congresso del Pcus quando la delegazione italiana concordò «non solo un sostanzioso incremento del finanziamento sovietico, ma anche l’avvio di una revisione di posizioni di politica estera del partito che venne sollecitata da Amendola e Bufalini e che portò ad archiviare la richiesta di un’uscita dell’Italia dalla Nato. Mosca dava infatti una esplicita approvazione ai rapporti con gli Usa e all’accettazione dell’alleanza atlantica». La “svolta” di Berlinguer, oltretutto, stando ad alcuni documenti rinvenuti a Mosca, era stata attentamente monitorata dal Cremlino grazie ad un agente del KGB, un italiano, incaricato di sorvegliare espressamente il leader comunista italiano e che aveva il soprannome di “Viola” e “Vivaldi”. Era stato lo stesso potentissimo generale Evgenij Petrovič Pitovranov, il dirigente del KGB più ascoltato dal capo del servizio segreto sovietico Yuri Andropov a suggerire di rivolgersi per questo affare a “Vivaldi”, proprio perché, tra l’altro era stato infiltrato nella NATO. Il potentissimo Pitrovanov, che lavorava sotto la copertura di Vicepresidente della Camera di commercio e industria dell’URSS, racconta nelle sue memorie di avere optato per Vivaldi sia perché parlava abbastanza bene il russo, sia per il fatto che “Vivaldi” non condivideva pienamente la linea del suo partito volta allo strappo dal PCUS. Dopo essere stati informati da “Vivaldi” delle intenzioni di Berlinguer, sia Pitrovanov che Andropov decisero di adottare una posizione morbida, di evitare lo scontro, ma nello stesso tempo aumentarono i loro sforzi per seminare zizzania tra i tre leader “eurocomunisti” (Berlinguer, lo spagnolo Carrillo e il francese Marchais), da una parte, e tra Berlinguer e lo jugoslavo Tito dall’altra.

Questa realtà storica – già ampiamente provata dai documenti in possesso dell’Istituto Gramsci, e argomentata nel saggio firmato da Francesco Bigazzi e da chi scrive in “Berlinguer e il diavolo”, edito da Paesi (ne abbiamo parlato su “Storia In Rete” n. 178, febbraio 2021, NdR) – va inquadrata nel processo di riavvicinamento allora in corso fra il Pcus e il Pci, seguito al dissenso manifestato dagli italiani all’indomani della invasione della Cecoslovacchia (20-21 agosto 1968). Era stato in particolare il XXIV congresso del partito sovietico, nel 1971, a segnare l’avvio di una revisione della politica estera delle Botteghe Oscure, sollecitata da Amendola e Bufalini, e che portò ad archiviare la richiesta di uscita dell’Italia dalla Nato. In quella occasione, nell’ambito di una complessa strategia, Mosca aveva accettato la costruzione di un rapporto aperto e costruttivo fra Pci e Stati Uniti, compresa l’accettazione di far parte della Alleanza Atlantica.

In verità, il presunto “strappo” è da considerare fin dall’inizio come una semplice, abile mossa concordata dal campo comunista e ben eseguita da Berlinguer, certo suggestiva agli occhi della opinione pubblica internazionale, ma non tale da incidere sulla “doppia lealtà” sempre mantenuta dal Pci sia nei confronti dell’Urss che dell’Occidente. E nemmeno tale da mettere in discussione la finalità ultima del partito di Berlinguer: quella di allontanare l’Italia dal campo occidentale, sia pure gradualmente, senza ricorrere alla violenza né tanto meno all’insurrezione armata, anestetizzando piuttosto e marginalizzando l’opposizione attraverso la strategia del compromesso storico, e inoltre disseminando la società, l’economia e la cultura italiana di “elementi di socialismo”, delineando in un futuro lontano, vago ma non del tutto utopistico, la “fuoruscita” finale dell’Italia dal capitalismo. In parallelo, cambiavano nella forma ma non nella sostanza i finanziamenti illeciti da Mosca alle Botteghe Oscure: non più “verdoni”, cioè dollari fatti recapitare più o meno avventurosamente da incaricati sotto copertura, bensì profitti derivati dalla creazione di una fitta rete di società di comodo, nei cui contratti figurava sempre una percentuale occulta riservata al partito italiano.

