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Come le elezioni di midterm americane influenzeranno la politica italiana (e non solo italiana)

di

Trump

L’analisi di Lodovico Festa, editorialista, analista e saggista, che con questo articolo inizia a scrivere su Start Magazine

Al di là della diffusa retorica con un punte di isterismo di alcuni commentatori, il sentimento prevalente nella discussione pubblica sulla situazione italiana è quello dell’attesa. E sono gli sviluppi del quadro internazionale, quello che aveva innanzi tutto subordinato le vicende italiane del dopo 2010, l’elemento che tiene maggiormente in sospeso i giudizi.

Di fatto tutto il mondo è in attesa di sapere se con le elezioni di midterm americane di novembre avremo una Washington alla Jimmy Carter sbandata e incapace di iniziativa (il che produsse nella seconda metà degli anni Settanta la rivoluzione khomeinista e le grandi chance egemoniche per l’Unione sovietica brezneviana), o una alla Bill Clinton con compromesso tra una presidenza e un congresso di differenti orientamenti, o una reaganiana con una grande possibilità di iniziativa repubblicana.

La svolta di novembre se servirà a dare un indirizzo (in forma clintoniana o reaganiana che sia) preciso alla politica americana potrebbe favorire la ricerca di nuovi equilibri globali fondati sulla definizione di più chiari rapporti tra Stati sovrani come base per istituzioni sovranazionali cresciute nella stagione di una Guerra fredda finita nel 1991, oppure se invece si aprirà una fase “carteriana” si prolungherà il disordine che trae origine innanzi tutto dagli otto anni di presidenza di Barack Obama e dall’imperfetta partenza della presidenza Trump .

Qualunque sia il risultato peserà comunque anche sulle sorti della politica italiana che però ha acquisito qualche margine di autonomia maggiore rispetto alla stagione di quella totale sottomissione a una Berlino sostenuta da Barack Obama (pur con qualche formale borbottio della Casa Bianca) che abbiamo vissuto con i vari governi italiani a regia dall’alto e da fuori che si sono succeduti nella fase più recente.

Va osservato come in ogni caso il voto del 4 marzo abbia determinato uno spazio per una politica nazionale autofondata, pur se non certamente isolata dal contesto internazionale. I destini di questa politica naturalmente possono essere diversi: una crisi drammatica non è da escludersi ma sarà molto più difficilmente governabile da un’intesa tra sistemi d’influenza straniera e quel che rimane del nostro establishment nazionale.

La rottura tra settori fondamentali della società italiana e chi li vuole dirigere dall’alto e da fuori è stata radicale. Di fronte a esiti catastrofici è ragionevole pensare a esiti di tipo spagnolo (tendenza alla disgregazione della politica e dello stesso assetto nazionale) che a logiche che oggi vengono definite “repubblicane”. L’idea di riprodurre in Italia esperienze politiche che già con fatica reggono in Francia è irrealistica: a Parigi la prospettiva affermatasi è stata quella dell’egemonia sull’Europa, il fronte repubblicano italiano sventola la bandiera della sottomissione;

Oltralpe la nuova fase politica si fonda su un solido Stato nazionale, un’articolata finanza e un’industria non priva di un forte appoggio pubblico, e tutto ciò consente una base quasi sicuramente non adeguata ma sicuramente consistente per tentare di riformare e guidare l’Unione europea.

La base del nostro fronte repubblicano – i Prodi, i Montezemolo (con annessi Calenda), i Monti, le Bonino – esprimono ora affaristicamente ora ideologicamente essenzialmente una borghesia compradora che cerca di ricavarsi nicchie protette in scambio asimmetrico con sistemi di influenza o direttamente con interessi stranieri.

Solo l’asse Obama-Merkel e lo smantellamento, per via giudiziaria o per annessioni, in cambio di potere, del centrodestra ha permesso gli esperimenti politici che abbiamo vissuto dal 2011 al 2018 con annessa crescita di una clamorosa protesta senza chiara proposta come quella grillina.

Di fronte a tensioni esportate da uno scenario internazionale che potrebbe essere molto disordinato – come si scriveva – è più probabile che si produca, quindi, da noi un esito polacco (tendenze di nazionalismo con qualche tratto illiberale) piuttosto che rinnovata forme di politica elitista di tipo montista, renzista o gentiloniana.

(1. parte)

(domani la seconda parte dell’analisi di Lodovico Festa)

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