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Vi racconto sangue e lacrime del vero Messico

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Il commento del giornalista Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri

Il Messico ha una parte di sé, primitiva e perversa, che vuole affermare la morte contro la vita. E’ una diversità scaturita dall’incontro delle straripanti periferie degli esclusi con memorie ancestrali e il boom degli stupefacenti. S’è impadronita d’un pezzo della vita quotidiana e ne ha fatto uno spazio di dominio della sopraffazione più brutale, senz’altra legge che quella della propria crudeltà. Terrorizza e assassina per garantirsi il controllo dei torrenti di cocaina, marihuana e anfetamine che dalla Colombia contrabbanda nel sempre più ricco e vorace mercato degli Stati Uniti. Dilania cultura e sentimenti del più grande e originale paese dell’America spagnola, strafigurandone l’immagine oltre le frontiere nazionali.
I sacrifici umani di Moctezuma, prima di Colombo; quelli dei nostri tempi sulle pire di kerosene e nelle vasche colme d’acido dei narcotrafficanti, ormai economia e stato paralleli. Nel mezzo gesta eroiche, tradimenti fratricidi, vite vendute e sparite: una lunga noche triste, dai mexica trucidati da Cortéz, a Massimiliano d’Austria, Emiliano Zapáta, Díaz Ordáz e la mattanza dei ragazzi di plaza Tlatélolco, nel 1968. Una moderna antropofagia divora sempre e ancora oggi soprattutto giovani, giovanissimi, per lo più studenti: l’età rende inesauribile la loro innocente sete di giustizia e facile la vendetta di autorità locali e delinquenza comune, spesso in combutta. “La cultura sembra diventata un diritto di tutti, nei fatti resta dominata dalle élites che ne vorrebbero mantenere l’esclusiva”, mi faceva osservare ancora anni addietro -per dire del contesto- Carlos Monsívais, un Pasolini caraibico, non meno noto e affilato.
Dei 43 studenti di Ayotzinapa, 22 anni il più anziano, la cui scomparsa ha scosso il paese intero e suscitato echi negli Stati Uniti e in Europa, restano solo indizi e l’indomabile memoria di familiari e compagni, sostenuti da quanti in un’opinione pubblica atterrita non si rassegnano al trionfo di notte e nebbia. Ma di nuovo tre allievi dell’Istituto di Cinematografia sono stati trucidati in questi giorni, i corpi liquefatti: “Li hanno scambiati per uomini di un clan rivale”, hanno concluso semplicemente le indagini dei magistrati inquirenti. Per la seconda volta, il 24 aprile scorso hanno preso a fucilate la scuola Preparatoria Federalizzata di Victoria, alla frontiera con il Texas: cinque ragazzi feriti, uno gravissimo. “Otra chingata”, commenta il preside con questa parolaccia polivalente, tanto frequente da dilagare nel linguaggio corrente (come fuck in quello inglese).

Superano le 200mila negli ultimi dieci anni le morti di questa guerra asimmetrica (militari e narcos armati fino ai denti, la popolazione inerme), 4 volte quelle subite dalle forze armate americane nella guerra in Vietnam. Ma lo stillicidio dei delitti giornalieri, dall’intimidazione alla pena capitale, appare in tutta la sua catastrofica dimensione se consideriamo che è concentrata nelle provincie centro-settentrionali, metà del territorio nazionale. Non che quelle del sud siano al sicuro, ma lì industrie, banche, commerci e miliardari come Carlos Slim, celebrato dalla rivista Forbes come l’uomo più ricco del mondo, sono insidiati dal riciclaggio, dai sequestri e dalle estorsioni, non dalle raffiche di mitra. Quanto più prossimo ai 5mila chilometri di frontiera tanto più feroce il terrorismo: è lungo il rio Grande che si estende il reticolo dei traffici verso el paraiso yankee.

Gli scomparsi sono un totale di 35mila: più uomini che donne, il 70 per cento tra i 15 e i 35 anni. La tratta delle donne da avviare alla prostituzione e degli emigranti clandestini, il commercio di organi umani, seguono i medesimi sentieri di quello dei narcotici. Solo nel Tamaulipas, 3 milioni e 500mila abitanti, i desaparecidos sommano a 7mila; a Città del Messico, capitale nazionale, 3mila; nella provincia di Jalisco, 2mila e 500. Nessuno sa quanti siano quelli dissolti nell’acido solforico. A Cùliacan, i killer del giornalista Javier Valdez, cronista in un periodico della zona al cui confronto certo interland napoletano è appena un’inquieta retrovia, sono stati pagati con la pistola preferita dal famoso Chapo, Joaquin Guzman, indicato come “Padrone del cielo” finchè non è stato preso ed estradato in un carcere di massima sicurezza a New York.

“Per la mia razza parlerà lo spirito” dice l’invito a un protagonismo patriottico delle èlites intellettuali, lasciato sull’entrata monumentale dell’Università Nazionale Autonoma a Città del Messico da un sommo padre della patria, José Vasconcelos. Ma alla gloriosa narrazione ereditata dai Carlos Fuentes, Octávio Paz, Elena Poniatowska, ai volti, corpi e colori del popolo commemorato da José Clemente Orozco, Diego Rivera, Frida Kalho, David Alfaro Siqueiros, le bande dei narcos oppongono ogni giorno la cronaca delle loro infamie. Mentre lo storico Partido Revolucionario Institucional, il PRI del clientelismo populista e autoritario al governo, appare impegnato essenzialmente nella prossima contesa elettorale per l’elezione del nuovo presidente, a scendere spontaneamente in piazza sono sempre i giovani, a mani nude, con le lacrime agli occhi ma impavidi.

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