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Semi lockdown in Germania: costi per l’economia, polemiche e ricorsi

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Che cosa si dice e succede in Germania con il semi lockdown? L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Il semi lockdown con cui la Germania sta provando a contenere l’impatto della seconda ondata di Covid-19 costerà all’economia tedesca 19,3 miliardi di euro. Più o meno 2 punti e mezzo di Pil nel quarto trimestre dell’anno. È la previsione di uno dei più prestigiosi istituti di ricerca economica, il Diw di Berlino (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung). Un peso che non ricadrà in maniera equilibrata su tutta l’economia tedesca, ma che graverà in gran parte sui settori dei servizi interessati dalle chiusure, come gastronomia, alberghi e turismo in generale. Per questo segmento, già fortemente colpito dal primo lockdown di marzo e aprile e in ripresa nei mesi estivi, si prospetta una perdita di 5,8 miliardi di euro nelle quattro settimane di chiusura a novembre, pari al 55% della prestazione economica di questo periodo.

Gli aiuti economici previsti dal governo (allo studio il rimborso di una quota attorno al 75% del fatturato registrato nel novembre 2019 da liquidare rapidamente e con poche formalità burocratiche) allevierà solo in parte le perdite. Il Diw conteggia inoltre una perdita di 2,1 miliardi di euro per le aziende legate ai settori dello sport, della cultura e dell’intrattenimento (sospese le attività sportive, chiuse piscine e palestre, annullate le attività di teatri, cinema e circhi equestri, cancellate fiere e chiusi i musei) e di 1,3 miliardi per il settore del commercio. Rispetto al primo lockdown i negozi resteranno aperti, compresi i centri commerciali, ma dovranno sottostare a rinforzate misure di igiene e sicurezza che limiteranno l’accesso dei clienti. È inoltre facilmente ipotizzabile che, l’appello a uscire di casa solo per motivi strettamente necessari come lavoro, visite mediche e acquisti alimentari, ridurrà i riti dello shopping.

Sempre secondo le stime del Diw, all’industria toccherà preventivare 5,2 miliardi di perdite, mentre le somme rimanenti saranno a carico di altri servizi come la logistica. Per l’industria si tratta di un danno comunque contenuto. Angela Merkel, nella conferenza stampa tenuta in settimana all’avvio del semi lockdown, è stata ruvidamente esplicita quando ha dovuto difendere le misure introdotte: la definizione dei settori di chiusura è stata una scelta politica, ha detto, determinata anche da valutazioni economiche. Merkel ha spiegato che questa volta si è voluta tenere aperta l’industria, perché un lockdown che avesse coinvolto le imprese industriali sarebbe pesato molto di più sui conti economici. Ha fatto l’esempio dell’industria automobilistica, danneggiata in primavera da diversi fattori, come la chiusura di stabilimenti e frontiere che ha inceppato la catena dei rifornitori ma anche quella dei concessionari, che ha azzerato il mercato delle vendite, “dal momento che nessuno compra ancora un’automobile online”. Da qui anche la decisione di mantenere aperti asili e scuole, per consentire ai genitori di presentarsi a lavoro. La cancelliera ha così sintetizzato: abbiamo tenuto aperto quella parte di economia che ci dà le risorse per sostenere la parte cui chiediamo il sacrificio di chiudere, bloccare tutto non sarebbe stata una soluzione saggia.

È per questo che le reazioni dal mondo economico sono state diverse. Gli industriali sono soddisfatti, ristoratori e albergatori sono furiosi e hanno avviato un’ondata di ricorsi giudiziari con la quale sperano di far saltare le misure concordate tra governo federale e regioni, come era avvenuto qualche settimana fa a Berlino. E se Anton F. Börner, presidente della potente Bga, l’organizzazione che raccoglie sotto il proprio ombrello l’insieme delle associazioni imprenditoriali del commercio con l’estero, dell’ingrosso e dei servizi, giudica “conseguenti e giuste” le misure del secondo lockdown, rimarcando come salute ed economia vadano a braccetto, Ingrid Hartges, rappresentante dell’associazione dei ristoratori e albergatori Dehoga accusa: è come se ci fosse stato imposto un divieto di lavoro. La crepa nel mondo produttivo è destinata ad allargarsi nelle prossime settimane. Da un lato gli industriali che con le nuove regole possono convivere: quelli dell’auto, ad esempio, sono tornati a fare affari grazie al boom delle vendite in Cina, il paese da cui il virus è partito e che adesso, grazie ad un esemplare gestione della pandemia (come gli altri Stati del Sud-Est asiatico), è tornato a crescere ai ritmi consueti.

Dall’altro i piccoli gestori di attività commerciali, e ristoratori e albergatori su tutti, che ora temono di non poter più riprendersi, nonostante gli aiuti del governo e che hanno l’impressione di essere trattati dalla politica come imprenditori di serie B.

Con il divieto di pernottamento turistico (è permesso prenotare camere d’hotel solo per vieggi di lavoro), non sono solo saltate le prenotazioni del mese di novembre, ma molti albergatori hanno dovuto dare il benservito agli ospiti già presenti. La gastronomia può anche affidarsi al servizio da asporto, che per alcuni esercizi si è rivelato un’alternativa praticabile già durante il primo lockdown, ma si tratta di soluzioni d’emergenza.

Un sondaggio della Camera dell’industria e del commercio (Dihk) ha evidenziato come il 42% degli imprensitori del settore gastronomico valuti negativamente l’andamento degli affari attuale, una percentuale che scende al 29 quando lo sguardo si allarga all’intero comparto delle attività produttive. Il 34% dei ristoratori denuncia già oggi problemi di liquidità.

È in questo settore che gli esperti di un altro istituto di ricerca, l’Iw di Colonia, individuano il rischio di maggior perdita di posti di lavoro. In totale il secondo lockdown potrebbe causare 600.000 nuovi disoccupati e un ulteriore punto percentuale di Pil, ha detto a Bild il direttore Michael Hüther. E se le restrizioni dovessero proseguire anche oltre novembre – eventualità che Merkel non ha affatto escluso e che dati i numeri diventa probabile (oggi il Koch Institut ha comunicato 19.990 nuovi casi, un nuovo record) – la Germania potrebbe doversi accollare la perdita di un altro punto di Pil e di ulteriori 200.000 posti di lavoro.

Per questo dalla gastronomia e dagli altri settori commerciali coinvolti nel “lockdown light” è partita un’ondata di ricorsi d’urgenza alla magistratura. Sono tanti, stanno riempiendo i tribunali di tutti i Länder ed è difficile tenerne il conto. Secondo l’Handelsblatt, in due giorni ne erano arrivati 60 sul tavolo del tribunale amministrativo di Berlino, “ma il numero cresce di ora in ora”. Il presidente dell’associazione dei giudici amministrativi non fa previsioni numeriche, ma è sicuro che i ricorsi saranno molto più numerosi rispetto a quelli avanzati nel primo lockdown. L’Handelsblatt dà conto di alcune decisioni già arrivate, che hanno confermato la legittimità delle misure anti-Covid, ma conclude: “Non è da escludere che singole misure, in alcuni angoli della Germania, durino davvero sino a fine novembre”.

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