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Come andò davvero la Seconda guerra mondiale a Cassino e Anzio

“Assalto a Cassino” di Livio Cavallaro, “Lo sbarco ad Anzio e Nettuno" di Enrico Canini e “Lo sbarco ad Anzio e Nettuno 22 gennaio 1944” di Paolo Senise letti da Tullio Fazzolari.

Più volte nel corso di quest’anno verranno commemorati gli eventi del 1944. E forse bisognava cominciare già il 22 gennaio ricordando la fine dell’assedio di Leningrado la cui eroica resistenza contro gli invasori tedeschi era durata due anni e mezzo.

Sarà colpa del solito “politicamente corretto”: sta di fatto che del ruolo fondamentale avuto dai russi nella seconda guerra mondiale s’è preferito non parlare. Per gli occidentali le celebrazioni più solenni saranno ai primi di giugno per l’ottantesimo anniversario sia dello sbarco in Normandia, sia della liberazione di Roma. Ma intanto, per dovere di completezza storica, converrebbe ricordare anche quanto è avvenuto nei primi mesi del 1944. Soprattutto in un periodo di eventi bellici come quello attuale è bene non dimenticare che la guerra è fatta anche di scelte strategiche sbagliate e di migliaia di soldati mandati a morire inutilmente.

Dopo la sbarco di Salerno gli alleati impiegarono otto mesi prima di arrivare a liberare Roma. Due episodi spiegano perché ci sia voluto così tanto tempo. La quinta armata americana rimase bloccata davanti a Cassino. E il tentativo di aggirare lo schieramento tedesco sbarcando ad Anzio il 22 gennaio non portò nessun risultato immediato. Furono momenti drammatici perché si arrivò persino a dubitare delle possibilità di successo. Gli errori commessi dai generali inglesi e americani vennero pagati a caro prezzo con il sacrificio di vite umane: per rendersene conto basta vedere i grandi cimiteri di guerra nei dintorni di Anzio e Cassino. La carneficina si poteva evitare e alcuni dimostrano quanto maldestra sia stata la conduzione strategica dei comandanti e altrettanto coraggioso il comportamento dei subordinati.

“Assalto a Cassino” di Livio Cavallaro (Mursia, 276 pagine, 26 euro) è una ricostruzione minuziosa dei furiosi combattimenti per sfondare le linee difensive tedesche. E si cominciò da un errore con il bombardamento dell’abbazia ordinato da un generale britannico con l’unico risultato di risparmiare ai paracadutisti germanici la fatica di scavare le trincee. Poi i carri armati americani vennero mandati allo sbaraglio senza l’appoggio della fanteria.

Non andò meglio ad Anzio. Purtroppo è difficile da reperire il libro di Theodore Fehrenbach edito da Longanesi nel 1962, ma già il titolo dice in maniera esplicita quale piega presero gli avvenimenti: “La battaglia di Anzio. Lo sbarco alleato che non liberò Roma”.

Ma altri due libri affrontano dettagliatamente l’argomento: “Lo sbarco ad Anzio e Nettuno” di Enrico Canini (Youcanprint, 156 pagine, 13 euro) e “Lo sbarco ad Anzio e Nettuno 22 gennaio 1944” di Paolo Senise (Mursia, 126 pagine, 13 euro). Il risultato iniziale sembrò promettente. I soldati alleati riuscirono a penetrare nell’entroterra per alcuni chilometri nella convinzione che i tedeschi fossero stati colti completamente di sorpresa. Non durò molto e i ranger americani furono massacrati dal contrattacco allestito in fretta e furia del feldmaresciallo Kesselring. Per arrivare a Roma ci vollero altri cinque mesi, altre battaglie anche sul versante adriatico e lo sforzo immane della Resistenza che logorava pesantemente le retrovie tedesche.

Rileggere ottant’anni dopo come andarono davvero le vicende belliche di Anzio e Cassino porta alla saggia riflessione che va bene celebrare le vittorie ma senza dimenticare gli orrori della guerra. Infine, una piccola annotazione a titolo gratuito. Uno degli autori citati, Livio Cavallaro, è uno stimato ufficiale dei paracadutisti. Ma scrive di storia militare su cui ha competenza e non dei massimi sistemi. Non diventerà un caso mediatico e non venderà così tante copie però ispira più fiducia.

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