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Ecco il nuovo piano della sinistra su Draghi e Quirinale

Nomi Quirinale

La nota di Paola Sacchi

 

Il tormentone elezioni anticipate prosegue. Dopo la lettura data su alcuni giornali alle parole pronunciate due giorni fa da Enrico Letta, reduce dall’incontro con Mario Draghi, alla riunione del Pd. Ma, intanto, oltre al muro che in parlamento farebbero gli stessi deputati e senatori in modo trasversale contro il voto nel 2022 – a causa della riduzione del numero per il referendum, la questione vera – emerge un altro retroscena, un’altra ipotesi di cui su Startmag avevamo già parlato per primi.

Seppur mettendola brevemente tra le varie ipotesi accarezzate da una sinistra in difficoltà perché per la prima volta, dopo anni, non sarà più king maker nella “battaglia” già in corso sul Quirinale. Eccola: dimissioni da premier di Draghi dopo l’approvazione della legge di Bilancio, per poi candidarlo al Colle. Così si eviterebbe il ginepraio di procedure istituzionali da mettere in atto se il premier dovesse essere lanciato per la Corsa al Colle, proprio a ridosso della cruciale scadenza. Ipotesi che sarebbe stata accarezzata in ambienti di sinistra già nelle settimane scorse e che potrebbe essere rilanciata ora che certi sforzi, con escamotage vari, per andare a un Mattarella bis sono stati molto indeboliti dalla nettezza delle parole dello stesso Capo dello Stato. Sergio Mattarella recentemente non ha più parlato citando alcuni predecessori, contrari a un secondo settennato, ma in prima persona sulla “conclusione del mio ruolo e delle mie funzioni”. Questo, tenendo fuori il Presidente dai desiderata degli altri, non significa che a sinistra, se la situazione si dovesse avvitare, alcuni abbiano abbandonato del tutto l’idea.

Quanto al piano b su Draghi, ammesso ovviamente che il premier intenda andare al Colle, sarebbe una mossa intesa a spiazzare il centrodestra da parte di una sinistra che teme Silvio Berlusconi, non candidatosi certo, ma il cui nome è ormai di fatto sul “tavolo da gioco”. Ovviamente le mosse del Cav potrebbero scattare dalla quarta votazione. Ma, comunque finisca, l’ ex premier e presidente di Forza Italia ha già prenotato un posto tra i king maker. E il rischio di elezioni anticipate se Pd, Cinque Stelle, Leu dovessero lanciare Draghi, con la modalità delle dimissioni dopo la Finanziaria, per cercare di spiazzare il centrodestra? E magari dividerlo pure, visto che la presidente di FdI, Giorgia Meloni, ha sempre avanzato chiaramente l’opzione voto nel 2022? Non è campata in aria l’ipotesi di alcuni retroscena secondo la quale Letta e altri, come Goffredo Bettini, potrebbero averci fatto un pensiero sopra. Non si parlerebbe più di proporzionale con il quale il leader del Pd difficilmente potrebbe tornare a Palazzo Chigi, legittima aspirazione da lui non smentita finora.

Ma se così fosse, come verrebbe accolta un’ipotesi del genere in un movimento dilaniato come i Cinque Stelle? E da Matteo Renzi, leader di Iv, data non benissimo finora nei sondaggi, ma che nel Palazzo può, invece, giocare un ruolo da ago della bilancia? E soprattutto il voto anticipato rispetto al 2023 come verrebbe preso dagli stessi grandi elettori, ovvero i parlamentari, tra i quali sarebbe uno scoop trovarne uno che si dica disposto a buttare via un anno ancora non solo di stipendio ma anche e soprattutto prezioso per trattare o trovare, male che vada, altre soluzioni se non sarà più candidato?

Saranno tantissimi quelli che resteranno fuori a causa della riduzione di due terzi. Ecco perché nel Pd e in generale a sinistra c’è chi ha messo già in conto che non solo il rischio più che mai forte di franchi tiratori sul Quirinale sarebbe di fatto attenuato, ma anche che, pur tra le forti fibrillazioni all’ interno della eterogenea maggioranza di “emergenza nazionale”, un nuovo governo guidato da una personalità di stretta fiducia di Draghi passerebbe anche le altre forche caudine della fiducia.

Quale è la questione clou, al di là delle dichiarazioni ufficiali di Letta, al centro del colloquio tra il premier e il leader del Pd, ricevuto a Palazzo Chigi proprio nel giorno in cui il cdm si apprestava a varare misure cruciali contro la pandemia? Certamente in agenda ci sono incontri mensili con tutti i leader di partito. Ma il fatto che il colloquio si sia svolto proprio quel giorno, in cui la Lega, dopo un lavoro di coordinamento del leader Matteo Salvini con governatori e ministri, per strappare alcune condizioni di maggiore apertura, non può non avere destato legittimi sospetti nel centrodestra di governo, Lega e FI. Ovvio che Draghi abilmente abbia trovato in una giornata complessa una sponda in Letta. E oggettivamente Letta ha avuto un’occasione per rimarcare il suo ruolo nelle misure prese. Sullo sfondo però resta sempre la “battaglia” sul Quirinale che è in pieno svolgimento, contrariamente alla narrazione, più calzante con altre epoche, per la quale i giochi si decidono solo all’ultimo. Tutto può succedere, se vogliamo buttarla sull’ ovvio.

Ma se fosse Draghi, un po’ difficile immaginare una personalità del suo calibro che va bellamente a farsi impallinare dai franchi tiratori, per poi andare a elezioni, dopo aver perduto anche il suo ruolo da premier con tutto il lavoro da lui e dal suo esecutivo impostato e da ultimare.

Le ipotesi e gli scenari sono molti e teniamo a sottolineare che vanno sempre presi, proprio perché sono tali, con le molle. Ma lo scenario di un Draghi che si mette in gioco per finire impallinato due volte sarebbe, questo sì, una leggenda metropolitana. Così come un po’ difficile pensare a un centrodestra di governo, maggioritario nel Paese, anche secondo gli ultimi sondaggi, compresa Meloni all’opposizione, che si farebbe spiazzare da un nuovo escamotage della sinistra. E questo tanto più con un “giocatore” del calibro del Cav. A meno che il centrodestra non voglia perdere un’ occasione storica per avere sul Colle per la prima volta dopo anni una personalità non proveniente dall’area di sinistra.

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