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Referendum giustizia, la Costituzione brandita come clava di propaganda ingannevole

Perché la propaganda del “No” alla riforma dell’ordinamento giurisdizionale e all’istituzione della corte disciplinare dei magistrati, invocando la Costituzione, è propaganda ingannevole. Non difesa dei principi costituzionali. L’opinione del Generale della Guardia di Finanza in congedo Alessandro Butticé, primo militare e primo ufficiale di polizia giudiziaria italiano presso i servizi antifrode della Commissione europea.

In queste settimane, sui social network e nel dibattito pubblico circolano immagini e messaggi che invocano la “difesa della Costituzione” per giustificare un rifiuto netto delle riforme sulla giustizia. Tra queste, spicca una rappresentazione simbolicamente potente: una folla che urla “NO!”, pugni serrati, mentre alle spalle troneggia la Costituzione della Repubblica italiana, trasformata in un baluardo contro il cambiamento.

È un’immagine emotivamente efficace. Ma è anche profondamente fuorviante.

La Costituzione viene usata come uno scudo ideologico, non come un testo giuridico. Viene evocata, non citata. Brandita, non letta. E questo dovrebbe già far suonare un campanello d’allarme.

Una domanda che resta senza risposta

La legge “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025, come noto sarà sottoposta a referendum approvativo il 22 e 23 marzo 2026. Anche se erroneamente chiamata “riforma della giustizia”, questa legge costituzionale ha come unici obiettivi: la separazione delle carriere di giudici e Pubblici Ministeri (PM), con la creazione di due rispettivi CSM composti a mezzo di sorteggio, e la costituzione di un’alta corte disciplinare.

L’unica modifica alla Costituzione è quella dell’articolo 104 della Costituzione, «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere », con l’aggiunta della parte seguente : «ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». Punto.

A chi si presenta quindi come difensore inflessibile e molto allarmante della Carta costituzionale e invita a votare “NO” in suo nome, pongo una domanda semplice e precisa: quale articolo della Costituzione prevede l’unicità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri?

La risposta è inequivocabile: nessuno.

Eppure, l’intero impianto propagandistico (ai limiti della violazione dell’articolo 656 del codice penale: «Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico») degli auto dichiarati « guardiani della Costituzione » poggia su questa affermazione implicita, ripetuta in modo « talebano » fino a diventare senso comune, ma mai dimostrabile sul piano giuridico e fattuale.

Non esiste e mai é esistito nella Costituzione repubblicana un obbligo di identità di carriera tra magistratura giudicante e requirente (PM). Esiste, invece, il principio cardine previsto, come ricordato, dall’art.104: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come ordine separato e autonomo da ogni altro potere dello Stato.

Una verità storica rimossa

C’è un dato che non ho mai trovato nei manifesti del “NO”, e non è casuale.

L’unicità delle carriere non nasce con la Repubblica, ma con l’ordinamento giudiziario fascista, consolidato in un Regio Decreto del 1941, elaborato sotto la guida del ministro della Giustizia Dino Grandi. È lì che viene imposta la commistione strutturale delle carriere di giudici e pubblici ministeri, all’interno di un modello centralizzato e gerarchico dello Stato.

La Costituzione del 1948 non recepisce quell’impostazione come principio intoccabile. Al contrario, si limita a sancire autonomia e indipendenza della magistratura, lasciando al legislatore ordinario il compito di organizzare le funzioni e le carriere in modo coerente con quei valori.

Difendere l’attuale assetto come se fosse “costituzionalmente necessario” significa, di fatto, difendere un’eredità pre-costituzionale, cioé fascista. Come il processo penale che era inquisitorio, e, dal 1989, é diventato accusatorio. Prevedendo necessità di un giudice assolutamente terzo, rispetto ad accusa e difesa.

Referendum sull’ordinamento giurisdizionale: non pro o contro il governo

Un altro equivoco, alimentato consapevolmente dalle sinistre che dimenticano (trante qualche nobile eccezione) di essere all’origine di questa riforma, è la rappresentazione del referendum come una resa dei conti politica. Come se votare “SÌ” significasse sostenere un governo, o «la politica», e votare “NO” difendere la democrazia.

È una semplificazione tossica. Ed il voto di chiunque andrà a votare a questo referendum pro o contro il governo, senza comprendere la vera posta in gioco, sarà un voto in ogni caso sbagliato.

Il funzionamento della giustizia, che é fatto anche di CSM e magistrati, non deve essere pro o contro il governo. Perché le donne e gli uomini al governo passano, mentre le istituzioni restano. Proprio per questo, le riforme dell’ordinamento giurisdizionale non dovrebbero mai essere trasformate in battaglie identitarie o in plebisciti emotivi, ma valutate nel merito.

Chi riduce tutto a uno scontro frontale e ideologico evita accuratamente di discutere i nodi reali: equilibrio dei poteri, credibilità della magistratura, rapporto tra autonomia e responsabilità, degenerazioni correntizie.

Autonomia significa anche liberarsi dalle correnti

C’è un aspetto spesso taciuto nel dibattito: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura negli ultimi decenni non è stata minacciata solo dalla politica, ma anche, e soprattutto, da dinamiche interne che negli anni hanno assunto tratti sempre più opachi. Le correnti, nate come luoghi di elaborazione culturale, si sono trasformate in centri di potere, incidendo su carriere, incarichi, disciplina e dinamiche decisionali.

Chi davvero vuole, come me, una magistratura autonoma e indipendente dovrebbe interrogarsi su questo punto, invece di rifugiarsi in un “NO” indistinto e ideologico. E chi non volesse ascoltare i racconti sconvolgenti dell’ex Presidente dell’ANM Luca Palamara (che sulla cloaca del funzionamento del CSM e dell’ANM che ha scoperchiato, meriterebbe credibilità non inferiore a quella da tutti attribuita a Tommaso Buscetta in materia di Cosa Nostra) dovrebbe leggere un libro molto ben documentato,  pubblicato nel 2009 da un compianto giornalista de L’Espresso. Stefano Livadiotti, era l’autore, ed il titolo eloquente: « Magistrati. L’ultracasta ». Dieci anni prima del Palamaragate tutto era stato scritto. Con l’accompagnamento delle grida di impotenza di un ex Presidente della Repubblica, e del CSM, come Francesco Cossiga, Che aveva parlato dell’ANM come di un’associazione «tra sovversiva e di stampo mafioso», invitando ad essere querelato per tali affermazioni. Cosa che non accadde mai.

Dire “SÌ” non è contro la Costituzione

Sostenere la riforma e votare “SÌ” non significa quindi mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, né violare o stravolgere la Costituzione. Significa, al contrario –  per chi, come me, ha solennemente giurato, due volte, di osservarla e continua a promuoverne la conoscenza, nell’ambito del volontariato istituzionale, anche attraverso l’informazione, di Insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana – di prendere sul serio la Carta, liberandola dalla retorica e applicandone i principi con coerenza.

Significa ripulire dal vecchio retaggio fascista l’ordine giudiziario italiano, adeguarlo alla quasi totalità dei paesi democratici e liberali, ed avere una magistratura davvero autonoma ed indipendente, anche dall’attuale gestione «politico-mafiosa» delle correnti

Perché la giustizia è una questione di serietà, non di propaganda.

E la Costituzione merita di essere conosciuta, studiata e rispettata, non agitata come un simbolo per evitare il confronto con la realtà e la verità.

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