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Riforme, cosa ribolle nel pentolone della maggioranza di governo

Come procedono, tra alti e bassi, le riforme annunciate in campagna elettorale dal governo. Il taccuino di Guiglia.

La data è l’unico compromesso di fatto in una campagna elettorale che s’annuncia durissima tra i fautori del “sì” al referendum per confermare la riforma della giustizia promossa dal governo e approvata dal Parlamento e i sostenitori del “no” che intendono bocciarla.

Si voterà il 22 e il 23 marzo, come deciso dal Consiglio dei ministri, che vi ha associato le elezioni suppletive per i seggi vacanti di Alberto Stefani e Massimo Bitonci, già deputati diventati presidente ed assessore della Regione Veneto.

Referendum non ai primi di marzo, come caldeggiava la maggioranza, così da sottoporre il prima possibile al giudizio dei cittadini la riforma “tale e quale” fatta in Parlamento.

Ma neppure in aprile, come speravano le opposizioni per poter illustrare agli italiani con più tempo l’ostilità al nuovo testo sulla giustizia.

Delle tre grandi riforme di natura costituzionale promosse dal governo questa è la sola completata secondo la volontà del centrodestra e in particolare di Forza Italia.

Perché quella sull’autonomia differenziata voluta dalla Lega e introdotta con legge ordinaria rinforzata (procedura che prevede l’approvazione del testo da parte della maggioranza assoluta nelle due Camere, e non solo quella semplice dei presenti e votanti), è stata demolita dalla Corte Costituzionale. E quella sull’elezione diretta del presidente del Consiglio gradita a Fratelli d’Itala naviga in acque profonde. Delle quattro votazioni richieste fra Camera e Senato, ne ha superato solo la prima a Palazzo Madama. Giace a Montecitorio in attesa di proseguire il lento cammino.

In pratica, perciò, il referendum in arrivo con la separazione delle carriere dei magistrati e il loro sorteggio per aspirare al Consiglio superiore – anziché l’attuale elezione fra candidati sostenuti da correnti -, cioè le novità che fanno discutere, sarà un banco di prova soprattutto per la maggioranza. Tanto più che alla fine tale riforma potrebbe essere l’unica ad aver visto la luce in questa legislatura così com’era voluta.

E’ vero che la sorte della presidente del Consiglio non sarà legata all’esito della consultazione. A differenza di Matteo Renzi, che vincolò la permanenza a Palazzo Chigi alla sua riforma della Costituzione respinta dagli italiani, Giorgia Meloni ha separato il suo destino politico da quello referendario. Tuttavia, l’effetto politico del “sì” o del “no” sul governo – e sulla lunga marcia delle opposizioni – è implicito.

Manca, infine, la quarta e più concreta riforma: l’annunciata modifica (ordinaria) della legge elettorale.

Si va verso un ritorno al proporzionale con garanzie di poter avere la maggioranza di seggi per chi avrà vinto le elezioni.

Però sul quando e sul come – l’intesa con le opposizioni è auspicabile, ma non al costo da affossare la riforma, ha precisato la presidente del Consiglio -, è tutto da vedere. E poi quando si approva una legge elettorale, subito dopo si va alle urne.

Ma Giorgia Meloni punta al primato d’aver guidato il governo più longevo della Repubblica. Potrà raggiungerlo solo o già alla fine di quest’anno.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova
www.federicoguiglia.com

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