Allo stesso tempo, proprio mentre Berlinguer prendeva più saldamente in pugno le redini del Pci e praticava il suo presunto “strappo”, si allargava la rete sovietica di spionaggio e influenza, in particolare all’interno dei media italiani. Il finto “strappo” costituiva, in fin dei conti, soltanto un tassello della strategia berlingueriana, che mirava a tenere un piede in Occidente e un altro a Mosca, pronto a bilanciarsi sull’una o sull’altra gamba in caso di necessità. Quasi una riedizione su scala globale di quella centralità goduta all’interno del partito, sulla quale il leader aveva costruito fino ad allora la sua irresistibile ascesa. Si trattava, naturalmente, di una scommessa temeraria, in parte velleitaria, che sottovalutava il contesto internazionale e sopravvalutava i successi elettorali del Pci, come del resto quelli strategici legati alla idea dell’ “eurocomunismo”, che non avrebbe mai potuto convincere del tutto Mosca. Ed essa ricadeva interamente sulle spalle di Berlinguer. Se il segretario fosse riuscito miracolosamente a camminare sul filo che collegava l’Est all’Occidente senza cadere, avrebbe compiuto un capolavoro di cui l’Urss avrebbe potuto certamente rallegrarsi, giacché le avrebbe spianato la strada verso la conquista del potere politico, e soprattutto economico, all’interno di un paese della Nato, senza dover muovere né un dito né un carro armato. Se invece, come già dall’inizio appariva più probabile, Berlinguer avesse fallito, l’Urss avrebbe avuto una disposizione un’arma decisiva cui ricorrere contro i partiti periferici ribelli: di fronte alla prova dei fatti, e alla sconfitta del leader del Pci, li avrebbe ricondotti pentiti, e definitivamente sottomessi, all’ovile di Mosca.

Ecco perché lo “strappo” rappresentò, di fatto, anzitutto, una precaria “ricucitura”con Mosca. E anche, allo stesso tempo, una scommessa consumata all’insegna dell’azzardo puro, con Berlinguer e il leader sovietico Leonid Breznev seduti al tavolo nel ruolo di giocatori in competizione. Una posta così importante in palio esigeva una raffinata ideologia di sostegno, e in essa Berlinguer disponeva di indubbie, speciali doti personali, ignote ai suoi compagni sovietici. Se infatti si analizzano le dichiarazioni successive allo “strappo”, si scopre che esso avvenne senza rinunciare, se non parzialmente, all’armamentario ideologico del marxismo-leninismo. Berlinguer si proponeva non di rompere con l’ideologia cui si era ispirata la Rivoluzione d’Ottobre, ma di purificarla e ringiovanirla, tornando alle sue origini non contaminate delle pratiche successive e liberticide del socialismo reale. In essa avrebbero trovato spazio, durante gli anni successivi, i suoi “pensieri lunghi”: motivazioni e temi destinati a far scuola nella sinistra italiana: giustizialismo, ecologismo, femminismo, pacifismo, anticapitalismo. Si trattava, in sintesi, di qualcosa definibile come “neocomunismo”: una ideologia senza precedenti storici e quindi tanto più carica di fascino utopistico, sebbene perfettamente coniugabile con la ipotetica “Terza via”.

