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Vi spiego le prossime sfide della sanità

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L’intervento di Stefano Biasioli sulle prossime sfide della sanità italiana e dunque del ministro della Salute, Giulia Grillo

Per la prima volta, da tanti anni, un governo ha una maggioranza schiacciante, anche a livello del Senato. Non era scontato, ma è cosi’ e cosi’ sarà perché, su provvedimenti di buon senso, sicuramente anche FdI e FI non negheranno il loro consenso.

Per questo ci permettiamo di mettere in pista alcuni temi che, in campagna elettorale e in queste prime settimane, sono rimasti in un angolo buio, in attesa di tempi migliori. Su tutti, due: la salute e la previdenza. Oggi tratteremo della prima.

LA SALUTE

Sono passati 40 anni dalla riforma del SSN (1978) ma nessun significativo miglioramento delle regole solidaristiche sulla tutela della salute è stato fatto in questi 4 decenni.

Anzi, la regionalizzazione della sanità ha ampliato le differenze tra Nord-Centro-Sud, non ha eliminato i viaggi della speranza ed ha provocato un aumento progressivo della spesa sanitaria “out of pocket”, costringendo – chi lo può fare- a dover pagare tickets anche per prestazioni teoricamente garantite da un SSN universalistico, completo ed efficace.

E’ esperienza comune che, per superare tempi di attesa stratosferici, chi puo’ ricorra alla libera professione medica e sanitaria, nelle strutture pubbliche, private convenzionate e totalmente private.

A scanso di equivoci, non si vuole qui colpevolizzare nessuno. I nostri professionisti medici sono di alto livello; la scolarizzazione degli infermieri garantisce parimenti standards europei.

Ma i ritardati accertamenti e i ritardati controlli, legati a criticità di finanziamento ed a carenze strutturali, non possono non incidere sulla esplosione delle patologie croniche legate all’invecchiamento e sulle complicanze delle stesse.

La persistente carenza di medici e di personale infermieristico e la vetustà del 50% delle strutture ospedaliere non semplificano le cose. Anzi. A ciò si aggiungano il progressivo sottofinanziamento del SSN (siamo arrivati al 6,2% del PIL!), la riduzione dei posti letto per acuti e infine la mancata, sistemica, organizzazione dei servizi ambulatoriali territoriali, sia legati ai medici di medicina generale che realizzati da strutture specialistiche.

L’esplosione delle patologie croniche e la diversa articolazione/gravità di quelle acute, rispetto a 40 anni fa (quando, ad esempio, erano frequentissime le glomerulonefriti acute), avrebbe richiesto di accompagnare il calo dei letti di degenza per acuti con una serie di strutture territoriali, di post ricovero , di riabilitazione nonche’ poliambulatoriali.

Di trovare una soluzione diversa per i “codici bianchi” che invece intasano i Pronti Soccorso.

Poco è stato fatto, anche nelle Regioni del Nord. Conseguenze? Le brevità delle degenze chirurgiche (anche in caso di vecchietti poco autosufficienti), la dilatazione di un ciclo terapeutico in più fasi di trattamento, la possibilità di errori diagnostici per ridotti tempi di visita specialistica. Potremmo continuare, ma crediamo di aver fissato alcuni concetti.

COSA CI SAREBBE DA FARE, ALLORA?

Innanzitutto capire che il modello manageriale bocconiano, imposto in sanità dagli anni 90, è fallito e non è applicabile alla sanità, ossia alla cura della persona. Un settore dove il rapporto medico-paziente ed infermiere-paziente non puo’ essere contabilizzato in minuti. Un mondo in cui l’angoscia del budget e della quantità di prestazioni deve passare in secondo piano rispetto alla qualità del servizio reso ” a quella persona”.

In secondo luogo, creare una graduatoria della rete e delle funzioni ospedaliere, ritornando al sistema degli anni 70, che identificava ospedali zonali-provinciali-regionali, ciascuno con specifiche funzioni e competenze (ben chiare alla popolazione): ospedale di base; ospedale specialistico; ospedale superspecialistico.

Solo cosi’ si evitano doppioni, ritardi, errori diagnostici, sprechi.

Ma, alla rete ospedaliera – cosi’ ridefinita- andrebbe associata una analoga riorganizzazione (parimenti progressiva per competenze) a livello territoriale, avvicinando la specialistica di ogni tipo alla persona malata, semplificando quindi anche le procedure di accesso e l’enorme mondo delle visite periodiche, dei tickets, della frequenza dei controlli..

Occorre reintrodurre, nel mondo medico ospedaliero, la CARRIERA e la GERARCHIA, per ridare spazio ai meriti professionali reali, separando la carriera professionale da quella gestionale e favorendo l’impegno e le capacità individuali.

Non mi faro’ molti amici, ma continuo a ritenere (vox clamans in deserto) che, anche i Sanità, il numero dei dirigenti “veri” debba essere molto contenuto e basato su aspetti prevalentemente organizzativi. Ma, essere medici, significa essere professionisti della medicina, non “aspecifici dottori” o “aspecifici dirigenti”. Professionisti della salute, responsabili di diagnostica e di terapia.

OCCORRE RIDISEGNARE il SSN, partendo dai DATI REALI di cui Ministero Salute, Agenas, Istituto superiore di Sanità largamente dispongono.

Occorre affrontare i problemi senza pregiudizi ideologici, ma adeguando il “servizio salute” ai tempi attuali, che sono ben diversi da quando ho iniziato a fare il medico.

Occorre farlo, prima che la nuova spinta di autonomia regionale aggravi il divario delle cure tra Regione e Regione.

Mi auguro di cuore che il nuovo Ministro della Salute si renda conto del peso enorme che ha sulle spalle.

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