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Pre-vertice inglese del G7, ecco di cosa si è davvero parlato

Il 19 febbraio, il G7 si è riunito per un ‘vertice pre-vertice’ sotto la guida del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson. Nomi, dettagli e temi. L’intervento di Brittaney Warren

Il 19 febbraio 2021, il G7 si è riunito per un ‘vertice pre-vertice’ sotto la guida del primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson. È stata la prima riunione per il presidente americano, Joe Biden, per il premier giapponese, Yoshihide Suga, e per quello italiano, Mario Draghi, quest’ultimo molto più esperto di summit degli altri neofiti. I leader del G7 hanno posto solide basi per il vertice in programma dal 11 al 13 giugno, nella città balneare di Carbis Bay in Cornovaglia, Inghilterra, che verterà sul cambiamento climatico e su molti altri temi chiave della politica economica globale.

L’incontro si è svolto in modalità virtuale, per via della pandemia da COVID-19 e le conseguenti limitazioni ai viaggi. Eppure, sebbene l’incontro sia stato convocato con la COVID-19 in cima alle menti di tutti, non lo ha monopolizzato. Boris Johnson ha voluto recuperare il tempo perso nel 2020, quando il presidente di turno Donald Trump non è riuscito a tenere il vertice del G7 e le Nazioni Unite hanno rinviato le conferenze sul clima e sulla biodiversità. Nel 2021 il Regno Unito ospita anche la conferenza sul clima delle Nazioni Unite – la 26a Conferenza delle Parti COP26- con l’Italia a novembre e presiede una conferenza sulla sicurezza climatica il 23 febbraio. Il cambiamento climatico è una priorità politica assoluta.

Il Regno Unito ha avviato il suo ruolo di leadership nel 2021, dando l’esempio sull’azione per il clima. Ha annunciato nel dicembre 2020 un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni del 68%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030. Questo obiettivo è in linea con le raccomandazioni del Consiglio scientifico per il clima delle Nazioni Unite – il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC). Questo obiettivo a medio termine pone il Regno Unito sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo a più lungo termine di raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050. I suoi obiettivi sono supportati da un piano d’investimenti di $16 miliardi per creare posti di lavoro verdi ad alta competenza nelle energie rinnovabili, per stimolare una “rivoluzione industriale verde”.

Tuttavia, le azioni del Regno Unito non sono completamente coerenti con il raggiungimento di questi obiettivi. Tra i primi sponsor della conferenza COP26 c’è un’importante compagnia di gas. Il gas naturale produce emissioni di metano devastanti dal punto di vista climatico. Il metano è 84 volte migliore nell’intrappolare il calore nell’atmosfera rispetto al biossido di carbonio, anche se l’anidride carbonica è un gas serra più comune. Il gas che produce metano ha gravi conseguenze per la salute sia planetaria che umana. Questa sponsorizzazione invia segnali contrastanti sull’azione per il clima del Regno Unito.

Nonostante ciò, la leadership del Regno Unito ha avuto impatto sui leader del G7. All’incontro virtuale di febbraio tutti i leader hanno concordato, per la prima volta come gruppo, di raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050. Questo è l’obiettivo più forte che il G7 ha concordato collettivamente.

Al vertice di Heiligendamm nel 2007, tre membri del G7 – Unione Europea, Canada e Giappone – si sono impegnati a ridurre le loro emissioni del 50% entro il 2050. I loro colleghi del G7 hanno deciso di “prendere seriamente in considerazione” di fare lo stesso. Nel 2008 al vertice di Hokkaido, tutti i membri del G7 si sono impegnati ad adottare l’obiettivo del 50% entro il 2050 al vertice di Copenaghen del 2009 delle Nazioni Unite, incoraggiando “tutti i paesi” a fare lo stesso.

Quando è arrivato il 2009, il G7 ha sollevato la sua ambizione. Al vertice dell’Aquila del 2009, hanno concordato che i paesi sviluppati avrebbero ridotto le loro emissioni di almeno l’80% entro il 2050 e hanno aggiunto un anno di riferimento del 1990, incoraggiando ancora tutti gli altri paesi ad adottare l’obiettivo del 50%. L’ultima volta che il G7 ha riaffermato l’obiettivo dell’80% è stato al vertice di Deauville nel 2011.

Nel 2015 a Elmau si sono impegnati per una “economia globale a basse emissioni di carbonio … lottando per una trasformazione dei settori energetici entro il 2050”. Tra il 2016 e il 2020, curiosamente dopo la firma dell’accordo di Parigi ma, meno curiosamente, in coincidenza con l’arrivo del convinto negazionista del cambiamento climatico Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, tali obiettivi sono praticamente scomparsi dall’agenda.

