Il comunicato del cdr è uscito ieri alle 23:01 e recita che “l’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica si è riunita per ore in serata e per questa ragione, non potendo chiudere le pagine, il quotidiano domani 10 febbraio non sarà in edicola. Il Comitato di redazione ha inoltre indetto per il 10 febbraio uno sciopero e perciò anche l’11 febbraio il giornale non uscirà”.
Così facendo, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, del quale possiamo solo immaginare i rovesciamenti nella tomba, e affondato da parecchi direttori, riesce a dare una notizia: non uscire senza avvertire, dicendolo quando è troppo tardi per farlo sapere. Non si capisce se la scelta punti a danneggiare maggiormente l’odiato editore (attuale e futuro, non c’è distinzione, Exor Gedi Antenna John Elkann pari sono). Oppure se, banalmente, nessuno ci avesse pensato. Le agenzie e i siti esistono anche di notte: il comunicato del cdr non è stato diffuso per farlo lanciare e riprendere? Magari c’è qualche aspetto della storia che ci sfugge…
A parte questo, Rep si fa più notare per l’assenza di questi due giorni che per la sua presenza nei restanti. Lo diciamo senza acrimonia. È un giornale inutile, più che illeggibile, non perché sia di sinistra ma perché è di una sinistra che non ha niente da dire. Pertanto, quando non esce, è più coerente con il proprio messaggio.
La comunicazione, dicono quelli che l’hanno studiata, procede per conversione o conferma: il primo feedback, dicono sempre quelli che hanno studiato, è più importante ma difficile da ottenere; il secondo è più facile ma meno utile. Rep conferma la tesi, ma anche i propri lettori, non c’è bisogno di leggerla per sapere cosa scrive. Come nei talk serali de La7, che però ha come padrone l’editore del Corriere, il diretto concorrente. Curioso, sarà un effetto del regime meloniano…
A Rep, oltre alla notizia e alla conversione, mancano però anche lo stile, la brillantezza, il paraverbale, la metacomunicazione. Quello che trovi nei titoli del Manifesto e in alcuni pezzi del Fatto o del Domani, persino sulla prima pagina dell’Unità fondata da Antonio Gramsci. Un vecchio missino le chiamava “iniezioni di odio”, leggeva certi articoli per alzare l’hating verso gli avversari politici, anche se al tempo non si chiamava così. Il quotidiano che fu di Eugenio Scalfari non riesce manco in questo. La Stampa, il suo fratello torinese, per lo meno si barcamena tra la borghesia torinese spaventata dai manifestanti in piazza e quelli che manifestano, parteggia più per i secondi ma non si scorda di avere tra i primi ancora qualche lettore. Residuale.
Perché poi la questione è tutta qui, di che stiamo parlando? I giornali, non solo i quotidiani cartacei, non esistono più. E i giornalisti, invece, nemmeno. Entrambi sono stati cancellati da Internet, dal web 2.0, dai motori di ricerca, dai blog, dai siti, dagli aggregatori, dai social (sì, anche da loro, ma dopo gli altri), dagli influencer, dai reel, dai post, dalle chat e ora dalla AI. Roba che va avanti da 30 anni, ma giornalisti e giornali non se ne sono mai accorti e parlano ancora di applicazione, e persino di rinnovo, del contratto. Contratto di chi? Il 99,9% di quello che esce e circola non è più prodotto da loro e, molto peggio, quando lo è nessuno dei fruitori se ne accorge. Non conosce, non capisce la differenza. Forse perché non c’è.
Il giornalismo è morto, per questo tiene tanto a ricordare la propria nascita. Da qualche tempo è un continuo imperversare di anniversari: Rep, ovviamente, Corriere, Verità, Porta a porta, Rai, Giorno, Foglio, AGI… Genetliaci regolarmente subissati da messaggi di auguri, figli maschi, felicitazioni, congratulazioni e complimenti di Papi, Re, Capi di Stato e di Governo. O sono condoglianze mascherate?