Come si sia conclusa in seguito la partita giocata da Enrico Berlinguer, cioè a favore dei sovietici dopo il fallimento del compromesso storico e il rapido tramonto dell’eurocomumismo, è storia nota. Sappiamo anche che il “vincitore” – il regime sovietico -, non molti anni più tardi, si sarebbe trovato a sua volta nei panni dello sconfitto: in bancarotta e poi coinvolto nel tracollo finale del 1991. Il finto “strappo”, invece, avrebbe continuato ad alimentare sino ad oggi il mito eroico di un Berlinguer caduto sul campo ma profetico, padre del giustizialismo e dell’anticapitalismo di una parte della sinistra odierna, non a caso insofferente, e a tratti apertamente ostile, nei confronti della Nato. Lo sconfitto di allora, come dimostrano le recenti celebrazioni istituzionali e mediatiche in occasione del centenario della sua nascita, ne restituiscono nonostante tutto una immagine vincente. Ma se allarghiamo lo scenario e includiamo il presente della Nato, la faccenda assume tutt’altro aspetto.

Secondo un celebre giudizio di Karl Marx, la Storia che si è manifestata una prima volta come tragedia tende in seguito a ripresentarsi sotto forma di farsa. Tuttavia la condizione paradossale di cui oggi siamo partecipi, a proposito della Nato, fa venire in mente piuttosto il contrario: dichiarazioni e giudizi che a suo tempo pretendevano di interpretare e predire il corso degli avvenimenti si rivelano alla prova dei fatti poco più che battute di spirito, mentre la replica della realtà presenta un volto decisamente drammatico, se non tragico.

Basti pensare alla famosa dichiarazione del presidente francese Emmanuel Macron, pronunciata – per così – dire “l’altro ieri”, giusto nel 2019: «La Nato è in uno stato di morte cerebrale». Difficile immaginare una analisi più sbagliata alla luce del presente: l’Ucraina aggredita dalla Russia che implora (inutilmente finora) la difesa della Nato; Finlandia e Svezia che chiedono frettolosamente di entrarci per sfuggire a possibili incursioni dell’Orso russo; Stati baltici che ringraziano la buona stella per essere già protetti dal mitico articolo 5 del Trattato Nord Atlantico sull’obbligo di intervento in caso di aggressione a uno dei membri; la Moldova che si appresta a bussare per ottenere uno straccio di assistenza; la Slovacchia che, pur trovandosi entro le mura amiche, teme – in caso di sconfitta dell’Ucraina – di diventare comunque il prossimo bersaglio di Putin. Inoltre la Nato si profila, non solo in Europa – basti pensare alla Corea, al Giappone e in prospettiva anche a Taiwan – come punto di riferimento credibile a livello globale per le strategie degli Stati esclusi dalle aree di influenza delle dittature. D’altra parte, sul versante opposto, il fantasma della Nato e del suo allargamento offrono, ai suoi nemici e in primo luogo alla Russia, un pretesto essenziale per azioni militari preventive, sul modello della “Operazione speciale” condotta in Ucraina. Come se non bastasse, la funzione della Nato è argomento di dibattito, non solo teorico, riguardo al suo futuro, e in particolare intorno alla necessità di allargarne la sfera d’azione, andando oltre il suo statuto esclusivamente difensivo. E anche l’eterno auspicio di un esercito comune dell’Unione Europea deve fare i conti con questo convitato di pietra, cioè la solita Nato. Infatti si dovrebbe prima risolvere il dilemma legato alla duplicazione degli apparati militari e delle linee di comando, un progetto utopistico e costoso che difficilmente potrebbe reggere alla prova dei numeri: soldati da mettere in campo e risorse da investire.

Infine, sembra appartenere già a un’altra epoca la campagna polemica dell’allora presidente Donald Trump contro gli Stati europei riluttanti ad aumentare le spese militari fino al 2 per cento dei loro bilanci. Essi scaricavano il grosso delle spese per il mantenimento dell’Alleanza sulle spalle degli Stati Uniti – così lamentava l’allora inquilino della Casa Bianca – godendosi quasi gratis il suo ombrello protettivo. (Naturalmente dietro la richiesta traspariva il desiderio di alleggerire la presenza militare americana in Europa, considerata ormai marginale rispetto alla Cina e al Pacifico, secondo una analisi oggi brutalmente contraddetta nei fatti). Il paradosso cui stiamo assistendo, dunque, è il ritorno d’attualità di una vicenda – quella dello “strappo” berlingueriano – che sembrava fino a ieri confinata nei libri di storia del Novecento. L’ “ombrello” apprezzato negli anni Settanta dal segretario comunista, sia pure strumentalmente, allo scopo di costruire la sua strategia in bilico fra Urss e Occidente, è di nuovo invocato da un numero crescente di Stati per non ritrovarsi alla mercé oggi della forza russa, e domani di quella cinese. (Dario Fertilio)

