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Vi racconto ambizioni e sogni di Reza Pahlavi sull’Iran

Nei giorni cupi della repressione delle proteste in Iran, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, si era proposto come guida per una transizione democratica nel Paese. Ha lanciato appelli a Trump per un intervento mirato contro il regime, cavalcando nostalgia e cori pro-monarchia nelle manifestazioni: ma ci sono dubbi (anche alla Casa Bianca) sulla sua reale popolarità.

Mentre l’Iran stava attraversando una delle crisi più gravi della sua storia recente, con proteste di massa represse nel sangue e un regime che appariva sempre più fragile, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, è tornato prepotentemente sulla scena.

Esiliato negli Stati Uniti, il 65enne principe ereditario nei giorni bui della repressione da parte del regime di Teheran si era posizionato come possibile guida di una transizione democratica, lanciando appelli accorati all’intervento internazionale e rivendicando un sostegno crescente tra i ranghi dell’esercito e della società iraniana.

Tra nostalgia per l’epoca pre-rivoluzionaria, scetticismo per il suo lungo esilio e un rapporto altalenante con l’amministrazione Trump, Pahlavi ha fatto comunque discutere e parlare di sè.

Chi è Reza Pahlavi

Nato a Teheran il 31 ottobre 1960, è il primogenito dell’ultimo Shah Mohammad Reza Pahlavi e dell’imperatrice Farah Diba. Designato principe ereditario nel 1967, cresce tra i fasti della corte, mostrando fin da piccolo una passione per il volo: ottiene la licenza di pilota a dodici anni e compie il primo volo da solista a undici.

Nel 1978, a diciassette anni, lascia l’Iran per completare l’addestramento come pilota di caccia presso la base statunitense di Reese, in Texas. Pochi mesi dopo, la Rivoluzione islamica travolge la monarchia: il padre fugge in esilio e la dinastia Pahlavi viene abolita. Reza non tornerà mai più in patria.

Alla morte del padre al Cairo, il 27 luglio 1980, il giovane principe – proprio nel giorno del suo ventesimo compleanno – si proclama simbolicamente Reza Shah II, capo della casa reale in esilio.

Dopo aver completato gli studi con una laurea in scienze politiche presso l’Università della Southern California, si stabilisce definitivamente negli Stati Uniti nel 1984. Dal 1986 è sposato con Yasmine Etemad-Amin, con cui ha tre figlie: Noor (1992), Iman (1993) e Farah (2004).

Per quasi mezzo secolo ha rappresentato la voce più riconoscibile dell’opposizione monarchica dall’esilio, promuovendo una transizione democratica, la separazione tra Stato e religione, elezioni libere e il pieno rispetto dei diritti umani.

Ha fondato il National Council of Iran (2013, poi sciolto), lanciato il Phoenix Project (2019) per preparare il post-regime e ha scritto libri e articoli sulla necessità di un Iran secolare e moderno.

Nel 2023 ha compiuto un viaggio simbolico in Israele, incontrando il premier Netanyahu, a conferma del suo orientamento filo-occidentale e della volontà di normalizzare i rapporti con Tel Aviv.

Il suo ruolo da Washington nelle proteste 

Reza Pahlavi ha scelto i giorni più caldi della rivolta per intensificare la sua azione politica.

Installatosi a Washington, ha incontrato giornalisti, legislatori repubblicani e alti funzionari dell’amministrazione Trump, tra cui l’inviato speciale Steve Witkoff, come rivelato in uno scoop di Axios.

Come riporta Reuters, in una conferenza stampa ha dichiarato che “grandi sezioni” dell’esercito e delle forze di sicurezza iraniane gli hanno “sussurrato” la loro fedeltà, e ha annunciato l’apertura di un canale sicuro per i disertori, con decine di migliaia di contatti già registrati.

Politico descrive un uomo in movimento costante, deciso a presentarsi come la figura di riferimento per qualsiasi transizione post-regime.

Gli appelli

Il linguaggio di Pahlavi si è fatto sempre più diretto. Come sottolinea la BBC, ha chiesto un intervento mirato – un “colpo chirurgico” – contro la leadership e le infrastrutture di comando dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), per indebolire la macchina repressiva senza inviare truppe a terra.

Ha inoltre invocato sanzioni più dure, il congelamento dei beni dei leader clericali, l’espulsione dei diplomatici iraniani da tutte le capitali e l’invio di terminali Starlink per aggirare il blackout delle comunicazioni imposto dal regime.

In un’intervista al New York Times ha rivolto un messaggio personale a Donald Trump: “Sanno che non li abbandonerete come hanno fatto altri in passato”.

L’Economist riporta la sua posizione sul diritto alla legittima difesa: “Bisogna neutralizzare chi reprime il popolo”.

Progetti

Le ambizioni di Pahlavi vanno ben oltre il sostegno alle proteste.

Come spiega l’Economist, nel suo piano di 169 pagine – il “Libro della Fase di Emergenza” – propone una transizione ordinata: riconciliazione nazionale, integrazione dell’IRGC nell’esercito regolare, mantenimento di polizia e servizi pubblici per evitare il collasso dello Stato, e un referendum entro quattro mesi per decidere tra monarchia costituzionale o repubblica parlamentare.

Times of Israel cita la sua promessa di relazioni normali con Israele e l’abbandono del programma nucleare in cambio di sollievo dalle sanzioni.

Axios parla di un progetto per estendere gli Accordi di Abramo in “Accordi di Ciro”, coinvolgendo anche Arabia Saudita e altri paesi arabi.

Pahlavi insiste: non vuole vendette, ma stabilità.

Quanto consenso ha davvero in Iran?

La popolarità di Pahlavi resta il grande punto interrogativo.

 Da un lato, i cori “Javid Shah” (“Lunga vita a l re”) e “Pahlavi tornerà” si sono diffusi nelle piazze durante le proteste dei giorni scorsi, come documentano molte testate.

Molti analisti, tra cui Karim Sadjadpour su Axios, spiegano il fenomeno con una nostalgia “prospettica”: i giovani, nati dopo il 1979, idealizzano un’epoca di crescita economica e maggiore libertà sociale.

Sondaggi citati dallo stesso Axios indicano che circa un terzo degli iraniani lo appoggia, più di qualsiasi altro oppositore.

Dall’altro lato, però, molti lo considerano un estraneo dopo 47 anni di esilio. El Pais International ha rivelato una campagna di influenza digitale, finanziata da Israele, che avrebbe gonfiato artificialmente il suo sostegno online.

Non mancano le critiche: per alcuni è un “burattino” di Washington e Tel Aviv, per altri un richiamo al passato autoritario del padre.

Il rapporto con Trump: corteggiamento e freddezza

Pahlavi ha puntato molto sull’amministrazione Trump, convinto che il presidente sia “uomo di parola”.

Per ingraziarsi la politica americana, Pahlavi ha incontrato funzionari, è apparso nelle tv americane e ha lodato Trump sui social. Tuttavia, come riporta Reuters, il presidente ha espresso dubbi: “Sembra una persona perbene, ma non so come verrebbe accettato in patria”.

Axios conferma che la Casa Bianca era rimasta sorpresa dai cori a favore di Pahlavi, ma non è ancora convinta della sua capacità di unire il paese. Il presidente, dopo aver minacciato un intervento militare, ha poi frenato, influenzato anche dalle pressioni di Israele e dei paesi del Golfo.

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