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Arte-calcio-sovietico

Quando l’Unione sovietica era nel pallone

“L’arte del calcio sovietico” letto da Tullio Fazzolari

 

Lenin affermava che la religione è l’oppio dei popoli. Però anche al regime bolscevico serviva qualche arma di distrazione di masse. Nulla di meglio dello sport che non soltanto non era in contrasto con l’ideologia comunista ma addirittura poteva diventare lo strumento per esaltare l’Unione Sovietica. La storia degli otto decenni successivi dimostra che i risultati sono stati eccezionali. Dall’atletica leggera alla ginnastica fino alla pallacanestro gli atleti sovietici sono sempre stati protagonisti di prestazioni strepitose. Ma lo sport di massa per definizione a livello internazionale è il calcio e anche nel football non sono mancati i successi come la vittoria nei campionati europei del 1960. Eppure in Russia, prima della rivoluzione d’ottobre, era uno sport praticato solo da pochissime persone e nettamente in ritardo rispetto ad altri paesi.
Come avviene la trasformazione lo racconta lo storico catalano Carlos Viñas con “L’arte del calcio sovietico” (il Saggiatore, 192 pagine, 16 euro) tradotto da Simone Cattaneo. Le origini del football in Russia non sono dissimili da quelle italiane. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo, durante l’impero zarista, il gioco del pallone viene importato da immigrati inglesi. Più o meno come successo a Genova o a Milano in quegli stessi anni sono uomini d’affari, ingegneri e tecnici che hanno lasciato temporaneamente il Regno Unito per ragioni di lavoro ma non hanno la minima intenzione di rinunciare al loro sport preferito. Malgrado le temperature gelide, a San Pietroburgo e a Mosca s’iniziano a disputare partitelle pressoché amatoriali.

A scendere in campo sono i britannici. Affascinati dalla novità cominciano ad aggiungersi i russi ma sono tutti soci di club elitari. Nasce la prima grande squadra, la Morozovci, ma il calcio resta uno sport per ricchi borghesi mentre nel resto d’Europa già si giocano i campionati che attirano masse di tifosi. La vera svolta arriva più tardi. Con lo scoppio della prima guerra mondiale si inizia a prestare maggiore attenzione alla forma fisica. Lo sport è considerato anche lo strumento per combattere la piaga endemica dell’alcolismo. Ma la priorità viene data alla ginnastica. Il football comincia ad affermarsi durante la guerra civile. Sono, per esempio, le reclute dell’Armata rossa a giocare a pallone nei tempi lasciati liberi dall’addestramento. E in breve tempo il calcio diventa uno degli sport più praticati e più seguiti dell’Unione Sovietica.

Le autorità, come racconta Vinas, se ne rendono conto perfettamente e ne prendono il controllo. Nascono grandi club di cui sentirà parlare per molti anni: la CSKA, la Lokomotiv, lo Spartak, le Dinamo di varie città. Nessuna nasce per caso: una è la squadra dell’Armata rossa, un’altra dei ferrovieri , un’altra ancora del sindacato operaio. E perfino la temuta polizia politica ha il suo club e un calciatore di talento che rifiuta di giocarci finisce in Siberia. Di quel mondo raccontato da Vinas resta solo qualche grande ricordo. Tutto il resto dello splendore del calcio sovietico è finito con la frantumazione dell’URSS.

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