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Prodi spara sulla Nato troppo amerikana

Iri

Che cosa ha scritto Romano Prodi nell’editoriale sul Messaggero intitolato “Ripensare la Nato: la lezione afghana”

Dalla sua postazione bolognese di pensionato illustre, due volte presidente del Consiglio in Italia, una volta presidente della Commissione Europea a Bruxelles, mancato presidente della Repubblica nel 2013 per un centinaio, a dir poco, di “franchi tiratori” del Pd, che non vollero saperne della sua candidatura decisa per acclamazione dopo l’impallinamento del povero presidente del partito Franco Marini, l’ottantaduenne Romano Prodi ha offerto un’alternativa a chi se la sta prendendo col presidente americano Joe Biden per la tragedia dell’Afghanistan.

Non prendetevela con Biden – ha praticamente scritto Prodi sul Messaggero in un editoriale intitolato “Ripensare la Nato: la lezione afghana” – ma col segretario generale dell’Alleanza Atlantica, l’ex premier norvegese Jean Stoltenberg, che gli ha permesso di fare, al pari del predecessore Donald Trump, e un po’ anche di Barak Obama, tutto da solo alla Casa Bianca, senza coinvolgere gli alleati, soprattutto europei. Permesso in che senso, ammesso e non concesso peraltro che gli europei avessero idee univoche e migliori dell’inquilino di turno alla Casa Bianca sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan, e forse anche sull’invio vent’anni fa, quando Stoltenberg neppure pensava di poter mai diventare segretario generale della Nato?

Permesso  -è la risposta- nel senso di avere condiviso la irrilevanza degli europei nella Nato, che “contribuiscono  -ha fatto praticamente dire Prodi al segretario generale – solo al 20 per cento delle spese dell’Alleanza Atlantica”, protetti peraltro, oltre che dagli Stati Uniti, da paesi non componenti dell’Unione Europea come la Gran Bretagna e il Canada a ovest, la Turchia al sud e al nord la Norvegia, “di cui Stoltenberg è cittadino”, ha ricordato Prodi rinunciando solo allo sfizio satirico di italianizzane il nome per insultarlo, dopo averne già lamentato l’”arroganza”, imperdonabile “per chi ha condotto l’alleanza a perdere la sua prima guerra”.

In che cosa consista il “ripensamento” della Nato come lezione da trarre dalla sua sconfitta in Afghanistan Prodi ha cercato di spiegarlo senza ricorrere questa volta a nessuna seduta spiritica, come all’epoca del sequestro di Aldo Moro, nel 1976, quando l’allora professore in servizio indicò alla Dc Gradoli, senza specificare se fosse una strada di Roma o la omonima località nel Reatino, per risalire al covo in cui i brigatisti rossi nascondevano il presidente democristiano dopo averlo rapito il 16 marzo in via Fani, fra il sangue della scorta sterminata come in un mattatoio e a poche centinaia di metri da casa.

In particolare, Prodi ha proposto di riesumare il progetto della Ced, la comunità difensiva europea, con tanto di esercito e mezzi, naufragato nel 1954 per colpa della Francia. Alla quale tuttavia dovrebbe spettare la sostanziale guida della nuova edizione in quanto potenza nucleare e unico paese europeo provvisto del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

A vantaggio del primato militare, chiamiamolo così, della Francia in Europa il buon Prodi, non so se provvisto anche della Legione d’Onore come altri italiani, ha avuto la disinvoltura di sottolineare persino la consolidata “presenza nel Mediterraneo”. In forza della quale non so se l’ex presidente del Consiglio ricordi anche il piglio, diciamo così, con cui a Parigi si volle coinvolgere l’Italia in una guerra a Gheddafi destinata a trasformare la Libia nel più tragico avamposto dell’emigrazione africana.

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