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Perché voterò no al referendum sul taglio dei parlamentari

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effetti collaterali covid

L’opinione dell’editorialista Giuliano Cazzola sul referendum

A settembre, nel referendum sul “taglione’’ di parlamentari, voterò No, come ho fatto ogni volta che la consultazione riguardava la conferma di una legge costituzionale approvata dalle Camere senza la maggioranza qualificata necessaria per evitare il ricorso all’elettorato.

La mia contrarietà alle riforme della Legge fondamentale del 1948 non è determinata dalla convinzione che si tratti della “Costituzione più bella del mondo’’. Anzi, a mio avviso, ci sono parti (come, ad esempio, gli articoli riguardanti i rapporti economici che risentono di ideologie delle forze politiche di allora, oggi superate nella cultura degli eredi di quelle stesse componenti) che meriterebbero una revisione più urgente di quella dedicato alle modifiche dell’ordinamento istituzionale (si pensi all’articolo 39 inapplicato e inapplicabile).

Il mio, in ogni circostanza, è stato e rimane un dissenso di merito, perché ho sempre ritenuto le c.d. riforme peggiori della disciplina esistente. Innanzi tutto, sul piano tecnico-giuridico: poiché non sono ammessi errori nelle leggi, non sono tollerabili norme scritte ‘’alla carlona’’. Tanto più in una Costituzione rigida che richiede un complicato processo legislativo per essere modificata. Tralasciando le possibili considerazioni relative al riordino del Titolo V (ormai è convinzione comune che il legislatore del 2001 abbia combinato un disastro nei rapporti tra Stato e Regioni), sia nella legge Calderoli del 2006, sia in quella a firma di Maria Elena Boschi dieci anni dopo, sono state “costituzionalizzate’’ norme di carattere regolamentare. Nemmeno nell’immaginaria Repubblica delle banane avrebbero concepito una norma di rango costituzionale come quella che ‘’novella’’ l’articolo 70 della Costituzione del 1948 (riguardante la formazione delle leggi). Il vecchio articolo 70 (tuttora in vigore) è composto di 9 parole (‘’La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere’’). L’articolo 10 della legge n.88/2016 (che sostituiva il precedente) di 454 parole.

Forse i Padri costituenti volevano risparmiare le parole? Il fatto è che quei legislatori sapevano bene che i rapporti tra le due Camere e il loro funzionamento andavano disciplinati e risolti da appositi regolamenti parlamentari, come è avvenuto (anche con ricorrenti modifiche) in questi decenni e come accade in tutte le Assemblee elettive del mondo. Alla faccia, dunque, dell’esigenza di una maggiore tempestività del lavoro legislativo, senza la perdita di tempo delle doppie letture e delle ‘’navette’’ tra una Camera e l’altra. I delusi della sconfitta della legge Boschi sostengono che se allora fosse passato il Sì avremmo avuto una riforma organica e strutturale e una maggiore efficienza delle istituzioni.

Ma anche quelli che si dichiarano per il No alla legge “taglia poltrone’’ motivano il loro voto sostenendo che il problema è il superamento del bicameralismo paritario, dimenticando che fu una scelta di compromesso a garanzia di un maggiore equilibrio tra le due principali forze politiche che si contendevano il diritto di fondare la nuova Italia. Grazie a tale articolazione del potere legislativo (del resto, il Senato ha un elettorato attivo e passivo, diverso da quello della Camera) nessuna delle due avrebbe vinto o perso del tutto. Così è stato anche durante la c.d. Seconda Repubblica, in regime di leggi elettorali maggioritarie.

Dove sta scritto che un Governo debba necessariamente disporre di un Parlamento addomesticato? Che una vittoria elettorale deve assegnare tutto il potere ad una coalizione? E se c’erano esigenze di equilibrio tra partiti democratici e il Pci, nel dopoguerra, non ne sono emerse forse delle nuove nei confronti dei ‘’populisti’’? Non è forse ragionevole individuare degli ordinamenti che cautelino la democrazia da un nemico altrettanto pericoloso

Nella più grande democrazia del mondo, gli Usa, capita sovente che nelle elezioni di medio termine il Presidente debba misurarsi con una nuova maggioranza diversa dalla sua in ambedue le Camere (elettive e dotate di funzioni legislative) del Congresso o in una sola di essa. E nessuno ha mai pensato di cambiare queste regole. In Francia, è avvenuto almeno due volte che si rendesse necessaria la c.d. coabitazione tra un presidente socialista ed un premier gollista e viceversa. Ma veniamo ad motivazioni, dal mio punto di vista, più radicali. Come scrisse Piero Calamandrei: “È stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime’’.

In sostanza, gli ordinamenti si definiscono per contrastare le forze ritenute eversive. Da noi si è fatto e si sta facendo il contrario: si accarezza secondo il senso del pelo la bestia feroce nel tentativo di rabbonirla. In sostanza, sono state le forze eversive a dettare la linea del cambiamento.

Le riforme del 2001 e del 2006 inseguivano ambedue la chimera del federalismo (che poi divenne devolution) al solo scopo di contendere prima, di accontentare poi, una idea della Lega che sembrava aver attecchito tra le popolazioni del Nord.

Oggi di federalismo non parla più nessuno, nonostante che sia ancora lì il quadro legislativo predisposto nella XVI Legislatura, con voti largamente bipartisan. È rimasto il miraggio della “autonomia differenziata’’ a conservare la memoria di un “piccolo mondo antico’’ spazzato via dall’onda populista. Quanto alla riforma del 2016, essa aveva al proprio interno l’anima nera dell’antipolitica (le suggestioni lungamente praticate negli anni scorsi che hanno finito per scuotere l’albero e far cadere i frutti nell’orto del M5S). Si volle costituzionalizzare l’invidia sociale (si pensi che sarebbe diventata norma costituzionale il livello degli stipendi dei consiglieri regionali e dei sindaci e che si piantavano, qua e là, le bandierine festose della gratuità delle cariche). Le istituzioni stesse erano presentate come un male necessario, da ridimensionare il più possibile (si pensi alla pagliacciata della legge Delrio sulle Provincie che ha causato il non governo del territorio). Il Senato delle Autonomie era previsto come un dopolavoro degli amministratori locali, in trasferta a Roma.

La politica era diventata così una croce che il Paese deve portare sulle spalle perché essa è costituita dalla parte peggiore del Paese (come se ci fosse la garanzia che i 600 deputati e senatori eletti sarebbero i più bravi, competenti e onesti). E così la c.d. semplificazione complicava nei fatti il processo legislativo e veniva presentata come una sorta di riduzione del danno (meno poltrone, meno stipendi e quant’altro). E con questo sottile veleno, instillato quotidianamente, vince chi promette mutamenti più radicali, di tagliare più teste e ….. buste paga. Appunto, come stabilisce la legge sottoposta a referendum confermativo. È un’illusione quella di non voler regalare una “misura giusta e riformista’’ ai populisti.

A sentire questo racconto viene in mente la storiella di quel soldato che telefona al comando: “Capitano, ho catturato 50 soldati nemici!’’. “Bravo! – risponde l’ufficiale – Portali subito qua’’. ‘’Il fatto è – specifica il militare – che non mi lasciano venire’’. Sono già stati approfonditi i corollari istituzionali del “taglione’’. Senza il loro adempimento resterebbe solo un salto nel buio. Vale la pena di correre dei rischi tanto seri nella speranza di convertire un’idea eversiva?

 

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