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Vi spiego i bluff di Putin sulle armi nucleari. Parla Jean

Jean

La guerra in Ucraina e le minacce atomiche di Putin analizzate dal generale Carlo Jean

 

È un’analisi impietosa, quella che Carlo Jean, generale di Corpo d’Armata in congedo, con una grande esperienza in materia di strategia e geopolitica, fa dell’operazione militare speciale russa in Ucraina anche nel momento in cui è in corso un’escalation preoccupante che fa paventare l’uso dell’arma atomica.

Per i russi l’errore è stato in partenza, sottolinea Jean in questa intervista, avendo mandato solo 150.000 uomini a combattere contro una nazione che ha subito proclamato la mobilitazione generale formando un esercito sei volte più grande di quello dell’armata russa. L’ulteriore calcolo sbagliato è stato, aggiunge il generale, quello di impiegare truppe addestrate per combattere “nei terreni aperti” dei Paesi Nato e non certo in un territorio boschivo e fitto di villaggi come quello ucraino.

Quanto alle minacce nucleari il generale si mostra scettico: l’uso di armi nucleari tattiche su un campo di battaglia avrebbe, al di là di una valenza politica e simbolica che non potrebbero essere sottovalutate, un effetto nullo in termini militari, e sarebbe addirittura una mossa controproducente per via del fall-out radioattivo che interesserebbe le proprie truppe e il proprio territorio.

Generale Jean, considerando le minacce non velate di Putin formulate in questi giorni, quanto dobbiamo ritenere fondata l’ipotesi dell’utilizzo dell’arma atomica da parte dei russi nel campo di battaglia?

L’eventualità che i russi usino sul campo di battaglia l’arma atomica tattica, soprattutto quelle con possibilità di ricadute radioattive sul territorio anche amico e quindi sulle proprie truppe, è estremamente improbabile. L’efficacia di un’arma atomica tattica è tra l’altro molto ridotta. Si tenga conto che, durante la guerra fredda, la Nato ne aveva in Europa ben 7.000 perché avrebbero dovuto essere impiegate a pacchetti di 100, 200 per volta per avere un certo effetto. Un’arma atomica di 5 kiloton o anche un’arma a ciclo uranio-plutonio non neutronica su una compagnia carri schierata in combattimento fa fuori una decina di carri armati in tutto, dunque non è che uno possa modificare la situazione sul terreno ad eccezione che non venga impiegata in grandissimi numeri. Ma grandissimi numeri uno non li può impiegare vicino al proprio territorio perché si rischiano ricadute radioattive.

Però Putin è stato molto chiaro quando ha affermato che è disposto ad adoperare qualunque arma a disposizione per difendere l’integrità territoriale della Russia.

Sono chiacchiere che fa fin dall’inizio. Ha sempre giocato sul fatto che lui pensava a un Occidente debole e in decadenza e che non trovasse il coraggio di sfidare una minaccia nucleare. Invece l’Occidente lo ha sfidato tranquillamente e sicuramente anche i capi militari russi, ne sono persuaso, non eseguirebbero un ordine simile, perché il problema delle armi nucleari non è tanto l’impiego tattico: è l’impiego sulle città. Le armi atomiche sulle città hanno un effetto disastroso ma non lo hanno, ripeto, sul campo di battaglia. Sicuramente l’uso di un paio di armi nucleari avrebbe un effetto psicologico e politico molto forte ma un effetto militare molto ridotto.

Giustamente lei ha fatto queste precisazioni, ma le devo chiedere in ogni caso cosa stanno pensando gli Usa e la Nato in questo momento e quale potrebbe essere una loro reazione a un colpo di testa da parte della Russia.

Dipende da che tipo di colpo di testa sia. La risposta occidentale può variare enormemente: da uno scoppio dimostrativo sul Mar Nero o in zona poco abitata a un impiego di un centinaio di testate contro le forze russe. Di conseguenza non è pianificabile una risposta all’impiego russo di armi nucleari, perché tale risposta può variare enormemente; dipende se vengono impiegate bombe atomiche di tipo Hiroshima Nagasaki, quindi con forti ricadute radioattive, oppure bombe di tipo neutronico che non producono un fall-out radioattivo pesante e che però hanno effetto sui carri armati ma non sui rifugi perché non penetrano il cemento.

Sembra che le cose si stiano mettendo male in Ucraina per Putin. È proprio così?

Questo lo si sapeva fin dall’inizio. Non si può attaccare un Paese con una popolazione di 44 milioni di abitanti con 150.000 uomini. Poi la ristrutturazione dell’esercito russo è stata fatta fin dal 2012 da Gerasimov e Shoigu tenendo conto di uno scontro con forze Nato, quindi in terreni aperti. Hanno quindi organizzato gruppi di battaglioni con pochissima fanteria. Invece in una zona come l’Ucraina piena di boschi, di zone coperte, di piccoli villaggi, questa struttura organica non è assolutamente idonea al combattimento.

Come sta procedendo la mobilitazione parziale dei riservisti ordinata da Putin? Ci sono resoconti di inefficienze e dell’invio al fronte di soldati poco e male addestrati.

Sembra che ne abbia mandato 10,000 soprattutto nella zona di Kherson, ritenuta essenziale anche da un punto di vista politico e simbolico Comunque i russi, nella loro storia militare, sono stati abituati a impiegare in massa gente non addestrata che subisce perdite enormi e che agisce con la forza del solo numero. Nel caso particolare. Però, i numeri sono a favore degli ucraini, perché gli ucraini hanno fatto ricorso a una mobilitazione generale e dunque dispongono di un esercito che varia da 700.000 a 1 milione di uomini. Di conseguenza anche i 300,000 mobilitati da Putin, ammesso che riescano ad addestrali e ad armarli, rischiano di essere distrutti a poco a poco soprattutto se non vengono impiegati in massa ma  a spizzico solo per cercare di tamponare le perdite e le falle parziali, come sembra che stia capitando.

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