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Provincia

Jannik Sinner? La provincia italiana è terra di sportivi

Valentino Rossi, Federica Pellegrini, Alberto Tomba e Jannik Sinner provengono tutti dalla sana provincia italiana. Il taccuino di Guiglia

Ma che cos’hanno in comune Valentino Rossi, Federica Pellegrini, Alberto Tomba e Jannik Sinner, giusto per restare a un poker di campioni di ultima generazione? Sono tutti sportivi di ieri e di oggi che hanno raggiunto la vetta delle loro discipline e aspirazioni, certo. Sono italiani amati nel mondo, sicuro. E sono simpatici, ciascuno a modo suo, non c’è dubbio.

Ma se si scava nella vita di Vale, della Divina, di Tomba-la Bomba e di Jannik, come familiarmente li chiamiamo, si potrà forse scoprire la radice dei loro successi: provengono tutti dalla sana provincia italiana.

“The doctor”, il già proclamato dottore del motociclismo, è nato a Urbino e cresciuto a Tavullia: sfido chiunque, a parte i suoi abitanti, a dire dove si trova il piccolo comune marchigiano (neanche 8 mila persone).

La nuotatrice italiana più forte di sempre è venuta al mondo a Mirano, nel veneziano, e s’è formata a Spinea, altro piccolo comune della zona con ancor meno residenti dei circa 41 mila di Merano, per rendere l’idea.

L’Alberto nazionale e un tempo dominatore dello sci internazionale non ha i natali a Roma o Milano, Torino, Napoli o Palermo, bensì a San Lazzaro di Savena (meno abitanti di Merano, la pietra di paragone), nel bolognese. E’ cresciuto non lontano, ma fuori dal capoluogo dell’Emilia-Romagna.

Il nostro Jannik è la regola che conferma la regola. Viene dal piacevole microcosmo di Sesto in Val Pusteria (meno di 2 mila anime), dopo essere nato a San Candido. Poi s’è fatto le ossa sportive a Bordighera, linda città ligure di poco più di 10 mila abitanti tra San Remo e la Costa Azzurra.

IL VALORE DELLA PROVINCIA

Quei quattro moschettieri hanno e stanno dimostrando, ciascuno nel proprio ambito e momento, che significa formarsi in posti belli, ma ai più sconosciuti e dove tutti si conoscono. Crescere con i valori semplici e genuini che la famiglia ti trasmette (la famiglia, tradizionale o allargata, non è mai stata così importante come da quando se ne è prematuramente e ideologicamente dichiarata la scomparsa). Valori essenziali che gli amici di scuola e di quartiere ti arricchiscono, e che suggella la comunità dove tutti sanno chi sei: impossibile fingere, barare o darsi delle arie. Ti riderebbero in faccia.

Dunque, l’esatto contrario delle anonime e rumorose metropoli al passo veloce della modernità, e dove la spietata concorrenza professionale e la competenza per affermarsi non lasciano prigionieri. Ma dove, alla fine, non sai né ti interessa come si chiama e che fa il tuo vicino di casa.

UOMINI COMUNI, IMPRESE STRAORDINARIE

Sì, l’elogio di Sinner e delle altre fantastiche leggende che ci hanno riempito della loro gioia e gloria, vuole essere proprio il riconoscimento di quel piccolo mondo antico che in nome di un malinteso progresso abbiamo dimenticato e spesso irriso. Invece rappresenta una fonte inesauribile di eccellenza, perché non è sottomesso alle apparenze, all’effimera quantità dei “mi piace”, al narcisismo del vuoto e del nulla, bensì cammina sulle gambe solide, e nel caso di Jannik pure lunghe, di ciò che si è. Essere una persona comune della silenziosa provincia.

Perché sono soprattutto loro, le donne e gli uomini comuni, a fare le imprese straordinarie, e non soltanto nello sport. Sono quelli che sudano e si sacrificano, come mamma e papà hanno insegnato, e i figli imparato, a raggiungere la cima senza montarsi la testa. E guardandosi sempre indietro non per rivedere il cammino “che mai si dovrà tornare a percorrere”, come canta lo spagnolo Joan Manuel Serrat, ma per ricordare con orgoglio da dove si viene, cioè quali sono le cose che contano anche quando sei diventato il primo al mondo.

Partire da Sesto per far fuori, uno dopo l’altro, tutti i primi dieci tennisti dell’universo: che storia spettacolare, quella del “nostro” Jannik.

A chi gli dice “sei arrivato in vetta” tra i campioni, lui risponde e corregge che no, che in realtà è appena partito.

Perché anche questo insegna la piccola, grande provincia della Penisola.

Insegna a essere umili e universali restando all’ombra delle Dolomiti, metafora discreta, eppur profonda per chi è consapevolmente diventato il nuovo e amato beniamino d’Italia.

(Pubblicato sul quotidiano Alto Adige)
www.federicoguiglia.com

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