L’obiettivo netto zero del 2021 è, quindi, una ‘reincarnazione’ rafforzata degli obiettivi di riduzione delle emissioni del G7. Inoltre, è stato incorporato in un impegno più lungo per “fornire una trasformazione verde e transizioni energetiche pulite” che contemporaneamente riducano le emissioni e “creino buoni posti di lavoro”.

I leader del G7 hanno preso altri due impegni sul clima. Si deve fare progressi nell’attuazione dei tre pilastri fondamentali dell’accordo di Parigi: mitigazione, adattamento e finanziamento. L’altro era mettere sia il cambiamento climatico che la perdita di biodiversità al centro dei nostri piani. Il G7 ha, quindi, collegato il cambiamento climatico alla biodiversità e al lavoro dignitoso. L’impegno su clima e biodiversità, incentrato sui due vertici delle Nazioni Unite 2021 su clima (COP26) e biodiversità (COP15), ha anche il potenziale per migliorare la salute pubblica. La frase che precede questo impegno afferma che ‘il piano di recovery post pandemia da COVID-19 deve ricostruire meglio per tutti’. Ciò suggerisce che il piano a cui fare riferimento è quello economico. In tal caso, nonostante la mancanza di specificità su come raggiungere questo obiettivo, si tratterebbe di un progresso importante dato che i pacchetti di recupero dalla pandemia sono ‘più marroni che verdi’. Rendere il cambiamento climatico e la biodiversità una parte centrale dei piani di ripresa è fondamentale per la preparazione alle future crisi sanitarie, con la distruzione ambientale una delle principali cause alla radice della diffusione delle malattie infettive.

I leader del G7 hanno pubblicato un breve comunicato di una pagina, sei paragrafi e 27 impegni. Il cambiamento climatico è stato citato in uno di questi paragrafi con i suoi tre impegni climatici politicamente vincolanti. Non sorprende che la salute abbia preso una quota maggiore di impegni, ben otto. Questa è stata seguita dallo sviluppo e dalla cooperazione internazionale con quattro ciascuno e dalla politica macroeconomica con tre. Dopo il cambiamento climatico è stato il commercio con due impegni e, infine, l’economia digitale, la tassazione internazionale e il lavoro ciascuno con uno. Così il cambiamento climatico non è stato completamente oscurato dalla crisi del COVID-19, classificandosi al sesto posto per numero di impegni presi e legati all’economia. Inoltre, al vertice di Riyadh del novembre 2020, il G20 ha assunto 107 impegni, di cui solo tre sul clima: il G7 ha, quindi, sovra-performato nell’assumere impegni sul clima, in percentuale del suo totale 27.

La riunione pre-vertice della Cornovaglia del G7 ha, quindi, visto un aumento delle ambizioni dei paesi membri, se misurate rispetto alla performance storica del gruppo e rispetto alla recente performance del G20 su impegni simili. Tuttavia, nessun membro del G7 è sulla buona strada per raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni ai sensi dell’accordo di Parigi e non tutti i membri del G7 hanno un obiettivo per il 2030 per contribuire a realizzare il loro obiettivo per il 2050. Se il mondo seguisse la guida del G7, la temperatura media globale supererebbe di gran lunga l’obiettivo dei 2°C dell’accordo di Parigi, una pietra miliare che porterebbe a sofferenze indicibili, ma previste.

Il cambiamento climatico è, allo stesso tempo, un problema malvagio e semplice. È semplice in quanto abbiamo più informazioni che mai per comprendere un problema del genere, incluso chi lo ha causato, perché lo abbiamo causato e come possiamo risolverlo. L’umanità conosce una miriade di soluzioni efficaci e dispone di conoscenze e tecnologie prontamente disponibili per implementare tali soluzioni su vasta scala. In breve, sappiamo cosa fare e abbiamo gli strumenti per farlo.

L’aspetto più malvagio del cambiamento climatico non è la sua complessità, ma la compiacenza dei suoi creatori. Sebbene i progressi del G7 dovrebbero essere riconosciuti, i suoi membri non si comportano come se la loro stessa casa fosse in fiamme. A meno che i leader del G7 non scommettano su un biglietto per Marte, dovranno fare molto di più, molto più velocemente al loro vertice in Cornovaglia a giugno. Per il resto di noi, fuggire dalla nostra casa sulla Terra in fiamme non è un’opzione.

Brittaney Warren, Lead Researcher on Climate Change and Environment, G7 Research Group

http://www.g7.utoronto.ca/evaluations/2021cornwall/warren-february-summit.html

Traduzione di Chiara Oldani

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