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Torniamo al proporzionale?

Draghi O Il Caos

Pubblichiamo un estratto di “Draghi o il caos? La grande disgregazione dell’Italia: c’è una via di uscita” il nuovo libro di Lodovico Festa e Giulio Sapelli (edizioni Guerini e GoWare)

 

È diffusa la tentazione in diversi ambienti, tra i parlamentari disperati per il proprio particolare futuro, tra le imprese spaventate da qualsiasi cambiamento, negli ambiti economici-sociali che fanno affari nella disgregazione crescente, di tentare l’impresa “a ogni costo” di stabilizzare la situazione così com’è. Si spera così di ovviare anche alle durezze che implica un ritorno della “politica”, si conta di evitare il faticoso definirsi di relazioni serie con e delle basi sociali, s’immagina che sia possibile non impegnarsi nell’improbo sforzo di organizzare piattaforme culturali ancor prima che politiche e di selezionare leadership all’interno di articolati gruppi dirigenti e non solo per via demagogico-carismatica.

Si sentono circolare ipotesi che vorrebbero riprendere l’esperienza di Emmanuel Macron di governare escludendo una parte maggioritaria dell’elettorato contrapponendosi a demagogie di destra e naufragi di sinistra, nonché svuotando la destra di governo con iniziative mediatico-giudiziarie. È la via tentata in qualche modo da Matteo Renzi pochi anni fa.

E miserabilmente fallita perché come abbiamo scritto anche precedentemente, in Italia non c’è né uno Stato né un establishment come quello francese che regga una simile impresa.

L’alternativa “paesana” che inizia ad affacciarsi è quella del ritorno al proporzionale puro. Una notte dove tutte le vacche siano bigie, e si possa rimandare indefinitivamente le scelte politicamente dolorose.

Naturalmente non c’è niente in sé di condannabile a priori nel sistema proporzionale di voto. Tutti gli Stati del Nord Europa, a iniziare dalla Germania hanno forme di proporzionale con talvolta minimi correttivi. Nel Sud Europa, la Spagna oggi ha un sistema politico in crisi ma che ha funzionato a lungo grazie a un proporzionale rigorosamente corretto dall’abbondanza di collegi molto piccoli. Mentre la Grecia ha salvaguardato la sua governabilità nonostante il proporzionale, grazie al premio riservato alla lista che prendeva più voti.

Storicamente un sistema proporzionale funziona soprattutto se ha radici politico culturali storiche e recenti profonde. La funzione preziosa per la politica italiana del Partito repubblicano e del Partito liberale era tale perché poteva richiamarsi ai Cavour e ai Mazzini. Ora quando dietro a Matteo Renzi si coglie essenzialmente il profilo di Marco Carrai e dietro a Carlo Calenda quello di Luca Cordero di Montezemolo, la situazione si è molto modificata. Radici storico-culturali nette che rendano vitale un sistema maggioritario non paiono abbondare. Quando Walter Veltroni ha cercato di indicarle per dare una base storica all’Ulivo, è stato ancora più ridicolo di quanto lo sia normalmente accoppiando Che Guevara a John Kennedy. Né pare tanto più lucido nel “circoscrivere” comuni radici culturali per il Pd, Enrico Letta collocandosi tra il Vangelo di Andrea Riccardi e la battaglia per scardinare la famiglia tradizionale di Alessandro Zan. Né a destra il panorama è più confortante: le strategie “social” abbondano, latitano invece quelle “cultural”.

La proposta di un ritorno al proporzionale oggi non poggia su visioni culturali omogenee, ma sull’obiettivo di costruire una convergenza tra interessi più o meno dichiarati emergenti nella società, e l’aspirazione all’autoreferenzialità di un ceto politico erede di esperienze concluse: quest’ultimo un classico caso di “morto” che si propone di afferrare “il vivo”.

Insomma apprestarsi a dar vita a un Parlamento privo di chiari indirizzi determinati dall’elettorato in questa fase di suprema disgregazione del sistema politico finisce per essere un buttare il cerino nel bidone della benzina.

In alcuni ambienti più politicamente qualificati uno spirito proporzionalista è alimentato dalla nobile ricerca di una rapporto serio tra radici storico culturali e impegno politico. Ma questo rapporto può dar vita a qualcosa di concreto se si connette a reali movimenti della società, a vitali correnti dell’opinione pubblica e se si dimostra adatto ad affrontare i problemi posti dal qui e dall’oggi. Diventa sterile se alla fine non è che un inseguire nostalgie.

Un’operazione neoproporzionalistica in realtà avrebbe un senso, nella elezione di un’assemblea costituente da affiancare al Parlamento per cambiare la Carta fondamentale dello Stato, impegno che richiederebbe di mobilitare le correnti culturali che hanno formato lo Stato unitario nazionale, farle confrontare a quelle che sono cresciute in questo trentennio e consentire così la rifondazione della Repubblica saldando il passato e il presente.

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