Mondo

Perché Usa e Iran guerreggiano da 40 anni

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L’analisi di di Alberto Pasolini Zanelli 

Lo festeggiano in questi giorni se non proprio in tutto il mondo, almeno in quel pezzo che si è ingrandito negli ultimi quarant’anni, da quando una «rivoluzione islamica» ha rovesciato il trono dello Scià Reza Pahlavi, si è insediata a Teheran e ha ricominciato ad allargare rivendicazioni antiche, secolari, quasi millenarie che in fondo hanno meno a che fare con il rigorismo islamico di marca sciita che con un ruolo storico-geografico che non sempre si limita al Medio Oriente.

L’ayatollah Khamenei, successore ed erede di Khomeini, parla soprattutto a due ascoltatori: ai suoi concittadini (e in parte sudditi) e al Grande Nemico, cioè l’America. Che, se troviamo il tempo e la voglia di guardare qualche volta davvero lontano, sta ricoprendo il ruolo che due millenni fa era dell’impero romano, che conduceva tante guerre contro quella che allora si chiamava Persia e di solito le perdeva. Quel paese era e rimase la frontiera di un impero senza frontiere e il muro all’espansione di Roma. Quando questa cadde, non fu a causa del Medio Oriente bensì del Nord Europa. Gli arabi e gli islamici ereditarono i pezzi di una ex potenza.

Quando ancora si chiamava Persia, cioè per tanti secoli, l’Iran era diventato estraneo al nostro mondo di europei. Teheran era ed è veramente molto distante dal vecchio Mare Nostrum. L’ultima volta che ci aveva messo piede risale a una quindicina di secoli e si comportava da confinante del Mediterraneo, non dell’Europa, di cui quel mare era però il cuore e il cervello. Più tardi ebbe a che fare soprattutto col mondo arabo, unito dalla fede islamica ma pressappoco come il protestantesimo è unito alla antica fede cattolica.

Neppure l’ondata del colonialismo toccò Teheran. Ci riuscì il petrolio, da quasi un secolo fattore determinante nella storia di quello che consideriamo il nostro mondo. Il primo segno «ufficiale» fu in occasione della Seconda guerra mondiale, quando i nemici della Germania temettero che le armate tedesche dilaganti dalla Russia meridionale verso il Caucaso, potessero mettere le mani su quel minerale prezioso al punto di decidere le guerre e di cui Berlino mancava. Due provvisori alleati, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, decisero di premunirsi e occuparono provvisoriamente la Persia in modo da chiudere quella porta. Non fu colonialismo, tranne che per il petrolio.

I due eserciti stranieri se ne andarono, ma i padroni di quel business rimasero e contrastarono duramente l’emergere di una nuova Grande Persia, in una edizione quasi democratica con un premier, Mohammad Mossadeq, che giocò la carta della nazionalizzazione del petrolio, producendo così il primo fronte anti Teheran, soprattutto angloamericano e autore di una rivoluzione reazionaria che riportò al potere uno Scià (e anche Farah Diba). Soprattutto con gli Usa, l’Iran occidentale quasi si fidanzò: fu concepito da Washington come uno dei due guardiani non arabi del Medio Oriente. L’altro era ed è rimasto Israele.

Furono decenni tranquilli a Teheran e dintorni, ma rifugiato in Francia c’era il restauratore di un loro medioevo, l’ayatollah Khomeini, che sollevò le masse soprattutto rurali mentre denunciava fra l’altro dello Scià il fatto che egli non era un vero iraniano, ma discendeva invece dalla stirpe di cosacchi. L’America fu presa alla sprovvista, cercò di salvare Reza Pahlavi, ma non fino in fondo, anche perché neppure lui accontentava le esigenze delle democrazie. Finì che lo Scià sparì di scena e che le guardie islamiche di Khomeini invasero l’ambasciata americana e sequestrarono tutti i diplomatici. Il presidente Usa, che allora era Jimmy Carter, tentò di liberarli e fece un fiasco colossale. Li lasciarono andare esattamente al minuto in cui Carter decadde dalla carica e si insediò il nuovo presidente Ronald Reagan. Ma neppure con lui fecero amicizia e da allora la Guerra Fredda fra i due Paesi non è ancora cessata, con una piccola e dimenticata eccezione della rivoluzione talebana nel vicino Afghanistan, disarmata in Iran perché fondamentalista sunnita e dunque antisciita.

Teheran degli ayatollah, ma anche di una maggioranza dei cittadini, che avevano e hanno il potere di eleggere Parlamento e governo, ma con il diritto di veto delle autorità religiose.Il crescere delle ambizioni ha finito con l’includere piani di riarmo che Washington sospetta includere il nucleare (che già possiedono i Paesi confinanti e vicini all’Iran). Un trattato favorito da Barack Obama, ha visto finalmente la luce poco prima del suo addio alla Casa Bianca e il suo successore Donald Trump si è schierato di nuovo con i «falchi» e ha rotto il patto ritirandone gli Stati Uniti. Ma non è tutto nucleare: a complicare le cose è la ostilità dell’Iran ai fondamentalisti terroristi dell’Isis e dunque l’appoggio militarmente «non ufficiale» delle milizie sciite al regime siriano. Tutte cose che dispiacciono a Washington nel quarantesimo anniversario della rottura fra i due Paesi. Che non è ancora diventata «storia antica» come è nelle tradizioni iraniane.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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