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Che cosa si dice in Russia sull’offensiva di Trump contro il trattato Inf

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L’approfondimento di Luigi De Biase, già al Foglio, ora al Tg5, esperto di Russia ed Europa dell’est, autore della newsletter settimanale Volga

Sarebbe stato opportuno interrogarsi un po’ sulle parole pronunciate in settimana dal presidente russo, Vladimir Putin, di fronte ai soci del Valdai, un gruppo di esperti internazionali che si riunisce ogni anno per comprendere (e suggerire) la direzione del paese.

Parlando di armi nucleari, Putin ha detto più o meno testualmente: chiunque immagini di aggredire la Russia deve sapere che andrebbe incontro a una risposta inevitabile; certo, noi moriremmo come martiri, come vittime di una aggressione, e quindi andremmo sicuramente in paradiso; ma loro sarebbero spazzati all’inferno all’istante, perché non ci sarebbe neppure il tempo di pentirsi.

Non è il tipo di messaggio che ti aspetti di sentire in un salotto imbottito di banchieri, economisti e commessi d’affari, ma a giudicare dalle immagini trasmesse in tv, si direbbe che il pubblico abbia preso la risposta come l’ennesima dimostrazione dello spirito russo, tant’è che in sala s’è sentita persino qualche risatina.

Negli Stati Uniti, fra il Dipartimento di Stato e quello della Difesa, le parole di Putin devono avere innescato tuttavia una reazione prevista da tempo dai manuali militari, perché nel giro di poche ore uomini vicino al presidente, Donald Trump, hanno trasmesso alla stampa un messaggio preciso e minaccioso: l’Amministrazione ha deciso di lasciarsi alle spalle un accordo conosciuto come INF, che è entrato in forza nel 1988, e quindi ai tempi di Gorbacev e di Reagan, e ha garantito sino a questo momento il controllo e la graduale riduzione delle armi nucleari a medio raggio.

Stando al New York Times il vero motivo della scelta è nelle azioni sempre più aggressive che la marina cinese porta avanti ormai da alcuni anni nell’Oceano Pacifico. Ma i tempi della soffiata ai giornali, subito dopo le sorprendenti parole di Putin, appaiono quantomeno sospetti: perché ora? Che cos’ha spinto davvero gli uomini di Trump a fare uscire adesso la notizia? Quale codice hanno percepito nel discorso di Putin?

Durante l’intervento al Gruppo Valdai il capo del Cremlino ha ribadito che la dottrina militare russa “non contempla” il primo colpo nucleare, quello che negli anni della Guerra fredda era chiamato negli Stati Uniti pre-emptive surprise attack: un’azione oltre la cortina di ferro, condotta con armi nucleari, usando bombardieri a lungo raggio oppure vettori balistici lanciati da terra o da un sottomarino.

Ma le considerazioni sulla morte “da martiri” dei russi e sulla fine successiva degli aggressori non sembrano affatto una battuta per far sorridere gli ospiti del Valdai. Fanno pensare semmai al sistema di risposta semiautomatico che l’esercito sovietico aveva cominciato a costruire negli anni Sessanta per colpire il nemico anche nel caso in cui un attacco fosse riuscito a decapitare il Politburo. Il sistema si chiamava Mertvaya Ruka, che significa mano morta, e si basava su un complesso protocollo di riscontri e mancati riscontri. Mertvaya Ruka esiste ancora oggi, ma non ci sono certezze sulla sua operatività. È possibile che al Cremlino abbiano deciso di riattivarlo, magari in una nuova versione?

D’altro canto non si può escludere che Putin, con il suo avvertimento, abbia cercato di scongiurare una decisione dell’establishment americano attesa e considerata rischiosa. Già da qualche tempo il Trattato INF è al centro di grandi attenzioni. All’inizio del 2018 il Dipartimento della Difesa ha pubblicato la nuova postura nucleare degli Stati Uniti, il documento che stabilisce la strategia americana sulle armi atomiche. Naturalmente molto spazio è dedicato alla Russia, considerata la minaccia più consistente, prima ancora della Cina.

Nel testo non si trovano riferimenti diretti a Mertvaya Ruka, ma ce ne sono parecchi alla capacità russa di produrre nuove testate (superiore a quella dei paesi Nato, stando almeno al rapporto) e allo sviluppo di armamenti in grado di trasportarle. Una delle misure suggerite dal Dipartimento della Difesa per contrastare la Russia è proprio la revisione complessiva del Trattato INF, sotto il profilo diplomatico e militare. A Mosca un viceministro degli Esteri, Sergey Ryabkov, ha suggerito di mantenere la calma e di aspettare l’arrivo del segretario di stato americano, John Bolton, che sarà in Russia nel corso della settimana.

Ma attorno al Cremlino non sembrano tutti disposti a seguire la linea diplomatica promossa da Ryabkov. Secondo un politico esperto come Alexey Pushkov, la decisione di Trump “è un colpo alla stabilità strategica globale”. In questo modo, dice Pushkov, gli Stati Uniti “stanno riportando il mondo alla Guerra fredda”. E di quei tempi c’è sempre qualcuno che sente la mancanza.

 

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