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E’ curioso che tra le tante dichiarazioni e citazioni che si sono affastellate, anche di recente, per sottolineare lo “strappo” di Berlinguer nella famosa intervista (firmata da Giampaolo Pansa) al “Corriere della Sera” del 15 giugno 1976, non ci sia stato neanche un “bah” dell’attuale sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Perché? Perché Gualtieri prima di darsi alla politica ha fatto lo storico ed ha studiato a lungo i documenti del Partito Comunista italiano conservati presso l’archivio dell’Istituto Gramsci, a Roma. Ed è lì che nell’ormai lontano anno Duemila, il poco più che trentenne Gualtieri scovò carte poi pubblicate dall’organo ufficiale del PCI, poi Ds (Democratici di sinistra), il quotidiano “L’Unità”.

Gualtieri, senza mezzi termini, dichiarò nel maggio 2000 che: «La nota intervista di Berlinguer sulla Nato non costituì in alcun modo un atto di rottura nei confronti dell’Urss, ne’ tanto meno uno scioglimento della doppia lealtà del Pci o una rinuncia al ‘finalismo’ implicito nell’identità comunista di quel partito». Sempre secondo Gualtieri «quell’intervista di Berlinguer che fece tanto scalpore non solo non urtò i dirigenti sovietici, ma li trovò d’accordo. Non fu, insomma, una sorta di pre-strappo, anzi avvenne al culmine della ricucitura post-’68, anno della condanna da parte del Pci dell’invasione di Praga». La “ricucitura” era stata avviata già nel 1971 in occasione del XXIV congresso del Pcus quando la delegazione italiana concordò «non solo un sostanzioso incremento del finanziamento sovietico, ma anche l’avvio di una revisione di posizioni di politica estera del partito che venne sollecitata da Amendola e Bufalini e che portò ad archiviare la richiesta di un’uscita dell’Italia dalla Nato. Mosca dava infatti una esplicita approvazione ai rapporti con gli Usa e all’accettazione dell’alleanza atlantica».

La “svolta” di Berlinguer, oltretutto, stando ad alcuni documenti rinvenuti a Mosca, era stata attentamente monitorata dal Cremlino grazie ad un agente del KGB, un italiano, incaricato di sorvegliare espressamente il leader comunista italiano e che aveva il soprannome di “Viola” e “Vivaldi”. Era stato lo stesso potentissimo generale Evgenij Petrovič Pitovranov, il dirigente del KGB più ascoltato dal capo del servizio segreto sovietico Yuri Andropov a suggerire di rivolgersi per questo affare a “Vivaldi”, proprio perché, tra l’altro era stato infiltrato nella NATO. Il potentissimo Pitrovanov, che lavorava sotto la copertura di Vicepresidente della Camera di commercio e industria dell’URSS, racconta nelle sue memorie di avere optato per Vivaldi sia perché parlava abbastanza bene il russo, sia per il fatto che “Vivaldi” non condivideva pienamente la linea del suo partito volta allo strappo dal PCUS. Dopo essere stati informati da “Vivaldi” delle intenzioni di Berlinguer, sia Pitrovanov che Andropov decisero di adottare una posizione morbida, di evitare lo scontro, ma nello stesso tempo aumentarono i loro sforzi per seminare zizzania tra i tre leader “eurocomunisti” (Berlinguer, lo spagnolo Carrillo e il francese Marchais), da una parte, e tra Berlinguer e lo jugoslavo Tito dall’altra. (Storia in Rete)

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